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Essere sacerdoti in questo tempo...

L’emergenza sanitaria impone la ricerca di nuovi percorsi pastorali perchè non venga meno la prossimità dei presbiteri alle comunità cristiane /5

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Essere sacerdoti in questo tempo...

Con la sospensione delle liturgie e delle attività parrocchiali, questo è un tempo che interpella in modo particolare anche i sacerdoti. Ne abbiamo parlato in queste settimane con alcuni di loro: in questa settimana pubblichiamo le risposte di mons. Michele Centomo (arciprete di S. Eufemia in Grado e parroco di San Marco in Fossalon), di don Giampietro Facchinetti (parroco di Ruda ed amministratore parrocchiale di Perteole e Saciletto), di don Fabio La Gioia (parroco di San Marco a Villaggio del Pescatore, S. Giovanni Battista di Duino, San Francesco d’Assisi a Sistiana), di don Umberto Bottacin (parroco di Maria Madre della Chiesa in Ronchi) e di don Giulio Boldrin (vicario parrocchiale presso l’Unità pastorale Fogliano Redipuglia – San Pier d’Isonzo).

Cosa significa essere sacerdoti nei giorni del Coronavirus, con le liturgie e le attività parrocchiali sospese?
Monsignor Michele: Mi ha particolarmente fatto riflettere l’incipit del Vangelo " … venuta la sera …", (Mc 4, 35-41) che papa Francesco ha scelto per la Preghiera "nel silenzio" di venerdì 27 marzo. "La sera", il momento in cui la luce del sole sparisce, sapendo che di lì a poco si farà nuovamente vedere. Ma quella luce, stavolta stenta a rintonare.  Allora ti chiedi: "adesso, Signore, che si fa?". E’ il momento dell’abbandono totale a Lui, non di passività, non di rassegnazione, ma del desiderio di essere come bambini sempre bisognosi, anche una volta adulti, della guida sicura del papà e della mamma che rassicurano che tutto "andrà bene".
Questo non vuole essere lo slogan che, in tutte le salse, abbiamo sentito ripetere dai midia, come un "sacro" mantra, ma il desiderio, come uomo, cristiano e pastore, di essere totalmente e consapevolmente nelle mani di Dio, senza nascondere paura, dubbi, incertezze.
In un batter d’ali "la sera" ha preso il sopravvento su tutto e tutti. Attività pastorali, catechetiche, formative chiuse, celebrazioni liturgiche "a porte chiuse", funerali (si possono ancora chiamare così?) senza una carezza, una saluto, un abbraccio per chi "è passato all’altra riva" (Mc 4,35).
Ti verrebbe da disperarti. E poi, per chi di noi sacerdoti ha ancora la mamma e il papà viventi, o almeno uno dei due, saperli lontani, non poterli raggiungere anche solo per sentire il loro cuore, ti verrebbe da gridare "Dove sei Dio?". Pastori sì, ma uomini con fragilità di cui non doversi vergognare.
Il Signore, non ci lascia soli. Questo tempo è stata l’occasione per riscoprire il gusto della preghiera, del dialogo filiale con Dio, senza ritualizzazioni, ma del cuore, il gusto della fraternità sacerdotale, dove l’uno si è caricato la fragilità dell’altro, senza giudizio. Se posso rubare un’espressione ad un confratello, "sono state le settimane della carità che può assumere diverse forme".
Don Giulio: L’epidemia del Coronavirus ci sta mettendo di fronte ad una situazione mai vista. La sospensione delle attività pastorali e poi delle liturgie con il popolo incidono profondamente nella vita di qualunque parrocchia che si basa essenzialmente sulla relazione. Le celebrazioni liturgiche, la catechesi vivono e si costruiscono su questa dimensione di dialogo-incontro, che derivano poi direttamente dal mistero dell’Incarnazione.
La nostra fede non è un’ideologia umanitaria e neppure un semplice discorso intellettuale fatto di belle parole o di pensieri illuminati; è invece un incontro di Dio con l’umanità che Egli stesso assume in profondità per redimerla, per conquistarla a sé con il suo amore. Del resto, l’importanza dell’incontro reale e non mediato con il Risorto, ci viene descritto dai Vangeli che ci accompagnano in questo Tempo di Pasqua, pensiamo ad esempio all’Apostolo Tommaso o all’episodio dei discepoli di Emmaus. Potrei dire che in questo tempo viviamo la nostra fede non "senza" incontrarci, bensì "nell’attesa" di farlo di nuovo; di incontrarci fra noi e con l’Eucarestia. Nessun messaggio o nessuna predica infatti possono sostituire l’Eucarestia.
Don Giampietro: Avendo tre parrocchie e sparse nel territorio del Comune di Ruda e dovendo obbedire giustamente al decreto del  Governo, la mia preoccupazione è stata quella di annunciare  in qualche maniera così ristretta  il mistero che della Pasqua: La settimana Santa, la domenica di Risurrezione, la domenica in Albis. I limiti e le proibizioni erano tanti e la comunità è costretta a stare in casa e non unirsi insieme in chiesa. Siamo stati immersi dalla televisione i programmi liturgici ci hanno aiutato a non perdere il clima per vivere la Passione e morte di Gesù Cristo per tutta la settimana Santa. Mi sono unito al’iniziativa della Protezione Civile del Comune per portare agli anziani un ramoscello di ulivo con una frase si che richiamava la pace nel mondo nel cuore di ciascuno: il ramoscello è stato portato da loro incaricati in uniforme e mascherine domicilio delle persone anziane o ammalate del Comune. Un piccolo segno molto gradito e ricco di fede. I segnali della settimana Santa sono stai dati dal suono o dal silenzio delle campane.
La televisione ci ha aiutato a partecipare alle liturgie della Settimana. Papa Francesco, anche lui rispettoso delle disposizioni, che avevano diffusione mondiale, ha svolto in Vaticano il ruolo di ogni  parroco, ma lui così ha potuto essere considerato Parroco del Mondo.

