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L’essere Sinodo è parte integrante dell’essere Chiesa

In dialogo con il vescovo Carlo su alcune delle tematiche che maggiormente interesseranno la vita della Chiesa diocesana nell’anno appena iniziato

Parole chiave: Chiesa diocesana (2), arcivescovo (51), Sinodo (18)
L’essere Sinodo è parte integrante dell’essere Chiesa

"Quello che mi attendo dal Sinodo è che non rimanga solamente l’occasione per chiedere agli altri cosa si aspettano dalla Chiesa ma evidenzi cosa facciamo e quale cammino percorriamo insieme, raccontando chi siamo e quali sono le nostre speranze, le nostre attese, le nostre paure…".
Il cammino sinodale, cui papa Francesco ha chiamato la Chiesa universale e le Chiese particolari, sarà una delle tematiche che segneranno profondamente anche il calendario della nostra diocesi in questo 2022 da poco iniziato: un percorso ancora però profondamente influenzato dalle conseguenze sanitarie, economiche e sociali dell’epidemia di Covid-19 e che per il territorio isontino rappresenterà una tappa di avvicinamento al 2025, l’anno di Nova Gorica capitale europea della cultura insieme a Gorizia.
Ne abbiamo parlato con il vescovo Carlo in questo ormai tradizionale dialogo di inizio anno.

Eccellenza, ci apprestiamo a vivere il terzo anno di pandemia. Come ha cambiato il Covid-19 il suo ministero di Vescovo? Cosa le ha insegnato questo tempo?
Questo tempo mi ha insegnato innanzitutto (ma penso che sia un qualcosa che vale per tutti!) la nostra fragilità. Pensavamo di essere persone capaci di gestire e trovare una soluzione in qualunque situazione di difficoltà abbiamo dovuto affrontare invece in maniera del tutto improvvisa un qualcosa di imprevisto con cui stiamo imparando a convivere e che progressivamente cerchiamo di controllare.
Questa esperienza di fragilità, però, deve diventare anche un’esperienza di fiducia: la Parola di Dio ci ricorda che anche in occasioni simili il Signore ci è sempre vicino. Lui non si sostituisce a noi, alle nostre responsabilità ed al nostro impegno però ci custodisce, ci incoraggia, ci aiuta ad affrontare anche i momenti non facili.
A livello pastorale, penso che stiamo tutti imparando a non rimanere bloccati quando ci troviamo in queste situazioni ma piuttosto a viverle, avendo magari sempre pronto il cosiddetto "Piano B".

Perché c’è ancora tanta difficoltà (anche nel mondo ecclesiale) ad accettare la vaccinazione come aiuto a ridurre i danni che la pandemia sta incontrando?
È un po’ difficile rispondere in quanto, per farlo, sarebbe necessaria un’analisi approfondita di tale realtà ma anche confrontarsi con il maggior numero possibile di persone coinvolte.
Certamente assistiamo ad un fenomeno curioso.
Fino a prima della pandemia sembrava che la scienza rappresentasse la verità assoluta: adesso si verifica esattamente il contrario mentre sarebbe importante avere fiducia in essa proprio perché il suo metodo sperimentale è capace di cambiare ed evolversi per cercare di comprendere cosa possa essere maggiormente utile per le persone. Una fiducia non cieca ma che si basa sul rispetto di chi ha responsabilità sia di carattere tecnico-scientifico ma anche politico-amministrativo. E tutto questo vincendo magari qualche paura legata forse proprio alla tanta confusione venutasi a creare visto anche il momento di fragilità che stiamo provando tutti.

