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Gesù ci unisce nel grande sacramento del suo amore: vivi e defunti

Mercoledì 2 novembre, nella giornata in cui la Chiesa fa memoria di tutti i fedeli defunti, l’arcivescovo Carlo ha presieduto la messa in cattedrale pronunciando la seguente omelia

Parole chiave: defunti (5), arcivescovo (61)
Gesù ci unisce nel grande sacramento del suo amore: vivi e defunti

La liturgia odierna si muove su due piani: da una parte evidenzia con forza il tema della fede nella risurrezione e dall’altra ci porta a pregare per i nostri cari morti e per tutti i defunti. I due aspetti sono evidentemente collegati tra loro. Non avrebbe infatti senso pregare per i defunti se fossimo convinti che con la morte tutto finisce: in questo caso dovremmo limitarci eventualmente a ricordare i nostri morti, ma non potremmo certo pregare per loro.

Il rapporto tra la fede nella risurrezione e la preghiera per i defunti dei quali speriamo la risurrezione è espresso molto bene nell’orazione colletta con cui abbiamo incominciato questa Eucaristia: «Nella tua bontà, o Padre, ascolta le preghiere che ti rivolgiamo, perché cresca la nostra fede nel Figlio tuo risorto dai morti e si rafforzi la speranza che i tuoi fedeli risorgeranno a vita nuova». Altrettanto significativa la preghiera con cui concluderemo la nostra celebrazione: «Fa’, o Signore, che i tuoi fedeli defunti, per i quali abbiamo celebrato il sacramento pasquale, entrino nella tua dimora di luce e di pace». Il sacramento pasquale è l’Eucaristia, il sacramento che ci mette in comunione con la morte e risurrezione di Gesù. Come potete notare, si tratta di testi molto significativi e colgo l’occasione per richiamare quanto sia importante nella celebrazione essere attenti non solo alle letture della Parola di Dio, ma anche alle orazioni, alle preghiere molto belle e molto profonde, che la liturgia mette sulle labbra del celebrante perché siano pronunciate a nome di tutti.

Proprio per tale motivo, vorrei prendere spunto per questo momento di riflessione, più che dalla Parola di Dio, da un’altra preghiera che tra poco dirò, l’orazione sulle offerte: «Guarda con benevolenza, o Padre, i nostri doni, perché i tuoi fedeli defunti siano associati alla gloria del tuo Figlio, che tutti ci unisce nel grande sacramento del suo amore». In particolare vorrei soffermarmi su quest’ultima espressione: il Figlio di Dio, Gesù, tutti ci unisce nel grande sacramento del suo amore. Tutti: vivi e defunti. Per questo ritengo sia importante riflettere sul rapporto che ci unisce a chi non è più su questa terra e quindi sulla nostra relazione con le persone defunte sia a livello personale, sia comunitario.

Ovviamente il presupposto di questa relazione – l’ho detto all’inizio – è la nostra fede nella risurrezione, nella vita eterna.Una fede su cui insistono i brani della Parola di Dio di stasera: la prima lettura, con la ferma certezza di Giobbe di vedere Dio dopo la morte; il salmo, che ribadisce la stessa certezza: «sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi»; la seconda lettura, dove l’apostolo Paolo afferma che siamo salvati grazie all’amore di Cristo che è morto per noi; infine il Vangelo, in cui Gesù ci rassicura circa la volontà di salvezza del Padre.

Sulla base di questa fede, come deve essere la nostra relazione con chi non è più presente in questa vita? A livello personale tutti sperimentiamo come la morte di una persona cara sia anzitutto una profonda ferita nella nostra personalità. È inevitabile che sia così, perché noi siamo le nostre relazioni. Quando muore una persona con cui c’è un profondo rapporto di parentela, di condivisione di vita, di amicizia – come succede con la morte di un genitore, di un figlio, di un coniuge, di un fratello, di un amico – allora muore inevitabilmente anche una parte di noi. Ci vuole tempo affinché questa ferita si rimargini, ma ci sono due modi con cui può rinchiudersi: lasciando un vuoto, solo in qualche modo colmato da ricordi della relazione passata che diventano sempre più lontani, oppure aprendo una nuova possibilità di rapporto, un rapporto che si basa sulla fede e sull’amore. La fede nel credere che quella persona, cui eravamo e restiamo molto legati, è viva nel Signore; l’amore che non viene interrotto dalla morte, ma trova una modalità nuova e persino più intensa di esprimersi. Tutti sperimentiamo questa vicinanza nell’amore con i nostri cari, da parte nostra, ma anche da parte loro. La preghiera per i nostri cari defunti è certamente la forma più alta per esprimere questo: la preghiera attraverso la quale li affidiamo al Signore (e certamente la preghiera più significativa è la santa messa celebrata per loro); la preghiera con cui esprimiamo la nostra fede e la nostra speranza nel Signore della vita; la preghiera per mezzo della quale ci sentiamo in profonda comunione con i nostri morti, perché sappiamo che se noi preghiamo per loro, siamo altrettanto consapevoli che loro pregano per noi.

