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Il deserto luogo della rivelazione

Un ambiente assolutamente trasversale alle culture, alle spiritualità e alle tradizioni religiose

Parole chiave: deseerto (1), rivelazione (1), corano (4), quaresima (53), bibbia (4)
Il deserto luogo della rivelazione

"Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto" (Mt 4,1).
Sono queste le parole tratte dal Vangelo secondo Matteo con cui abbiamo iniziato il nostro cammino di Quaresima. Un cammino di silenzio, di contemplazione, di preghiera… un tempo in cui verificare sé stessi e la propria fede, un tempo appunto di "deserto".
Ed è proprio il tema del deserto su cui ci vogliamo soffermare; esso è infatti un ambiente assolutamente trasversale alle culture, alle spiritualità e alle tradizioni religiose.
Nella Bibbia, il deserto si presenta contemporaneamente come il luogo delle grandi rivelazioni, dove Mosè vide il roveto ardente, dove Dio donò la Legge al suo popolo, dove Israele fu nutrito e dissetato da Dio. L’esperienza profetica arricchisce ulteriormente la simbologia del deserto biblico presentandolo come il luogo privilegiato dell’incontro con Dio, dove il Signore si rivela al profeta Elia nella "voce di un silenzio sottile". Il profeta Osea infine presenta il deserto come il luogo della rinascita di Israele, dove il Signore si rivela come Colui che parla al cuore, che attira a sé la sua sposa infedele, rinnovandole l’alleanza nuziale. Solamente chi è disposto a lasciarsi condurre nel deserto, conoscerà il vero Dio.
Nell’episodio evangelico che ci introduce alla Quaresima, è Gesù ad andare nel deserto per fare verità in sé stesso e sulla sua missione di Figlio di Dio, di fronte alle tentazioni, Gesù ci dice chi Egli è: l’uomo che non pone le sue sicurezze nei beni materiali, lontano dalla logica del potere, che sa fare spazio alla volontà di Dio nella sua vita. Fortificato dalla lotta nel deserto, Gesù potrà intraprendere il suo ministero pubblico!
Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, lo si traversa. Quaranta anni, quaranta giorni: è il tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù. Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza. E, forse, l’immensità del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito "disertare", ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell’avventura della libertà. Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino, perché è il cammino che "ti costruisce". Però per compiere questo cammino occorre essere leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spoliazione. Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante. L’uomo del deserto può così riconoscere la presenza di Dio.
Carlo Carretto ci parla di questo cammino nel deserto in questi termini: "Questa parola "deserto", è ben più di un’espressione geografica che ci richiama alla mente un pezzo di terra disabitato, assetato, arido e vuoto di presenze. Per chi si lascia cogliere dallo Spirito che anima la Parola di Dio, "deserto" è la ricerca di Dio nel silenzio, è un ponte sospeso gettato dall’anima innamorata di Dio sull’abisso tenebroso del proprio spirito, sui profondi crepacci della tentazione, sui precipizi insondabili delle proprie paure che fanno ostacolo al cammino verso Dio".
Con questo possiamo già delineare alcune prospettive chiare che l’idea di deserto esprime: esso è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio; è un luogo di silenzio e di riflessione. È incontro: questo può avvenire solo mediante una chiamata di Dio, ma la chiamata vuole sempre una risposta libera e decisiva dell’uomo. È silenzio: è cioè la capacità di far tacere noi per far parlare finalmente lui. Il silenzio è il riconoscimento della nostra insufficienza e del nostro peccato che ci porta ad essere persone limitate e contingenti. È riflessione: è cioè la preghiera incessante, è il ritrovare, in questa solitudine, il giusto senso e il giusto valore delle cose che ci circondano, è trovare il vero senso della vita.
Nel Corano, il Libro sacro dell’Islam, la parola "deserto" si ritrova stranamente poche volte, tuttavia è pur vero che questo ambiente è caratterizzante per il testo. Il deserto della penisola araba, secondo la tradizione musulmana, è stato l’ambiente germinale della discesa (tanzil) della Rivelazione al Profeta; i primi credenti hanno vissuto in questo ambiente desertico e la prima espansione della umma ha inglobato, partendo dal deserto della penisola araba, un’altra vasta zona desertica, il Sahara. Il deserto è quindi, l’ambiente vitale in cui la rivelazione coranica è nata e maturata e di cui ha ampiamente assorbito il linguaggio, gli usi e i costumi tribali. La citazione esplicita della parola "deserto" si trova nella sura 12, 100 in cui si riporta la storia di Giuseppe e in cui egli dopo essersi fatto riconoscere dai fratelli esclama: "Egli è stato buono con me liberandomi dalla prigione e facendomi venire dal deserto". Nella sura 33, 20 quando si rimproverano quelli che non hanno sostenuto Muhammad nella difesa di Medina dall’assedio dei meccani politeisti (battaglia del fossato 627), e in cui si dice che essi preferirono "starsene nel deserto"; infine nella sura 56, 73 in cui si parla del fuoco come richiamo di Dio Onnipotente "per gli abitanti del deserto" affinché essi ricordino i tormenti della Gehenna.
Tuttavia il passaggio più significativo mi sembra - anche se non si trova esattamente la parola deserto - quello del racconto della nascita di Gesù, il grande profeta coranico. Nella sura 19, 22 si trova: "Maria dunque concepì il bambino e si appartò con lui in un luogo lontano". Tutto il percorso del concepimento e della nascita di Gesù, nel Corano, sono collocati in un ambiente desertico. Questo è significativo: è il deserto che dà corpo alla Parola!
Proprio come nel nostro tempo di Quaresima, dove siamo invitati a dare corpo, a dare mani, piedi e cuore alla Parola del Signore, a prepararci ad accogliere l’annuncio della speranza della vita che non muore.
Solamente chi è disposto a lasciarsi condurre nel deserto, conoscerà il vero Dio. La via che conduce a Dio passa quindi per il deserto della propria realtà, richiede la disponibilità a entrare in sé stessi, nella propria debolezza, impotenza, aridità. In questo passaggio del deserto non siamo abbandonati, lasciati soli, ci facciamo accompagnare dal Beato Charles de Foucauld, abitatore, fratello, evangelizzatore silenzioso e infine martire del deserto; unica presenza cristiana in una terra totalmente islamica. Egli fu come "un chicco di grano nel deserto"; quando la sera del 1 dicembre 1916 venne ucciso da una banda di predoni a Tamanrasset, nel profondo sud dell’Algeria, il suo sangue si mischiò alla sabbia del deserto… apparentemente solo, ma con lui c’era il Maestro, Gesù-Eucarestia in una piccola teca…
Nonostante tutto è proprio il deserto il luogo delle grandi rivelazioni di Dio, il luogo in cui Egli parla al cuore dell’uomo… Buon cammino quaresimale allora, buon cammino nel deserto!

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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