Il rapporto della Caritas italiana "Oltre l’Ostacolo" - presentato lo scorso ottobre - ha rilevato che fra le persone sostenute dalla Caritas nel 2020, il 44% sono nuovi poveri. A questo dato, Lei vede corrispondere un pari "aumento di solidarietà" oppure è cresciuta anche la chiusura e la mancata attenzione al prossimo? Ed in questo caso come invertire tale tendenza?
Certamente sono aumentati i nuovi poveri ma Caritas italiana ha evidenziato anche le fragiltà e le povertà che interessano i ragazzi. Mi ha colpito apprendere che in certe zone d’Italia quando la scuola è chiusa ci sono bambini che di fatto rimangono senza cibo tutto il giorno perché il loro pasto principale avviene grazie alla refezione scolastica. C’è quindi certamente un problema che riguarda i minori, i giovani, le donne, senza dimenticare la situazione dei migranti, degli stranieri…
All’aumento delle situazioni di povertà ha corrisposto un ampliamento e forse anche una corsa alla generosità soprattutto nei primi tempi della pandemia: le istituzioni pubbliche, la Protezione civile e tante altre organizzazioni si sono date da fare specialmente con interventi di carattere alimentare.
Ora mi sembra di riscontrare meno entusiasmo anche se l’attenzione rimane.
Per questo ritengo sia importante, parafrasando papa Francesco, insistere non solo sulla santità ma anche sulla carità "della porta accanto". Questo deve portarci a fare attenzione a chi ci sta vicino non tanto per invitarlo, se necessario, a rivolgersi agli sportelli della Caritas piuttosto che ai servizi di carattere sociale e di intervento pubblico, ma piuttosto per dare a lui concretamente una mano.

Perché è così difficile accettare che il povero è prima di tutto un fratello da cui imparare piuttosto che non è un estraneo a cui dare?
Forse questo avviene perchè un po’ la povertà ci spaventa.  
Noi vediamo nell’altro uno specchio di noi stessi: trovandoci dinanzi ad una persona che è a disagio, povera o magari ammalata da tempo, pur non rifiutandola cerchiamo in qualche modo di fuggire perché in lei vediamo quello che in parte siamo o potremmo magari essere.
Il vederci nell’altro come in uno specchio deve piuttosto portare a domandarci certamente che cosa l’altro si aspetta ma anche cosa noi ci aspetteremo trovandoci nella sua situazione.
Amare il prossimo come sé stessi vuole dire proprio vedere in chi ho difronte un altro me stesso, con le mie stesse emozioni, paure, attese e con il mio stesso desiderio di essere accolto ed ascoltato.

Lei in questi anni ha avviato un dialogo molto intenso anche con il mondo carcerario, con i detenuti ma anche con il personale che opera nelle Case circondariali. Com’è il CovId vissuto in carcere?
Purtroppo è proprio vissuto! Anche nei giorni precedenti il Natale erano state previste quattro mie presenze nella Casa circondariale di Gorizia: avevo in programma, infatti, due celebrazioni dell’eucarestia, un incontro di carattere sinodale per ascoltare quel mondo ed un altro per portare gli auguri natalizi al personale che opera nella struttura (e che spesso vive a propria volta situazioni non facili ed anche di disagio). Purtroppo l’insorgere di alcuni casi di Covid-19 ha impedito tutto questo ma spero nelle prossime settimane, in qualche modo, di recuperare tali momenti.
Chiaramente per chi è recluso il rischio di contagio è maggiore anche perché tante carceri devono fare i conti con problemi di sovraffollamento e quindi non è facile gestire come sarebbe necessario tanto la sicurezza quanto l’igiene o l’attenzione nei confronti degli altri.
È importante avere presente che i carcerati sono sempre persone da non dimenticare e da non rinchiudere lontano dalla nostra quotidianità. Gorizia ha la caratteristica di avere la Casa circondariale non in periferia ma al centro della città e questo ci ricorda che i detenuti sono comunque parte della nostra società, sono nostri fratelli, sono uomini e donne che quasi sicuramente hanno sbagliato ma mantengono la loro dignità di persone e dal punto di vita cristiano di Figli di Dio.

Il cammino sinodale è stato avviato ufficialmente lo scorso ottobre anche nella nostra diocesi. Cosa si aspetta da questo Sinodo? Come devono viverlo i fedeli (sacerdoti, religiosi e religiose, laici…) per far sì che le tre parole indicate da papa Francesco (comunione, partecipazione missione) non rimangano solamente dei bei propositi da inserire magari nell’ennesimo libro destinato a finire presto dimenticato negli archivi?
Devo confessare tutta la mia perplessità quando papa Francesco ha proposto il cammino sinodale dapprima per la Chiesa universale e poi in maniera specifica per quella italiana. Mi domandavo se ne valesse la pena e se fosse effettivamente necessario produrre l’ennesimo documento.
Poi, però, riflettendo ed approfondendo sia il documento preparatorio del Sinodo che quello redatto qualche anno fa dalla Commissione teologica internazionale ho visto come papa Francesco richiami al fatto che l’essere sinodo è parte dell’essere Chiesa. La Chiesa è una comunione dinamica di persone che camminano insieme: ed è proprio questo il significato della parola Sinodo.
Ed allora penso sia importante camminare insieme: innanzitutto all’interno della comunità cristiana "riconoscibile" (quella che si ritrova la domenica e partecipa alle attività della parrocchia, delle unità pastorali, delle associazioni…) ma poi facendolo insieme con gli altri.
Quello che mi aspetto dal Sinodo è che non rimanga solamente l’occasione per chiedere agli altri cosa si attendono dalla Chiesa ma evidenzi cosa facciamo e quale cammino percorriamo insieme, raccontando chi siamo e quali sono le nostre speranze, attese, paure…
Nel nome del Signore possiamo camminare insieme con chi è credente e con chi ha magari solo una simpatia nei Suoi confronti o si trova in ricerca.

