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Francesco testimone del Concilio: ecco dove cercare le differenze

La figura di papa Francesco ed il suo impatto massmediale al centro della riflessione del Consiglio presbiterale diocesano

Parole chiave: massmedia (1), Concilio Vaticano II (3)
Francesco testimone del Concilio: ecco dove cercare le differenze

Papa Francesco, secondo le ricerche demoscopiche, avrebbe l’85 per cento di fiducia dai fedeli e cittadini italiani; tre le ragioni, in sintesi, di questa fiducia: denuncia le ingiustizie, ha attenzione ai deboli e parla chiaramente senza retorica. Una notevole popolarità e riconoscimento dentro alla comunità ecclesiale (ma soprattutto all’esterno); non mancano alcune difficoltà e incomprensioni. Anche il consiglio presbiterale diocesano - con una introduzione del direttore di Voce, Mauro Ungaro che ha guardato la questione dal punto di vista dei mass media - si è interrogato con l’obiettivo non tanto di cogliere perplessità (parola irricevibile nei confronti di una papa da parte dei presbiteri riuniti con il loro vescovo), quanto per capire e soprattutto riflettere sugli elementi qualificanti della testimonianza evangelica del vescovo di Roma e capo di tutte le chiese nel servizio e nell’amore.
Cogliere gli elementi decisivi del servizio pontificale di papa Francesco è insieme una operazione complessa ma anche semplice. Il pensiero e la pratica teologica pastorale di Papa Bergoglio - secondo alcuni commentatori - ha un fondamento preciso: la ripresa della continuità strutturale dell’aggiornamento teologico-pastorale secondo lo stile e la parola dei grandi documenti conciliari, del Concilio ecumenico Vaticano II.
Si tratta dei testi (le quattro costituzioni soprattutto e i documenti) che hanno segnato una vera e propria “differenza di passo” dello stile ecclesiale e di approccio pastorale, riassumibili in quella parola “discernimento” che indica l’assunzione di responsabilità della coscienza di ogni cristiano di fronte la fede, in forza appunto della corresponsabilità battesimale, e della Chiesa. In una parola, sulla linea del vangelo che chiama i discepoli “luce del mondo e sale della terra”.
Altri elementi “conciliari” da tenere presenti sono il rapporto tra parola e vita, l’impossibile pretesa di giudicare una persona soltanto sulla base di una legge oggettiva, il non riconoscimento della coscienza che va formata ma non messa fuori gioco; ma anche l’idealizzazione eccessiva della vita, l’insistenza esagerata ed esclusiva sulle questioni dottrinali, lo scarsa attenzione alle persone, la riduzione della fede a dottrina, la perseveranza nella denuncia dei mali e la scarsa capacità di ascolto e di misericordia. Erano i limiti denunciati appunto dal Concilio.
Ora, tutte le volte che il Papa Francesco (con parole e fatti) riaccende l’attenzione su tutto questo, vengono alla luce le contraddizioni … della mancata attuazione del Concilio. Soprattutto dell’esigenza, quella sì centrale, di non avere portato a compimento tale linea conciliare. Incomprensioni o prese di posizione da parte di singoli credenti, di vescovi e cardinali… di ambienti diversi (giornalistici e non) hanno la loro origine e fondamento proprio in questa non accettazione del cambio di marcia che è invece legato allo spirito non di un documento o della parola anche autorevole di soggetti diversi, ma del Santo Concilio, papa e vescovi in comunione.
La testimonianza del Papa venuto da lontano, non può essere considerata una accentuazione di un tema o di un altro, tantomeno di una esagerazione. Il Papa - e lo dichiara con parole e atti - che fa riferimento alla misericordia, accompagna tale proclamazione con gesti quotidiani (vedi rifugiati o povertà cittadina); quando parla dei poveri, ha un atteggiamento insieme di denuncia e di profezia, ma interviene nel concreto possibile nella sua diocesi e impegna tutti a fare altrettanto; il Papa che chiede di superare la cultura dello scarto, non ha paura poi di chiedere una pastorale che parte dagli ultimi, dalle periferie… ma anche ipotizza una economia dove la legge non possa essere quella del mercato. Infine, il Papa che fa riferimento alla umanità come dato centrale, non può che proclamare e mettersi al servizio di un umanesimo evangelico, a partire dalla cura della terra, della persona e della comunità umana.
La teologia e pastorale della famiglia di Papa Francesco - basta leggere i risultati dei due sinodi - è quella che egli ha posto in evidenza nel documento programmatico, aiutando così la Chiesa tutta e le chiese locali nella maturazione di una attenzione diversa, di un giudizio nuovo, di un discernimento che non può essere negato poi dagli stili cristiani della vita, dal rapporto fede e società. Egli lo considera, insieme, un ambito preciso di corresponsabilità ed un metodo di lavoro. La emergenza di questi dati - frutto di quello che chiamiamo un “pensiero alto” e non certo della intenzione di imporre una dottrina - non può che sparigliare i criteri anche morali. Uno spacchettamento che non risponde al sentimento e o alla emergenza, ma che fa riferimento ad una teologia che è insieme strutturale; nel senso che non fa differenza fra dentro e fuori della chiesa, che riguarda insieme il sociale ed il politico. In una parola, riguarda la vita della chiesa e del singolo credente.
Papa Francesco ne ha fatto riferimento nel discorso ai cardinali ed alla curia (22 gennaio scorso) quando ha parlato di alcuni principi (inclusivi e figli della cultura del dialogo e dell’empatia) che egli ha richiamato. La riforma della curia risponde a criteri di rispetto delle individualità, della pastoralità, della missionarietà, della modernità e della cattolicità. Quando si parla della esigenza di una “nuova evagelizzazione” occorre che contenuti e metodi siano veramente nuovi; e così altrettanto nuovo deve essere l’approccio - spesso ingiustamente giudicato - della socioecclesialogia nel rapporto tra Chiesa e società, fino alle questioni ambientali e della stessa democrazia.
In una parola, non capitoli di un indice, ma temi comuni che esigono una armonica ordinarietà e straordinarietà nel quotidiano con risposte concrete e profetiche.
Una nota rivista (La settimana del 27 gennaio scorso), ha così concluso questo ragionamento: “Il privatismo della fede o il riduzionismo dell’ecclesiaologia hanno difattinarginato la riflessione e favorito il dismpegno. Fu il Vaticano II a rimettere in scena quella vocazione perdita, poi espressa chiaramente nel doculento principe dellle relazioni tra Chiesa e mondo (cfr GS 44). Finalizzare la riflessione in termini socio ecclesiologici significa sollecitare la vita evangelica nella convinzione che questa finirà per mettere sotto processo le logiche proprie delle istituzioni sociali e per favorire il cambiamento, al di là dei pesanti conflitti di interesse, delle insostenibili politiche e degli innumerevoli deserti umani.”
Pertanto, una rivoluzione - quella di Papa Francesco - che altro non è se non una messa a tema (irrinunciabile) del Concilio, ma di un Concilio attuato, vissuto nella quotidianità. Il Papa venuto da lontano si dimostra in questo un teologo di qualità, uomo di pensiero e amici degli uomini.

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