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In Cristo c'è posto per tutti

Chiamati dal Padrone delle messi: le interviste ai nostri sacerdoti

Parole chiave: padre David Bresciani (1), vocazione (7), sacerdozio (21)
In Cristo c'è posto per tutti

Padre David Bresciani S.J., goriziano di nascita, compie gli studi classici nella propria città. A 21 anni entra nell’Ordine dei gesuiti. A Lubiana studia filosofia poi si trasferisce a Roma per proseguire con gli studi di teologia presso l’università Gregoriana. Consegue la licenza in teologia presso il Centre Sèvres, facoltà teologica gesuita di Parigi. Nel 1999 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo padre Antonio Vitale Bommarco nella chiesa di Sant’Ignazio, mentre dice la prima messa al Sacro Cuore. Per diversi anni è stato membro del “Centro Studi e Ricerche E. Aletti” di Roma, centro di impegno ecumenico. A Roma, presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, consegue il Dottorato di ricerca in teologia. Attualmente si occupa di direzione spirituale e di esercizi spirituali ignaziani.

Perché proprio prete?

Forse perché siamo tutti chiamati a diventare preti o meglio sacerdotes cioè uomini che rendono sacre tutte le cose. L'uomo nella sua vita è chiamato a santificare tutto il creato. Così era all'origine l'uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Ma l’uomo, da solo, non ce l'avrebbe mai fatta, era sempre un discorso di collaborazione con il suo Signore creatore. Con il peccato venne meno proprio questa partecipazione dell'uomo al compimento (santificazione) del creato e l’uomo perse la propria identità sacerdotale. In che senso siamo quindi tutti chiamati a diventare sacerdoti? Nel senso che Cristo, sacerdote per eccellenza della nuova alleanza, è l'uomo nuovo al quale siamo tutti chiamati a configurarci. In lui ha inizio la nuova umanità.

Il sacerdozio non è una professione ma una scelta di vita, che non vuole solo far capire o testimoniare qualcosa, ma che, di fatto, fa vivere la vita come un dono e la offre continuamente al Signore affinché rimanga sempre un dono e non diventi invece una merce di scambio: io faccio il bravo e tu Dio mi benedici. Così non va! Il sacerdozio è la vita vissuta come dono gratuito e quindi in un rapporto di offerta-dono continuo con il Signore. Il sacerdote non agisce solo per se stesso, ma per tutta la Chiesa come corpo di Cristo. In senso ministeriale, “al servizio di”, cosicché tutta la Chiesa può vivere veramente la vita come un dono gratuito che va continuamente offerto al Signore affinché la santifichi e noi (popolo di Dio) possiamo in tal modo vivere un'esistenza santificata, che è la vera novità della storia dell’umanità. Una vita santa non significa sdolcinata o senza “macchia”, ma una vita che è strappata dalla corruzione della morte. La vita è un dono e non un diritto e come tale deve essere vissuta. Questo significa vivere in Cristo che è l'unico che ha la vita e la può dare e ricevere dal Padre. In Lui la gratuità non è un problema di etica o di morale bensì la realtà della vita stessa.

Certo, questo discorso teologico, a mio avviso essenziale, lo posso fare oggi, dopo tanti anni di vita consacrata. Non lo potevo fare certo al momento della mia scelta. Si tratta di un discorso che oggi mi sta confermando sempre di più in questa mia scelta e che sempre di più sta orientando il mio cammino personale di sacerdote e religioso. Non sono nato con la vocazione sacerdotale, anzi…! E se anche l'avessi avuta sin da bambino, così, in uno stato embrionale, sono comunque stati per me decisivi piuttosto alcuni incontri, alcune conoscenze e, ne sono sempre più convinto adesso quando ripenso al mio passato, l'incontro con i padri gesuiti. Credo che la mia vocazione sarebbe rimasta lì, in forma virtuale, se non avessi incontrato coloro che poi hanno fatto emergere in me una certa intuizione, un certo desiderio e soprattutto una certa fiducia e sicurezza che questa era per me la strada giusta. Certo, è il Signore che opera, ma Egli opera nella storia, nella nostra storia personale, in modo molto concreto, anche tramite i suoi ministri.

Come hai compreso che questa era la tua vocazione?

Credo che la mia vocazione sia frutto di una grande grazia perché non era da me avere, a un certo punto della mia giovinezza, una tale chiarezza su quello che avrebbe dovuto essere la mia vita. Era una chiarezza profondamente sentita che però non derivava da me appunto, non era mia. Non ne sarei stato capace, ero troppo di “qua”, “da questa parte” per avere le idee così chiare. E poi l'ideale dell'ambiente sociale nel quale vivevo era quello di una vita professionalmente realizzata. Per me sono stati decisivi alcuni sacerdoti di personalità forte, non nel senso di una forza persuasiva ma forti nei contenuti, quelli esistenziali, che toccano le questioni fondamentali della vita e che non riguardano ciò che bisogna o no fare. Essi non moralizzavano sulla mia esistenza, ma parlavano piuttosto delle dimensioni profonde della vita, dove potevo percepite la bellezza di una vita di fede in tutta la sua novità e freschezza. Per me la vita in Cristo, a un certo punto, è diventata una vita piena di colori forti e vivi, un respiro di aria fresca che rivitalizza l'esistenza. Era come dire: in Cristo ci si sveglia veramente dal torpore di un ripiegamento su se stessi e io volevo seguire un Cristo così, quello che seguivano gli apostoli in Palestina, dalla Galilea a Gerusalemme.