La relazione con i defunti, però, non è solo personale, ma è anche comunitaria. La fede nella risurrezione, nella vita eterna, ci porta a credere quanto abbiamo celebrato ieri, ossia la comunione dei santi. Che non è solo la comunione con i santi, proclamati tali dalla Chiesa, ma con tutti i fratelli e le sorelle nella fede che ora sono presso il Signore. Anche loro sono parte della Chiesa e sono in comunione con noi. Anche loro continuano in una maniera nuova, ma non meno intensa, a partecipare al cammino della Chiesa verso il Regno di Dio.

Da sempre la comunità dei credenti ha questa convinzione e l’ha dimostrata anche con segni molto tangibili. Pensate, per esempio, quanto era significativo che il cimitero fosse attorno alla chiesa (così è ancora in alcune zone d’Italia e in qualche paese d’Europa), come per dire che nel luogo dove la comunità cristiana celebra non ci sono solo coloro che vivono in questo mondo, ma anche coloro che prima di loro hanno pregato in quella chiesa e ora continuano la preghiera in paradiso. O, ancora, quanto fosse importante per una comunità sospendere ogni attività per partecipare praticamente nella totalità dei suoi componenti alle esequie di una persona facente parte di essa. Ora si rischia di perdere tutto questo: talvolta non si fa neppure il funerale, ma ci si accontenta al più di una benedizione nella camera mortuaria dell’ospedale prima di portare la salma alla cremazione e così spesso la comunità non sa neppure della morte di  una persona, che magari la frequentava con assiduità; altre volte si disperdono le ceneri o per un frainteso senso di affetto (per altro molto privatistico) si pensa di tenerle in casa, così privando la possibilità di una relazione, di una preghiera per il defunto da parte di amici e conoscenti e dell’intera comunità.

Vorrei allora concludere con un forte invito rivolto a tutti: sulla base della fede nella vita eterna e nella risurrezione, ridiamo valore alla relazione con i nostri cari defunti, sia a livello personale, sentendoci uniti con loro nel Signore, sia a livello comunitario: anche loro sono parte della Chiesa e con loro siamo in cammino verso la vita che non finisce, verso i cieli e la terra nuova che il Signore alla fine ci donerà.

Il rapporto tra la fede nella risurrezione e la preghiera per i defunti dei quali speriamo la risurrezione è espresso molto bene nell’orazione colletta con cui abbiamo incominciato questa Eucaristia: «Nella tua bontà, o Padre, ascolta le preghiere che ti rivolgiamo, perché cresca la nostra fede nel Figlio tuo risorto dai morti e si rafforzi la speranza che i tuoi fedeli risorgeranno a vita nuova». Altrettanto significativa la preghiera con cui concluderemo la nostra celebrazione: «Fa’, o Signore, che i tuoi fedeli defunti, per i quali abbiamo celebrato il sacramento pasquale, entrino nella tua dimora di luce e di pace». Il sacramento pasquale è l’Eucaristia, il sacramento che ci mette in comunione con la morte e risurrezione di Gesù. Come potete notare, si tratta di testi molto significativi e colgo l’occasione per richiamare quanto sia importante nella celebrazione essere attenti non solo alle letture della Parola di Dio, ma anche alle orazioni, alle preghiere molto belle e molto profonde, che la liturgia mette sulle labbra del celebrante perché siano pronunciate a nome di tutti.

Proprio per tale motivo, vorrei prendere spunto per questo momento di riflessione, più che dalla Parola di Dio, da un’altra preghiera che tra poco dirò, l’orazione sulle offerte: «Guarda con benevolenza, o Padre, i nostri doni, perché i tuoi fedeli defunti siano associati alla gloria del tuo Figlio, che tutti ci unisce nel grande sacramento del suo amore». In particolare vorrei soffermarmi su quest’ultima espressione: il Figlio di Dio, Gesù, tutti ci unisce nel grande sacramento del suo amore. Tutti: vivi e defunti. Per questo ritengo sia importante riflettere sul rapporto che ci unisce a chi non è più su questa terra e quindi sulla nostra relazione con le persone defunte sia a livello personale, sia comunitario.