Sente la lontananza fisica della comunità? Anche questa Pasqua, così diversa, com’è stata vissuta/preparata da lei e dai suoi fedeli?
Don Giulio: Certamente la lontananza si sente! Soprattutto nelle domeniche… Soprattutto nella Santa Pasqua che è il centro della nostra fede. Soprattutto con i ragazzi che si stanno preparando alla Cresima e con i quali generalmente condividevamo la Messa prefestiva del sabato. Credo che tutti non vediamo l’ora di tornare alla normalità.
Questo tempo ci sta facendo comprendere quanto preziosa sia l’esperienza dello stare insieme, del condividere il nostro tempo, del celebrare assieme l’Eucarestia, di una battuta e di un sorriso… Piccole cose davvero eppure ricche di significato. Quello che forse a qualche ragazzo poteva sembrare noioso, ora sembra un sogno. Proprio quando una cosa ci viene tolta è proprio il momento in cui ne apprezziamo davvero il valore…
Preghiamo il Signore perché presto, anzi prestissimo, si possa tornare a fare dei selfie come quello che abbiamo scattato a gennaio dopo la Messa, prima della pandemia; cosa che adesso ci sembra "fantascienza"…
Monsignor Michele: Fino a quando è stato possibile siamo andati a trovare i malati e gli anziani residenti in  "Casa Serena", celebrando settimanalmente la S. Messa: purtroppo, per il loro bene, non è stato più possibile. Si cerca, con discrezione di mantenere i contatti per telefono per sapere come stanno, per una parola di conforto.
Il catechismo, come tutte le altre attività, è stato sospeso, ma le catechiste hanno mantenuto i rapporti con i bambini sentendo le famiglie. Anche a Grado il problema legato alla situazione economica delle famiglie bisognose si è fatto sentire.
Il Sindaco, insieme ai diversi operatori legati alla realtà sociale, compresa la nostra Caritas parrocchiale, che settimanalmente accoglie, ascolta e sostiene,  ha fatto cerchio nell’essere attenti alle varie situazioni di "disagio" affinché nessuno sia escluso.
La lontananza fisica credo si faccia sentire per chiunque intessa relazioni costruttive ed adulte per il bene comune e la realizzazione di ogni persona. Non solo, ma quella che più pesa è l’impossibilità di essere famiglia cristiana intorno al dono dell’Eucaristia.  
Abbiamo pensato, come sacerdoti, di esprimere la nostra vicinanza ai nostri fedeli con il suono dell’Ave Maria, ogni sera, per ricordaci che siamo un’unica famiglia sotto lo sguardo tenerissimo di Maria, tanto venerata dai Gradesi. La Settimana Santa vissuta da "reclusi", con qualche concessione "di presenza" per le celebrazioni ed una Pasqua "virtuale", abbia raggiunto l’apice di una "Non-Pasqua".
Il cammino quaresimale programmato con le lectio nelle due parrocchie (Grado e Fossalon) è stato condiviso sul foglietto settimanale, oltre al testi della liturgia per sentirci in comunione gli uni con gli altri, sapendoci famiglia di famiglie.