Inoltre, sono stati per me importanti gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola. In essi ho percepito tutta la profondità di un cammino spirituale serio. E mi sono detto: se le cose stanno così, allora ci sto. Non c’è stato alcun automatismo in questo, ma una spiritualità così mi dava sicurezza, profondità, contenuto, serietà. La vocazione è qualcosa di molto personale ed io sono sempre più convinto, che tutto ciò che è personale abbia molto a che fare con Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Credo che Dio mi sia venuto incontro. Non che sia stato prescelto, per carità! Penso però che Dio si avvicini a noi in modo personale, molto personale, altrimenti non insiste. Per me è stata una grande grazia il poter percepire la vocazione al sacerdozio: è un grande dono che deve essere custodito e non sciupato. La grazia di Dio è sempre all'opera, è sempre presente, e per scorgerla bisogna avere fiducia e non chiudere il proprio cuore.

Perché gesuita?

Anni fa un sacerdote diocesano, mio amico e coetaneo, mi prendeva in giro in modo simpatico chiamandomi scherzosamente “compagno di Gesù”, come a dire: ma noi, sacerdoti non gesuiti, non siamo pure compagni di Gesù? Certo, ci mancherebbe! Ma credo che l'intuizione di S. Ignazio sia stata all'epoca semplicemente geniale. In una realtà in cui tutta la società era formalmente cristiana, cattolica, dal re all'ultimo suddito, ciò che mancava era proprio questa dimensione di vicinanza, di amicizia, quasi di intimità con il Signore: compagni di Gesù, giustamente! Tutti lo dovremmo essere in un certo senso, anche oggi! Compagnia di Gesù, questo è il nostro vero nome. L'espressione “gesuita”, oramai in uso corrente, ci è stata data da altri. Essere un compagno di Gesù... è bellissimo!

Siamo conosciuti soprattutto per il voto di ubbidienza come carisma nostro particolare. Devo, però, dire che negli esercizi spirituali di S. Ignazio ho da subito percepito una spiritualità di una grande libertà, apertura e con “i piedi per terra”! Tutto, certo, nella grazia dello Spirito Santo, ma tutto molto vero! “Trovare Dio in tutte le cose”, dice S. Ignazio di Loyola, il nostro fondatore, il che significa accogliere tutto come provvidenza di Dio, come l'evolversi della storia, anche quella molto personale, secondo la sua saggezza di Dio Padre. Da questo passo trae origine la nostra ubbidienza. Non da regole, precetti, codici, norme, ma dalla consapevolezza che Dio è nostro Padre e noi siamo suoi figli e che tutto il resto è relativo o meglio che va accolto con gratitudine come dono di Dio. E allora tutto diventa bello, interessante e non ci si spaventa della realtà, del mondo, dell'esistenza.

Solo in quest'ottica possiamo capire l'opera missionaria di un Matteo Ricci o di un Roberto de Nobili, solo per citare alcuni dei nostri missionari più illustri. E non è necessario neppure andare così indietro nel tempo, è sufficiente ricordare il cardinale Carlo Maria Martini e la sua apertura al mondo laico. Il cardinale era un uomo di Dio, di una fede profonda e senza paura, non nell’esprimere il proprio pensiero, ma nell'accogliere le persone di diversa provenienza, nella sua apertura paterna al mondo, ai credenti, ai dubbiosi, ai non credenti.

Nella storia siamo stati criticati e ammirati (in questo non siamo un’eccezione!). Per capire chi siamo ci vuole un po' di sobrietà, non bisogna idealizzarci ma nemmeno biasimarci. Siamo un dono per la Chiesa, e come tale facciamo parte dell'opera di salvezza che nella storia Cristo sta portando avanti. Se così non fosse, allora sarebbe meglio non esserci.

Per me, quando stavo decidendo che cosa fare della mia vita, la domanda principale era, se diventare gesuita o meno. Se non avessi scelto la Compagnia di Gesù, probabilmente non sarei diventato nemmeno sacerdote, vedevo la mia vocazione sacerdotale solo all'interno dell'Ordine dei gesuiti.

Un richiamo forte per me è stato il vedere i gesuiti come un gruppo di uomini, di sacerdoti che lavorano assieme in uno spirito di sostegno reciproco, per il regno di Dio. Quasi come una squadra di calcio ben affiatata. Non voglio idealizzare troppo, ma comunque dopo tanti anni di appartenenza all’Ordine posso dire che la vita comunitaria è un dono molto prezioso per la vita personale come anche per la nostra missione. Infatti, sei messo continuamente in discussione e di conseguenza puoi conoscerti più a fondo giorno dopo giorno. Non avevo subito colto questo aspetto della “vita in comune” e inizialmente non mi è stato affatto chiaro. Ma per me è come uno scoprire progressivo che la scelta fatta ventiquattro anni fa è stata proprio quella giusta.

