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Il tempo dei Neet

Negli ultimi anni, a livello sociologico, si usa abbastanza frequentemente un acronimo inglese per descrivere la situazione di quei giovani che sembrano avere un atteggiamento rinunciatario nei confronti della vita, di chi ormai vive da rassegnato. Si parla di NEET che sta per "not (engaged) in education, employment or training", ovvero letteralmente persone "non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione"

Anche se questa condizione riguarda una piccola parte della popolazione giovanile, è comunque un segno preoccupante di una generazione che fa fatica a scegliere nella propria vita, che sembra non avere speranza, che sembra affrontare la vita fin dall’inizio con un senso di sconfitta.
Un mondo adulto che ruba ai giovani la speranza e il desiderio di scegliere e di giocarsi deve fortemente interrogarsi.
A questo servirà anche il Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2018 che avrà come tema proprio "I giovani, la fede, il discernimento vocazionale".
Questo Sinodo sarà una grande occasione per la comunità cristiana per pensare quale fede e quale mondo desidera donare ai giovani di oggi, che significa dire quale fede e quale mondo desideriamo e speriamo per domani.
Fra le priorità che sono state individuate nell’agenda del Sinodo, c’è anche quella della difficoltà dei giovani ad effettuare le scelte.
Tante sono le ragioni che contribuiscono a questa difficoltà: il contesto di fluidità e precarietà, una concezione di libertà come possibilità di accedere ad opportunità sempre nuove, la carenza di modelli di perseveranza, la reversibilità di tutte le operazioni…
È come se in questi ultimi decenni si fossero moltiplicate a dismisura le possibilità, ma senza allenare sufficientemente la libertà chiamata poi a scegliere tra queste possibilità. L’abbondanza di opzioni invece di essere fonte di gioia e di un senso di ricchezza, diventa motivo di smarrimento e di incapacità di scegliere.
In questo contesto parlare di vita come vocazione può essere davvero una buona notizia che aiuta i giovani a prendere le decisioni della vita sapendo che di non essere soli davanti ad essa, ma di collocarsi in una dimensione dialogica.
Parlare di vita come vocazione significa sapere che il Signore e la vita stessa invitano ogni persona a prendere una posizione non nella tabula rasa delle infinite possibilità, ma nel contesto di una comunità, a partire da alcune caratteristiche persona, sapendo che la destinazione di ciascuno è il dono di sé.
Il fatto che alcuni giovani scelgano ancora ai nostri giorni di giocarsi nella vita presbiterale, nella vita consacrata e nella missione diventa una buona notizia per ogni persona che può vedere modelli realistici di vita donata, di vita come risposta ad una chiamata, di orientamento di tutte le proprie capacità in una missione ben precisa.
Chiedere il dono delle vocazioni di speciale consacrazione non è solo funzionale alle esigenze della comunità cristiana, ma è motivo di speranza per ogni persona, al di là dell’appartenenza esplicita alla Chiesa.
Il fatto che ci siano dei giovani che si giocano in progetti forti incoraggia ciascuno a non rassegnarsi davanti alle sfide della vita.
Le vocazioni di speciale consacrazione possono nascere solamente nel contesto di comunità che si sentono in uscita, che sono capaci di preghiera autentica, che hanno il coraggio del dono di sé, che vivono in modo significativo il servizio, che non caricano sui giovani delle attese irrealistiche. Pregare per le vocazioni allora significa desiderare la speranza di questo nostro mondo.

* Incaricato diocesano per le vocazioni

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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