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Insegnare a dire “grazie”

Si è svolto domenica 9 ottobre il tradizionale pellegrinaggio delle diocesi di Gorizia e Koper a Montesanto - Sveta Gora. Il tema scelto per quest’anno è stato: "Venite insieme a chiedere la grazia". Alle 16 il vescovo Carlo ha presieduto l’Eucarestia nel santuario mariano, concelebrata da numerosi sacerdoti delle due diocesi ed a cui hanno partecipato fedeli italiani e sloveni. Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da mons. Redaelli.

Parole chiave: Montesanto (8), Svetagora (3), arcivescovo (61)
Insegnare a dire “grazie”

Un elemento semplice, ma molto significativo dell’educazione dei bambini, molto curato nel passato, ma spero ancora oggi, è quello di insegnare a dire "grazie". Non è solo questione di buona educazione, ma è insegnare al bambino ad alzare gli occhi dal regalo alla persona che glielo ha donato. Alzare gli occhi dal dono alla persona, guardare il suo viso sorridente, significa che capisci che non è tanto importante il dono, ma chi te lo ha offerto. Il dono è solo il segno dell’affetto, dell’amicizia, dell’amore della persona nei tuoi confronti. Per questo si educa giustamente i bambini fin da piccoli a dire grazie, perché si vuole insegnare loro la relazione di affetto con le persone.
Abbiamo ascoltato il Vangelo: solo uno dei lebbrosi guariti torna da Gesù per ringraziarlo. Il Signore sottolinea che mancano gli altri nove, che pure aveva guariti. Notate che aveva fatto loro un regalo immenso. La lebbra non era - ed è - solo una grave malattia, che ti consuma (sono stato un paio di volte in un lebbrosario e vi assicuro che si resta male a vedere le persone con le mani, e non solo, mangiate dalla malattia…). La lebbra per la sua contagiosità e pericolosità (più del Covid…) faceva escludere le persone dal villaggio e dal contatto con gli altri.
Gesù ci resta male davanti al fatto che nove non tornano da Lui. Ma non perché voglia farsi ringraziare, quanto piuttosto perché non hanno capito che la cosa decisiva non è la guarigione, ma il rapporto con Lui, capire che Lui vuole bene a loro, che la loro vita e non solo la loro salute è salvata da Lui.
Eppure avevano cominciato bene. Vi faccio osservare un particolare un po’ curioso: siamo nel capitolo 17 del Vangelo di Luca, quindi piuttosto avanti nella vita e nella missione di Gesù, ma è la prima volta che Gesù viene chiamato per nome (ci saranno altre due persone che lo faranno, sempre nel Vangelo di Luca, Zaccheo e il cosiddetto buon ladrone). Chiamare per nome è segno di relazione, di confidenza, di fiducia. Una relazione che però purtroppo continua solo con uno dei lebbrosi.
A lui Gesù dice: "La tua fede ti ha salvato!". Che cosa è la fede? Questa fede che salva? Appunto il rapporto con Gesù e non anzitutto credere a una serie di verità. Si può credere in Dio e in tutte le verità del credo e sapere a memoria il catechismo, ma non essere in relazione con Lui e quindi non essere realmente credenti. E si entra in relazione con Lui proprio quando ci si rende conto del suo amore.
Stiamo celebrando come ogni domenica l’Eucaristia, lo facciamo in questo santuario che è per tutti molto caro di qua e di là del confine. L’Eucaristia, come dice il nome, è ringraziamento, è il nostro grazie a Gesù che ancora una volta si dona a noi. Proprio ringraziandolo ci apriamo a una profonda relazione con Lui, accogliendo con gioia la sua Parola ed entrando in comunione con il suo Corpo e il suo Sangue.
L’Eucaristia dovrebbe aiutarci a comprendere, a ricordare che ogni cosa è dono del Signore, ogni realtà che esiste nel mondo. Tutto è dono. Spesso ce ne dimentichiamo e facciamo come il bambino che non riconosce il donatore o, per usare un’immagine molto significativa utilizzata da sant’Agostino, siamo come una fidanzata che si innamora dell’anello regalatole dal futuro sposo e non di lui.
Anche noi ci innamoriamo del creato, delle creature, delle bellezze del mondo, di quanto c’è di positivo quaggiù e dimentichiamo il Creatore, il Donatore, il nostro Sposo.
Ma anche se ce ne dimentichiamo, anche se lo abbandoniamo, anche se lo rinneghiamo, anche se siamo infedeli (cioè senza fede), Lui però resta fedele a se stesso e quindi a noi, perché Lui è l’amore. Lo ha affermato san Paolo nella seconda lettura di oggi: "se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso".  Il primo degli apostoli, Pietro, ha sperimentato questo in prima persona, lui che ha rinnegato Gesù nel momento della passione, ma che è stato poi confermato nell’amore e a lui, a uno che aveva rinnegato e non a un santo, a un perfetto, è stata affidata la Chiesa.
C’è una persona che non ha mai rinnegato il Signore e che è sempre vissuta in un atteggiamento di umile e gioioso ringraziamento. Sì, è proprio Maria che veneriamo in modo particolare in questo santuario. Il suo atteggiamento verso il Signore, che l’ha scelta come madre, è quello del suo magnificat, un inno di lode, di ringraziamento, di adesione al modo di pensare e di agire da parte del Signore.
Mentre ringraziamo il Signore con Lei, vogliamo chiedere la sua intercessione per la nostra umanità che non solo dimentica il Donatore, ma anche rovina e distrugge i doni. Un’umanità che non rispetta la vita delle persone già prima della nascita, che uccide i bambini in guerra o li lascia morire travolti dalle onde del Mediterraneo. Un’umanità che non rispetta i deboli, sfrutta i poveri, violenta le donne, disprezza gli stranieri. Un’umanità che fomenta i conflitti tra e dentro le nazioni. Un’umanità che non si fa pietosa accanto agli anziani, ai malati, ai moribondi. Un’umanità che non rispetta gli esseri viventi, gli animali, le piante e rovina la terra, brucia i boschi, inquina le acque, ammorba l’aria. E potremmo continuare.
Che il riconoscimento, pieno di ringraziamento, del Donatore, ci aiuti a rispettare i suoi doni e a condividerli con gioia tra fratelli e sorelle, in comunione con tutti gli esseri viventi e nella splendida armonia del creato. E quanto chiediamo affidandoci alla Regina di Montesanto.

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