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I Padri Apologisti ed il creato

L’attenzione verso la creazione non è una trovata del XXI secolo ma fonda le sue radici nella riscoperta di idee già presenti nei primissimi pensatori cristiani

I Padri Apologisti ed il creato

La celebrazione della XV Giornata Nazionale per la Custodia del Creato ha avviato in tutta Italia un periodo di riflessione e preghiera incentrati sull’enciclica Laudato Si’ e la tematica ambientale. Questo “Tempo del Creato” (come è stato chiamato) iniziato il 1° settembre si estenderà fino al 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia e considerato da molti fedeli il santo “ecologico” per eccellenza. L’attenzione verso la creazione non è una trovata del ventunesimo secolo ma fonda le sue radici nella riscoperta di idee già presenti nei primissimi pensatori cristiani. Per approfondire allora questo nostro ruolo di “custodi” e per supportare la chiamata di papa Francesco ad esserlo, trovo sia utile ed interessante guardare come i primi Padri abbiano inteso il creato ed il rapporto che l’uomo deve avere con esso. Punto di partenza imprescindibile per comprendere la visione che i primi Padri hanno riconosciuto alle realtà create, è la fede in un Dio buono che è fondamentalmente Creatore di una realtà anch’essa buona. Questa concezione teologica occupa, quasi come fosse un biglietto da visita, le primissime pagine della Scrittura e, nei primi secoli, si fisserà indelebile tra gli iniziali articoli del Credo.
L’idea di una creazione buona che sia opera di un Dio ancor più benevolo però, non deve sembrarci scontata, poiché sembra essere alquanto rara nel panorama culturale del Mediterraneo e del Medioriente antichi e quasi una prerogativa della cultura giudaico-cristiana. Bisogna infatti tener presente che le plurisecolari tradizioni religiose e filosofiche greche, non erano abituate a concepire il cosmo come gli ebrei o i cristiani e cioè come “ktisis”, creazione di un Dio, ma più come “physis” che, letteralmente, è ciò che nasce da sé; e laddove le teorie orfiche, platoniche o ciniche inquadravano il corpo come un vile ricettacolo dell’anima, gli ebrei ne proclamavano la bontà e i cristiani la resurrezione.
I primi ad esporre e difendere tali concezioni con rigore e in maniera sistematica, furono una serie di pensatori cristiani che vengono chiamati Padri Apologisti (cioè appunto “difensori”). Protagonisti indiscussi della letteratura cristiana dei primi tre secoli, gli Apologisti erano spesso dei filosofi pagani poi convertitisi al Cristianesimo. Essi tentarono, con le loro apologie, di dimostrare ai grandi esponenti della cultura greco-latina la ragionevolezza del Vangelo e la liceità del culto cristiano, sperando così di porre fine alle tremende persecuzioni contro i discepoli del Cristo.
Nelle opere apologetiche giunte fino a noi il creato occupa veramente un posto di rilievo, poiché permise ai Padri di attestare l’esistenza di un unico Creatore a partire dall’ordine e dalla bellezza del cosmo, riconoscendo quindi che le realtà create e gli dèi pagani non sono divinità ma enti corruttibili e finiti; comprendere meglio il fine dell’Incarnazione; definire il ruolo e il dovere che l’uomo ha nei confronti del creato o, in altre parole, tentare di dare un senso alla nostra esistenza.

La "prima rivelazione"
Antecedente sia a quella di Mosè che a quella di Gesù, gli Apologisti intesero il creato come una “prima rivelazione”, cioè una premessa comune accessibile a tutti gli uomini per attestare l’esistenza di Dio.
Se infatti è vero che Dio nessuno lo ha mai visto (Gv 1,18) secondo Taziano è anche “possibile vedere che ogni ordinamento del cosmo e tutta la creazione prendono origine dalla materia e la stessa materia è ordinata da Dio” poiché, secondo Atenagora, “come l’argilla da sola, senza arte, è incapace di diventare vaso, anche la materia che è ricettiva, senza Dio creatore non avrebbe assunto né distinzione, né forma, né bellezza.” Come infatti “l’anima che è nell’uomo non si può vedere, ma è percepita attraverso il movimento del corpo, così accade che anche Dio non può essere visto con occhi umani, ma si vede e si conosce attraverso la provvidenza e le sue opere.”
Guardando quindi - assieme a Teofilo - quell’organizzazione che si realizza sotto i nostri occhi ogni giorno della nostra vita, cioè “il periodico mutare delle stagioni in tempi stabiliti, i cambiamenti dell'atmosfera e l'ordinato percorso degli astri; l'armonioso volgere dei giorni e delle notti, dei mesi e degli anni; la così varia bellezza dei semi delle piante e dei frutti; la multiforme specie degli animali: quadrupedi e volatili, rettili e pesci di acqua dolce e di mare; lo scorrere delle fonti di acqua dolce e dei fiumi perenni; il rifornimento che avviene in tempo stabilito delle rugiade, delle piogge e degli acquazzoni; lo svariato movimento dei corpi celesti”, gli Apologisti sembrano invitarci, assieme agli uomini di ogni tempo, ad accorgerci dell’esistenza di un Dio sommo artefice e a riconoscere, con Aristide, che “tutto esiste grazie a Lui”.

