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Il grande gesto di carità che Dio ha compiuto per l'umanità

Per il tempo d’Avvento la Caritas diocesana di Gorizia propone letture e riflessioni per meglio comprendere Incarnazione e Nascita del Signore

Parole chiave: Gocce di Carità (11), Avvento (74), lettura (11)
Il grande gesto di carità che Dio ha compiuto per l'umanità

Nelle quattro domeniche di Avvento nelle pagine di Gocce di Carità si presenteranno i brani del Vangelo e i commenti proposti nel momento di preghiera vissuto sabato 14 novembre nella chiesa dei Cappuccini a Gorizia in occasione della IV Giornata Mondiale dei Poveri.
I brani del Vangelo che troverete sono quelle che svelano che il più grande gesto di carità che Dio ha compiuto per l’umanità è donarci il Suo Figlio.
La Crocefissione è stato il più grande atto di misericordia e di carità di Gesù che si è chinato sull’umanità. Dalla Crocefissione possiamo comprendere meglio anche la Sua Incarnazione e la Sua Nascita.

Dal Vangelo di Marco (Mc. 15,33-38)
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: "Eloì, Eloì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Ecco, chiama Elia!". Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: "Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere". Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: "Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!".

Commento di don Maurizio Viviani, Diocesi di Verona
La croce è l’espressione più elevata dell’amore, che ha il potere di trasfigurare il fallimento e la sofferenza.
Amare significa dimenticarsi di sé stessi, giorno dopo giorno offrire un pezzetto di vita, donarsi senza riserve, accogliere ciò che è altro da sé per offrirlo al Signore.
La prospettiva della croce è così la strada dell’amore che è "come quello di Gesù", di quell’amore talmente forte e bello che porta gradualmente a donare la propria vita, a renderla un’offerta bellissima per amore.
La croce così non esalta la morte, bensì il dono della vita, la gioia dell’amore sincero, gratuito che arriva fino all’offerta di tutto ciò che vi è di più prezioso, fino al dono di sé.
La croce allora rende la vita un’esperienza meravigliosa; essa è spazio di amore infinito, luogo di speranza, segno di appartenenza, di fedeltà e di vittoria.
Rinnegare sé stessi non significa non accogliersi, non accettarsi per quello che siamo ed esprimiamo.
Il significato evangelico è tutt’altro, è piuttosto la richiesta di Gesù, che fa a ciascuno di noi, di un cambio di prospettiva: dal sé all’altro.
La salvezza dell’uomo non passa attraverso l’idolatria del sé, la strada dell’egoismo, ma piuttosto attraverso la via del dono, dell’attenzione all’altro, attraverso una relazione profonda con Colui che ha dato la vita in "riscatto per molti".
Ecco il significato delle parole di Gesù: "Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà". La prospettiva indicata da Gesù, con queste sue parole, è una prospettiva di vita concreta in cui l’attenzione viene riposta su tutto ciò che si traduce in un atteggiamento di amore, di accoglienza e fraternità, di vicinanza a chi soffre, a chi esprime un bisogno, a chi manifesta sofferenza e chiede aiuto.
La croce è così spazio di amore oblativo, che non guarda il proprio interesse e che comprende tutto ciò che incontra.
Ciascuno di noi è chiamato quindi a fare una scelta, salvare o perdere la propria vita, ossia vivere per il Regno, o vivere per sé.
Fare della propria vita un dono, conduce l’uomo alla salvezza; cercare nel proprio "io" la ragione e il senso della vita, porta l’uomo alla chiusura.
La Chiesa ha bisogno di uomini e donne che hanno "deciso" per il dono, hanno accolto le parole di Cristo abbracciando la croce, non secondo le proprie capacità, ma affidandosi a Dio, consapevoli che il sacrificio che essa chiede, non è nulla rispetto alla gioia e alla pienezza che, attraverso di essa, il Padre ci dona.
In questo modo saremo in grado di rispondere alla domanda che Gesù rivolge anche a noi: "Ma voi chi dite che io sia?", perché sentiremo che la sua presenza nella nostra vita porta pace e serenità e ci verrà spontaneo rispondere, come ha risposto l’apostolo Pietro, perché "quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il popolo" (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 268).

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