Ovviamente il presupposto di questa relazione – l’ho detto all’inizio – è la nostra fede nella risurrezione, nella vita eterna.Una fede su cui insistono i brani della Parola di Dio di stasera: la prima lettura, con la ferma certezza di Giobbe di vedere Dio dopo la morte; il salmo, che ribadisce la stessa certezza: «sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi»; la seconda lettura, dove l’apostolo Paolo afferma che siamo salvati grazie all’amore di Cristo che è morto per noi; infine il Vangelo, in cui Gesù ci rassicura circa la volontà di salvezza del Padre.

Sulla base di questa fede, come deve essere la nostra relazione con chi non è più presente in questa vita? A livello personale tutti sperimentiamo come la morte di una persona cara sia anzitutto una profonda ferita nella nostra personalità. È inevitabile che sia così, perché noi siamo le nostre relazioni. Quando muore una persona con cui c’è un profondo rapporto di parentela, di condivisione di vita, di amicizia – come succede con la morte di un genitore, di un figlio, di un coniuge, di un fratello, di un amico – allora muore inevitabilmente anche una parte di noi. Ci vuole tempo affinché questa ferita si rimargini, ma ci sono due modi con cui può rinchiudersi: lasciando un vuoto, solo in qualche modo colmato da ricordi della relazione passata che diventano sempre più lontani, oppure aprendo una nuova possibilità di rapporto, un rapporto che si basa sulla fede e sull’amore. La fede nel credere che quella persona, cui eravamo e restiamo molto legati, è viva nel Signore; l’amore che non viene interrotto dalla morte, ma trova una modalità nuova e persino più intensa di esprimersi. Tutti sperimentiamo questa vicinanza nell’amore con i nostri cari, da parte nostra, ma anche da parte loro. La preghiera per i nostri cari defunti è certamente la forma più alta per esprimere questo: la preghiera attraverso la quale li affidiamo al Signore (e certamente la preghiera più significativa è la santa messa celebrata per loro); la preghiera con cui esprimiamo la nostra fede e la nostra speranza nel Signore della vita; la preghiera per mezzo della quale ci sentiamo in profonda comunione con i nostri morti, perché sappiamo che se noi preghiamo per loro, siamo altrettanto consapevoli che loro pregano per noi.

La relazione con i defunti, però, non è solo personale, ma è anche comunitaria. La fede nella risurrezione, nella vita eterna, ci porta a credere quanto abbiamo celebrato ieri, ossia la comunione dei santi. Che non è solo la comunione con i santi, proclamati tali dalla Chiesa, ma con tutti i fratelli e le sorelle nella fede che ora sono presso il Signore. Anche loro sono parte della Chiesa e sono in comunione con noi. Anche loro continuano in una maniera nuova, ma non meno intensa, a partecipare al cammino della Chiesa verso il Regno di Dio.

Da sempre la comunità dei credenti ha questa convinzione e l’ha dimostrata anche con segni molto tangibili. Pensate, per esempio, quanto era significativo che il cimitero fosse attorno alla chiesa (così è ancora in alcune zone d’Italia e in qualche paese d’Europa), come per dire che nel luogo dove la comunità cristiana celebra non ci sono solo coloro che vivono in questo mondo, ma anche coloro che prima di loro hanno pregato in quella chiesa e ora continuano la preghiera in paradiso. O, ancora, quanto fosse importante per una comunità sospendere ogni attività per partecipare praticamente nella totalità dei suoi componenti alle esequie di una persona facente parte di essa. Ora si rischia di perdere tutto questo: talvolta non si fa neppure il funerale, ma ci si accontenta al più di una benedizione nella camera mortuaria dell’ospedale prima di portare la salma alla cremazione e così spesso la comunità non sa neppure della morte di  una persona, che magari la frequentava con assiduità; altre volte si disperdono le ceneri o per un frainteso senso di affetto (per altro molto privatistico) si pensa di tenerle in casa, così privando la possibilità di una relazione, di una preghiera per il defunto da parte di amici e conoscenti e dell’intera comunità.

Vorrei allora concludere con un forte invito rivolto a tutti: sulla base della fede nella vita eterna e nella risurrezione, ridiamo valore alla relazione con i nostri cari defunti, sia a livello personale, sentendoci uniti con loro nel Signore, sia a livello comunitario: anche loro sono parte della Chiesa e con loro siamo in cammino verso la vita che non finisce, verso i cieli e la terra nuova che il Signore alla fine ci donerà.

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