Perché proprio gesuita? In ultima analisi penso proprio perché li ho incontrati e me ne sono entusiasmato.

A te giovane che stai pensando a questa vocazione vorrei dire...

Di non aver paura! La paura non è mai buona consigliera e questo è vero per qualsiasi scelta si debba fare. La paura significa anche solitudine. Invece per poter scegliere dobbiamo avere un riscontro da qualche parte, un consiglio, se vogliamo. La domanda allora è: chi ci consiglia nella vita? Da piccoli avevamo i genitori, ma ora? Non è sufficiente essere adulti per poter avere la giusta visione delle cose e per poter prendere la giusta decisione. Abbiamo bisogno di parole di vita, quelle che riempiono i nostri cuori di senso, di profondità, di speranza e in fondo di amore.  La dignità dell'uomo, e tutti la cerchiamo, è quella dello stare di fronte a Dio. Questa è la nostra natura!

In secondo luogo, poi, l'invito è quello di avere fiducia. Se Dio chiama non ci lascia soli. Egli non si prende gioco di noi perché ha dato la propria vita per tutti noi, sacerdoti e non. Da parte sua la fedeltà e la misericordia sono inamovibili. Di qualcosa l'uomo prima o poi deve fidarsi. È questa la nostra natura umana: persone relazionali che cercano fiducia, sincerità, amicizia. La questione è: di che cosa o meglio di chi ci fidiamo? La tragedia della società di oggi è che viviamo in un clima di poca fiducia. È come se a monte ci sia stata una grande delusione, uno scoraggiamento su tutti i fronti. Questo stato di cose è preoccupante perché può generare intolleranza e violenza. Dobbiamo avere fiducia in qualcuno e credo che Dio non deluda l'uomo!

Certo, per quanto riguarda le vocazioni, non dobbiamo essere ingenui né sprovveduti. Tutti quelli che volevano convincermi a scegliere il sacerdozio riuscivano sempre a infastidirmi e l’effetto che sortivano era sempre il contrario di quello che essi si proponevano. Quando, invece, ho incontrato sacerdoti che parlavano del significato e della bellezza del matrimonio e dell'innamoramento, si è accesa in me una scintilla in favore del sacerdozio. Sarà stata l’abilità o piuttosto la profonda conoscenza dell’animo giovanile dei padri gesuiti che riuscirono a cogliere questo paradosso in un giovane ragazzo di diciotto anni. D’altronde parlare del sacerdozio, come anche dell'altruismo, della dedizione, ad un adolescente ancora in cerca della propria identità umana, non è che serva a molto. Non si sceglie il sacerdozio perché c’è bisogno di sacerdoti o per uno spirito di dedizione e di altruismo, ma perché è il Signore che lo dice al nostro cuore.

Personalmente non temo la crisi attuale di vocazioni. Mi spaventano piuttosto le ondate di entusiasmo facile e nostalgico di un passato che non c'è più. Cristo non guarda indietro ma in avanti e noi dobbiamo seguirlo. Io credo, che sia meglio essere in pochi ma umili e cioè desiderosi di stare con il Signore. In un certo senso l’Europa sta diventando una terra di missione e bisognerà organizzarci diversamente.

Ho conosciuto molti sacerdoti esemplari anche nella nostra diocesi di Gorizia e mi sia permesso di ricordare qui in particolare due padri gesuiti ai quali ho avuto la grazia di stare vicino per qualche tempo: padre Gino dalla Vecchia, per molti anni superiore della comunità di Gorizia e il cardinale padre Thomáš Špidlík. Due sacerdoti che vedevo sempre circondati da persone, mai soli. Eppure ad un certo punto della loro vita hanno dovuto affrontare la realtà della dipartita da questo mondo. Questo è un momento in cui ognuno di noi è solo, messo di fronte a se stesso e a Dio. Nessuno dei due se ne è andato con rimorsi, rancori, ma la loro vita è stata un’offerta di gratitudine al Signore. A vent’anni quando stavo per decidere della mia vita (se andare o no dai gesuiti), mi è stata rivolta una domanda a dir poco strana: cosa avrei voluto essere sul letto di morte? Sbigottito ma senza esitazione: “un sacerdote gesuita”, ho risposto. Eppure ero così giovane e pieno di incertezze e di dubbi. Di certo è stata una chiamata.

Se la vocazione è vera, caro giovane o meno giovane, non prestare attenzione alle paure, alle tentazioni che dicono il contrario, sarebbe una perdita per te. Abbi piuttosto fiducia in Dio! Ma se, invece, il pensiero di farti sacerdote non ha in te un fondamento, allora non preoccuparti per niente, sii tranquillo. In Cristo c’è posto per tutti.

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