C’è qualcosa di particolare che l’ha colpita in questi momenti? Qualche testimonianza di speranza?
Monsignor Michele: Mi si permetta una battuta: "nessuna folgorazione sulla via di Damasco", nessun evento "soprannaturale".
Non voglio essere irriverente, ma credo che ci si potrebbe sbizzarrire nel raccontare cose "eccelse".
Preferisco custodire nel cuore quanto io e don Nadir abbiamo vissuto e condiviso incontrando i parenti delle persone che in questo tempo sono defunte, raccogliendo il loro dolore, le loro lacrime, le loro esistenze nell’aver accompagnato i loro cari non con una  "semplice" benedizione, ma dedicando, pur rispettando le norme vigenti, quel calore umano e cristiano del saluto e dell’arrivederci in paradiso.
Inoltre, personalmente, ho avuto modo di farmi "compagno" con chi ha vissuto il tremendo impatto con la situazione pandemica ed era fuori Italia per lavoro. Il Signore che conosce i cuori saprà far fiorire il bello, il buono e il vero da questi cuori.
Don Giulio: Quello che mi colpisce è il bisogno di parlare che hanno le persone. Soprattutto in questo momento più che mai c’è la necessità del "ministero della consolazione" che fa parte del servizio di ogni sacerdote.
Così attraverso il telefono, le videochiamate o altri messaggi, si riesce a dare una parola di speranza, a indicare una luce in fondo al tunnel, a dire una parola di incoraggiamento a qualche sfiduciato o spaventato.
Il distanziamento sociale che ci è stato imposto e che probabilmente ci accompagnerà ancora per un certo tempo, avrà delle conseguenze anche a livello psicologico e relazionale, in termini di depressione, fobia sociale, diffidenza….
Personalmente poi, come direttore del Centro Missionario Diocesano e incaricato per la Pastorale Vocazionale mi rimane il fortissimo rammarico per il fatto che tutte le iniziative che erano state programmate per la "Quaresima missionaria" e per la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, sono state annullate.
 Ci rimane la preghiera personale, la nostra arma più fragile e più "potente", che da queste righe chiedo a tutti i lettori, per i missionari e per le vocazioni sacerdotali.