A quattro anni dal loro avvio ufficiale in diocesi, come sta procedendo l’esperienza delle Unità pastorali?
Mi sembra che tutto sommato l’esperienza stia andando abbastanza bene pur non essendo stata facilissima all’inizio specie per i sacerdoti impegnati come erano a gestire il proprio trasferimento “materiale” e ad entrare nelle dinamiche delle loro nuove comunità.
Ora mi pare di poter dire che in diverse rea­ltà l’esperienza stia crescendo: ci si rende conto che le singole parrocchie - ma anche le comunità più piccole - hanno una propria identità che nell’Unità pastorale non va perduta e possono arricchirsi nel rapporto con gli altri.
Certamente sarà ora importante costituire una vera équipe che assuma la guida dell’Unità pastorale composta non soltanto da sacerdoti, diaconi, religiosi ma anche da laici capaci di farsi carico delle responsabilità e che condividano con il parroco (nel rispetto delle diverse ministerialità) una visione più ampia sull’intera Unità pastorale.
È questa una strada su cui camminare e che potrebbe portare davvero molto frutto.

L’estate scorsa è stata segnata in diocesi dal trasferimento di diversi sacerdoti e parroci a nuovi incarichi ma anche da una serie di nomine laicali che hanno interessato ruoli di rilievo nella Curia diocesana. Quando pensiamo alla Curia, l’immaginario collettivo va soprattutto ad una serie di uffici e montagne di pratiche burocratiche. Ma che ruolo svolge oggi la Curia nella vita della Chiesa locale e quale apporto potrà dare al prossimo Sinodo dei vescovi?
La Curia dovrebbe essere vista in qualche modo come "il vescovo allargato" comprendendo i collaboratori più diretti del vescovo che non sono tanto al suo servizio quanto a servizio della Chiesa particolare. Il loro è un compito da svolgere con grande cordialità, ascolto, disponibilità e certamente anche con la necessaria competenza. Una competenza magari non necessaria a livello parrocchiale ma più che mai richiesta in quello diocesano.
Insisto spesso nel sottolineare che la nostra è una Chiesa molto bella e molto ricca ma manca ancora un po’ di spirito unitario: dobbiamo riuscire a vederci non come una specie di federazione di parrocchie e associazioni ma come una realtà unitaria presente attorno al vescovo (chiunque egli sia!) per camminare insieme: la Curia rappresenta un po’ tutto questo!
Se parliamo di Sinodo, ritengo che la Curia possa aiutare soprattutto gli uffici di carattere pastorale ad avere un rapporto con quelle realtà "esterne" al solito ambito ecclesiale che le parrocchie riescono magari con molta fatica a raggiungere: penso al mondo della sanità, della scuola, del lavoro, dell’educazione con cui gli uffici competenti hanno già delle relazioni e che possono attivare per rendere ancora più completo il cammino del Sinodo.

Nella Messa del Crisma del Giovedì Santo del 2015, papa Francesco invitava i sacerdoti ad imparare "la santa stanchezza". Pare quasi una provocazione per un clero come quello della nostra diocesi in cui l’avanzare dell’età limita inevitabilmente le forze attive, obbligando chi continua ad essere impegnato pastoralmente ad un onere ancora maggiore. Cosa fare perché la stanchezza diventi veramente santa?
Perchè la stanchezza sia davvero santa - e lo dico prima di tutto a me stesso - è necessario riposare.
Non possiamo sentirci i salvatori del mondo ma dobbiamo essere capaci di attivare delle collaborazioni esterne (a cui dobbiamo molta riconoscenza): il sacerdote non deve mai fare da solo - anche se giovane, capace e bravo - ma proprio perché è al servizio della comunione e di una comunità deve trovare momenti di riposo anche spirituale.
Alla gente andrà spiegato che il sacerdote si allontana dalla parrocchia per un ritiro e che, salvo imprevisti, in quei giorni non si tiene la celebrazione eucaristica: i fedeli potranno trovarsi in chiesa per recitare i vespri, per le lodi o per il rosario sapendo che il sacerdote è via qualche giorno per pregare. Non si tratta di scappare ma di ritrovare quella profondità del rapporto con il Signore che poi diventa fondamentale anche nell’azione pastorale.

