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Il Burkina Faso vera terra di missione

Intervista a padre André Zerbo, vicario generale della Diocesi di Dedougou sulla situazione nel Paese ed i rapporti tra cristiani e musulmani

Il Burkina Faso vera terra di missione

In una Chiesa che continua a crescere, importante è lo scambio di competenze e di informazioni tra tutte le parti che la compongono. All’interno di questo moderno "progetto" rientra anche il soggiorno che padre André Zerbo, vicario generale della Diocesi di Dedougou in Burkina Faso, sta effettuando presso la parrocchia della Marcelliana a Monfalcone. Da qualche tempo è ospite in Diocesi proprio per "carpirne" le modalità organizzative e gestionali, sia per quanto riguarda le parti più burocratiche, che per quanto concerne la pastorale.
Abbiamo colto l’occasione della sua presenza qui per incontrarlo e farci raccontare proprio da lui della Chiesa del suo Paese, ma soprattutto di come sia vissuta la convivenza tra cristiani, musulmani e altre religioni alla luce degli attentati dell’Isis che hanno scosso il Burkina Faso, l’ultimo proprio poche settimane fa.

Padre André, come definirebbe la situazione della Chiesa cattolica in Burkina Faso in questo momento?

La Chiesa in Burkina Faso è una Chiesa molto giovane, presente nel Paese da poco più di 100 anni. Gli stessi sacerdoti sono molto giovani, così come lo sono i suoi vescovi. Ci sono 15 diocesi e nella mia, Dédougou, dove contiamo 14 parrocchie.
I Cristiani non fanno la maggioranza della popolazione, ma è una Chiesa in fermento, molto viva e valida, che fa sentire la propria presenza. È una chiesa che continua a crescere e ha tanto da fare, non essendo in molti; è veramente una terra d’evangelizzazione.
La cosa bella nel nostro Paese è che si vive realmente in pace gli uni con gli altri, che siano i musulmani, quelli della religione tradizionale, i protestanti…si vive tutti insieme molto bene. A volte anche all’interno della stessa famiglia sono presenti più credo religiosi e alle principali celebrazioni ci si invita reciprocamente. Un esempio: nella mia chiesa il capo musulmano partecipa alla Santa Messa nelle occasioni principali del nostro culto, così come noi prendiamo parte alle loro celebrazioni alla moschea.

Dopo gli attentati di matrice islamica dello scorso anno e l’ultimo di poche settimane fa, persiste questo clima di pace? Come viene percepita e vissuta la presenza di queste "schegge impazzite" da parte della popolazione?

La cosa bella in Burkina Faso è che la solidarietà nasce dalla famiglia - la cosa che per questa società conta di più -, le religioni vengono dopo. Pertanto, nonostante questi attentati, continuiamo a vivere insieme, amando il Paese e sviluppando il patriottismo, sia da parte dei cristiani che da parte dei musulmani, perché tutti sono consapevoli che la religione non "comanda" di andare ad uccidere qualcun altro.
Forse, tra la gente, potrebbe svilupparsi qualche sentimento di inimicizia, ma il Burkina Faso ritengo sia forte da questo punto di vista: tutti sono consapevoli che quelli che hanno realizzato gli attentati sono elementi provenienti da fuori, e questo continua a creare coesione.
Dopo gli attentati e alcune tensioni al nord del Pese, i capi musulmani hanno preso su di sé la responsabilità di educare la propria gente, soprattutto dal momento che in un Paese povero è facile ingannare la gioventù con promesse di denaro, come effettuato dai gruppi armati e terroristici.
Al di fuori di ciò, il Burkina Faso è un Paese di pace, si vive bene insieme e la collaborazione tra le parti religiose è stretta e continua.

Quello attuale è il momento in cui le chiese d’Africa stanno andando incontro alla propria autonomia. Cosa chiedono quindi ora alle chiese d’Europa?

Esattamente, l’organizzazione pastorale sta insistendo sull’autonomia, chiedendo ai cristiani africani di prendere in carico la loro Chiesa, ma come un figlio che sta crescendo, non può lasciar perdere l’aiuto dei genitori. Ciò che possiamo fare autonomamente, lo facciamo; ciò che è possibile chiedere alle Chiese "anziane", lo chiediamo, ma si vede davvero come la gente stia comprendendo che è tempo per loro di prendere la Chiesa in carico, di prendersene cura. Pur senza una separazione totale.
Ciò che si può realizzare - come facendo io in questo periodo -, è uno scambio: venire in Europa per "scoprire" com’è organizzata la Chiesa qui, non solo a livello materiale ma anche e soprattutto a livello pastorale. Oggi la Chiesa africana è guidata da vescovi e sacerdoti africani; dobbiamo quindi includere le nuove situazioni dell’Africa all’interno dell’organizzazione pastorale. Si tratta di capire come evangelizzare alla luce delle nuove condizioni, che includono problematiche politiche e a volte guerre civili.
Nella nostra terra ci sono poi veramente tante vocazioni: una gioia, ma anche una fonte di preoccupazione, perché questi ragazzi che frequentano il seminario maggiore, non sempre hanno modo di pagare con facilità per la loro formazione. I nostri cristiani li aiutano come possono, ma a volte non è sufficiente. Ecco, forse la Chiesa d’Europa ora potrebbe aiutarci in questo, a sostenere la formazione, anche in un’ottica di garanzia per il futuro della Chiesa - i sacerdoti africani stanno sempre più diventando missionari, anche la mia Diocesi conta già numerosi sacerdoti in Francia, Belgio, Marocco, Mali e Russia -.

Guardando anche al panorama politico ed economico, quali difficoltà permangono nel Paese? Quali passi si stanno tentando di compiere?

A livello politico, il Burkina Faso è un’ex colonia francese e questo ha significato molto nello sviluppo del Paese, che dopo l’indipendenza ha attraversando un lungo periodo caratterizzato da numerosi colpi di Stato. Adesso c’è una speranza di democrazia. Io tendo sempre a sottolineare che non si può spostare la democrazia dell’Europa in Africa ma va costruita: ci vuole una democrazia "all’africana", perché realtà diversa con esigenze diverse.
Dopo i 27 anni di governo di Blaise Compaoré, caratterizzati da una crescente corruzione, oggi si cerca di avviare un nuovo sviluppo e i tentativi si vedono, ma la strada è ancora lunga, ci sono difficoltà, anche a causa delle durezze economiche che il popolo vive, non uscendo più soldi come prima dalle casse dello Stato. Questo ovviamente si ripercuote anche sull’economia; ma la speranza non manca, perché il popolo del Burkina Faso è un gran lavoratore.

Un ultima domanda, rivolta al futuro: cosa desidera e soprattutto ritiene essenziale per il suo Paese?

Per me, per il futuro, è essenziale l’educazione. Non c’è sviluppo senza educazione. È su questo che va posto l’accento, creando scuole, università, centri di formazione… Inoltre, a mio avviso, credo si debba immettere un carattere proprio all’educazione, africano, senza copiare in toto l’Europa. Si tratta di bilanciare le cose: non chiudersi all’Europa, ma allo stesso tempo cercare di non copiarla in tutto e per tutto.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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