In questo periodo così complicato, i mezzi di comunicazione e i social hanno aiutato ad accorciare le distanze tra le persone e anche la sua parrocchia ha saputo usarli al meglio. Coma sta andando quest’esperienza? Quale la risposta?
Don Giulio: Condivido il Pensiero di Papa Francesco in una sua recente omelia mattutina da Santa Marta nella quale ci ha messo in guardia dagli eccessi di questa diciamo così "mediatizzazione" della Chiesa e delle celebrazioni eucaristiche.
Dice Francesco: "Qualcuno mi ha fatto riflettere sul pericolo che questo momento che stiamo vivendo, questa pandemia che ha fatto che tutti ci comunicassimo anche religiosamente attraverso i media, attraverso i mezzi di comunicazione […] E questa non è la Chiesa: questa è la Chiesa di una situazione difficile, che il Signore permette, ma l’ideale della Chiesa è sempre con il popolo e con i sacramenti. Sempre".
I mezzi di comunicazione possono aiutare, certamente, ma vanno utilizzati con buon senso e sapendo che si tratta di una situazione di emergenza.
 Personalmente non ritengo affatto opportuno che ogni singolo sacerdote si debba esporre sui social network, né che ogni singola Parrocchia debba trasmettere le proprie celebrazioni in diretta streaming.
Mai come in questo periodo di crisi le celebrazioni del Santo Padre in diretta TV hanno raggiunto un’amplissima copertura e altrettanto grandi ascolti; ci sono poi anche le celebrazioni di diversi vescovi sempre alla TV oppure in streaming. Viceversa, singoli sacerdoti hanno offerto talora uno spettacolo che ha più del comico-grottesco che dello spirituale, più un’autoesaltazione della propria persona che una vera preghiera al Signore.
Su questo - a emergenza finita - bisognerà riflettere.
La comunità di Fogliano-Redipuglia è una realtà piccola. Non abbiamo molti mezzi a disposizione, non il sito Internet e neppure Facebook. Sono stati gli stessi fedeli ad organizzare un sistema per "tenersi in contatto" e per condividere qualche riflessione spirituale. A partire dall’esperienza del gruppo WhatsApp dei cresimandi e delle catechiste, hanno dato vita a un gruppo che coinvolge tutta la comunità: "La domenica assieme". In esso si condivide la Parola della domenica o delle solennità, che viene letta a turno da qualcuno, un breve commento e poi ciascuno può presentare una propria riflessione o condividere una preghiera. E’ un modo appunto per tenersi in contatto in semplicità, di cui voglio ringraziare Antonella Muset e Mauro Casasola, che di questa operazione sono i veri "registi".
Monsignor Centomo: Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto nel nostro tempo, l’ingegno umano è riuscito, con l’aiuto di Dio, a trarre dal creato, la Chiesa accoglie e segue con particolare sollecitudine quelle che più direttamente riguardano le facoltà spirituali dell’uomo e che hanno offerto nuove possibilità di comunicare, con massima facilità, ogni sorta di notizie, idee, insegnamenti. Tra queste invenzioni occupano un posto di rilievo quegli strumenti che, per loro natura, sono in grado di raggiungere e influenzare non solo i singoli, ma le stesse masse e l’intera umanità. Rientrano in tale categoria la stampa, il cinema, la radio, la televisione e simili. A ragione quindi essi possono essere chiamati: strumenti di comunicazione sociale" (Decreto "Inter mirifica, 1).
Mai come in questo tempo di pandemia abbiamo sperimentato la profezia del Concilio Vaticano II sui mezzi di comunicazione sociale, imparando anche noi a considerarli "tra le cose meravigliose".
A riguardo vado, con la mente, agli anni di studente in Liturgia Pastorale a Padova, dove, durante il percorso accademico biennale di Licenza, sostenni l’esame di "Regia rituale". Qualcuno può pensare che si tratti di "mero rubricismo": Tutt’altro. E’ stata l’opportunità, poi personalmente approfondita, di leggere "per ritus et preces" con gli occhi dei mezzi della comunicazione nel preparare e guidare una celebrazione liturgica.
Giustamente il virtuale non sostituisce il reale, semmai lo supplisce, ma in questo periodo abbiamo potuto sperimentare, e speriamo proseguire con "buon senso",  il compendio della riflessione del Concilio Vaticano II nelle sue costituzioni e decreti.
In tante nostre comunità, anche più piccole, è in atto una fantasia della comunicazione: Messe, rosari, via crucis, adorazioni, catechesi, in diretta streaming aiutano a sperimentare una comunione spirituale, abituandoci ad andare oltre a chi è seduto vicino, per raggiungere a casa anche chi è solo, malato, non crede. I numeri degli accessi si sono moltiplicati e ci hanno fatto sperimentare come il Signore raggiunga veramente in tanti modi diversi le persone.
Ci auguriamo di proseguire, ringraziando chi con pazienza, abnegazione e spirito di servizio ha reso possibile questo "miracolo".
Don Giampietro: Anche nella nostra comunità, ma modestamente è stato fatto uso dei telefonini per aiutare il bambini della catechesi, inviando loro con immagini e scritti alcune catechesi per accompagnare Gesù dall’Ultima Cena alla risurrezione. Però anche se usiamo chi "streeming",  "face book" o "whatsApp" o  "la Rai"…  o partecipiamo al rito o alla Comunione Spirituale, avremo noi sacerdoti sentire "l’odore delle pecore" e gli occhi pieni di fede.