L’Incarnazione e il fine dell’uomo nel creato
“Cur Deus homo?” ovvero “per quale motivo Dio si è fatto uomo?” è una famosa domanda della teologia a cui i pensatori medievali tendevano a rispondere pressappoco così: “per togliere all’uomo il peccato di Adamo”.
I Padri Apologisti si sarebbero senza dubbio trovati d’accordo con i teologi medievali, ma non avrebbero di certo risposto così alla domanda!
Poiché invece di incentrarsi su una “rimozione”, quando i Padri parlano dell’Incarnazione sottolineano più volte l’aspetto di una “donazione” da parte di Dio che, in qualche modo, dalla creazione parte e alla creazione è diretta; infatti secondo un’idea già ben radicata negli scritti del Nuovo Testamento, Cristo è generato prima della creazione, coopera ad essa e tutte le realtà create sono state fatte in vista di Lui.
È per questo che quando gli Apologisti parlano dell’Incarnazione, la inquadrano quasi tutti come un momento atteso dall’inizio dei tempi, vedendo in essa l’esatto momento storico in cui cioè il Creatore ci mostra, con il suo stesso esempio, come vivere armoniosamente e in verità nella sua creazione. Dicendolo in termini più vicini alla risposta data in epoca medievale, se in questa comprensione dell’Incarnazione qualcosa viene rimosso, è proprio l’incapacità radicale dell’uomo di rispondere a Dio e di rendersi a Lui somigliante.
Su questo punto l’autore anonimo della Lettera a Diogneto così scrive e riepiloga: “per mezzo del suo Figlio diletto, Dio rivelò e manifestò ciò che aveva stabilito sin dall'inizio, ci concesse insieme ogni cosa, cioè di partecipare ai suoi benefici, di vederli e di comprenderli. Dio, infatti, ha amato gli uomini. Per loro creò il mondo, a loro sottomise tutte le cose che sono sulla terra, a loro diede la parola e la ragione, solo a loro concesse di guardarlo, li plasmò secondo la sua immagine, per loro mandò il suo Figlio unigenito, loro annunziò il Regno nel cielo e lo darà a quelli che l'hanno amato. Una volta conosciutolo, hai idea di qual gioia sarai colmato? Come non amerai colui che tanto ti ha amato? Ad amarlo diventerai imitatore della sua bontà, e non ti meravigliare se un uomo può diventare imitatore di Dio: lo può se Lui lo vuole.”
Davanti a queste variazioni sul tema dell’unico Vangelo, gli scritti dei Padri credo riescano veramente a farci vedere una cosa piuttosto “semplice” come l’aver cura del creato in una dimensione tutta nuova e alla luce di Dio.
Se infatti “Dio creò tutte le cose dal nulla affinché attraverso le opere si conosca e si comprenda la sua grandezza” (Teofilo), tutta la realtà è piena di Dio e la vita va curata in ogni sua parte.
Se Dio “trasferì l’uomo dalla terra, da cui era nato, al giardino, dando a lui il modo di progredire, affinché crescesse e divenisse perfetto e fosse, infine, proclamato dio” (Teofilo), ogni uomo è una missione e va aiutato, rispettato e accompagnato in questo tragitto di divinizzazione.
E alla fine a noi cos’altro resta se non unirci al Maestro e, con le parole di Giustino, “rivolgere a Dio un lungo rendimento di grazie (eucharistia) per il fatto che esistiamo, per tutte le risorse a beneficio della nostra salute e per essere stati degni di ricevere questi doni da parte Sua?”.
In un tempo in cui le coscienze (soprattutto quelle dei giovani) sembrano essersi davvero sintonizzate sui problemi legati all’ambiente, lasciamoci provocare nella preghiera, nella riflessione, e anche sul lavoro. Elaboriamo vie inedite, sogniamo in grande, proteggiamo e prendiamoci cura del nostro pianeta, poiché solo rispondendo al nostro mandato di essere custodi, riusciremo a sperimentare quella stessa gioia di meraviglia che pervase Dio nel momento in cui creò il mondo esclamando: “ki tov!”, che bello!

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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