Molto spesso sentiamo dire che la Chiesa non riesce a capire le esigenze dei giovani. Eppure gli ultimi anni, per il mondo giovanile, sono stati caratterizzati da un particolare impegno per l’ecologia. Il movimento "Friday for future" ha richiamato nelle piazze di tutto il mondo centinaia di migliaia di ragazzi e giovani per un’attenzione alla cura della casa comune che è alla base anche dell’Enciclica "Laudatoo Sii" di papa Francesco. Il (non) rapporto fra Chiesa e giovani è solo una questione di mancanza di linguaggio comune?
Certamente il tema del linguaggio è importante e non riguarda soltanto la Chiesa.
Le giovani generazioni - per quanto posso capire - sono fatte da persone certamente capaci, ricche anche di entusiasmo, di sogni, di impegni ma con situazioni di maggiore fragilità e piste di crescita nella vita meno definite rispetto al passato.
Pensiamo soltanto al mondo del lavoro ma anche alla scelta del percorso scolastico: una volta più facilmente i ragazzi e le ragazze avevano ben delineato nella propria mente quello che avrebbero voluto fare nella vita e così cercavano di frequentare la scuola più corrispondente a questo percorso tanto da trovare magari con maggiore facilità un inserimento nel mondo del lavoro rispetto ai loro coetanei di oggi. Adesso tutto questo risulta più difficile ed anche i giovani sono in una situazione di maggiore frammentazione: è più difficile parlare di gioventù nell’insieme.
Sotto questo aspetto, per chi è più anziano diventa anche più difficile trovare delle forme di dialogo per intendersi coi giovani.
Certamente la Chiesa - e non soltanto papa Francesco - rivolge comunque ai giovani la Parola della verità, la Parola del Vangelo della salvezza che viene dal Signore e che va ovviamente declinata con l’attenzione alle problematiche di oggi del loro mondo quali quella ecologica e culturale, quella educativa e lavorativa… Ho l’impressione, poi, che nel loro orizzonte futuro resti almeno come desiderio (se non piuttosto come un sogno!) l’avere una famiglia e dei figli, il formare un qualcosa di bello e positivo per la società.
Certamente ci troviamo dinanzi ad una situazione che non è per niente facile ma guai a noi se rinunciassimo al messaggio che ci viene dal Vangelo di salvezza e di gioia per tutte le età!

È ormai trascorso un anno dall’annuncio ufficiale della scelta di NovaGorica quale Capitale europea della cultura insieme a Gorizia nel 2025. Lei ha più volte sottolineato l’opportunità di fare delle due città le capitali della cultura europea. Ci lascia tre parole su cui fondare il lavoro nei prossimi tre anni per far sì che l’appuntamento del 2025 non si limiti ad una serie di eventi fini a se stessi ma rappresenti un punto di partenza per il rilancio delle due città e dei loro territorio, offrendo soprattutto un’opportunità per il futuro dei giovani?
Penso che la prima parola sia conoscenza.
Ci siamo accorti che, al di là delle frasi un po’ retoriche, non ci conosciamo tantissimo fra Gorizia e Nova Gorica e questo vale anche nel mondo ecclesiale.
La seconda parola è speranza.
La speranza di non realizzare un evento semplicemente chiuso in se stesso ma capace di aprire ad una disponibilità e ad un lavoro anche futuri…
E certamente la terza parola non può che essere Europa.
L’Europa intesa come una realtà in cui sentirsi inseriti, che ci garantisce comunque una pace ed una possibilità di dialogo.
La nostra realtà, posta sul confine fra il mondo slavo e latino (un confine a lungo martoriato nel secolo scorso), può portare qualcosa di positivo all’Europa nei temi della pace, dell’accoglienza, del dialogo, della singolarità di culture diverse che sono tanto più ricchezza quanto più sono capaci di intessere dialoghi.

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