Il desiderio di Dio mantiene viva la Fede

Nel periodo di emergenza sanitaria ed economica, i mezzi di comunicazione aiutano a tenere vivi i contatti tra di noi. Nelle comunità di Sistiana-Duino-Villaggio del Pescatore è con whatsapp, facebook, mail o semplici telefonate che questo avviene. Propongo qualche spunto di riflessione partendo dalla Parola di Dio (ogni domenica ne propongo alle comunità), per risponde ad alcune domande sull’oggi.
Nella seconda domenica di Pasqua, la lettura degli Atti degli Apostoli (2,42-47) menziona quattro attività che caratterizzavano le prime comunità cristiane: "erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere". I primi cristiani mettevano anche in comune i beni che possedevano, affinché nessuno fosse nel bisogno. E questo favoriva un clima di letizia e semplicità, con la stima del popolo. Si riunivano nelle proprie case per "spezzare il pane" (l’Eucarestia).
Tutto ciò che ricaduta ha per le nostre comunità? E come si fa, in questo momento storico, a vivere l’unione fraterna, l’Eucarestia e le preghiere comunitarie?
Nel libro di un missionario, a Novosibirsk in Siberia, possiamo scorgere una prima risposta. Nei luoghi in cui svolge il suo ministero, il missionario narra ancora oggi di "persone e comunità che, senza un sacerdote, continuano a mantenere viva la loro fede attraverso una "pastorale" fatta di soli incontri di preghiera e di una infinita serie di piccoli gesti di carità, semplici e quotidiani". Le donne di alcune comunità hanno avuto (in tempi più bui) un ruolo decisivo. Infatti, ogni "domenica si trovavano da sole per pregare, cantare e leggere il vangelo. Il ritrovo avveniva anche tutte le volte che moriva qualcuno. Ancora oggi, le babushke si danno appuntamento un’ora prima, recitano il rosario e cantano" . (F. BERTOLINA, Il treno delle spighe dorate. Cronaca di una missione in Siberia, Catanzaro 2001, 21.33)
L’Eucarestia non era possibile celebrarla, in Siberia e in altri luoghi del mondo, così come non lo è in questo momento, con il popolo. Ma la fede si può mantenere viva in altro modo, come suggerisce il missionario, e come anche noi possiamo immaginare. Pur non vedendoci, pur essendo fisicamente lontani, c’è un’altra dimensione per quale la distanza è accorciata e la separazione azzerata.
Lo Spirito Santo rende possibile questo, continuando a fare miracoli e chiamandoci a vivere come "una cosa sola" (cf. Giovanni 17,21-22) in Cristo. In tal senso, i sacramenti sono i mezzi ordinari della grazia di Dio, ma Lui può benissimo far sentire la sua presenza e agire in altro modo. Il desiderio (di Dio) mantiene viva la fede e la fantasia dello Spirito ci spinge a pensare nuove forme di preghiera e di carità.
Dal vangelo della terza domenica di Pasqua (Luca 24,13-35), vediamo che la sacra Scrittura, l’Eucarestia e la testimonianza sono i punti fermi in cui si sono imbattuti i due discepoli di Emmaus, come lo sono anche per noi oggigiorno. La S. Messa, in verità, li comprende.
Nella sua prima parte, infatti, la parola di Dio è proclamata, mentre nella seconda la mensa eucaristica è al centro. Ed anche la testimonianza dovrebbe, infine, sorgere da un cuore rinnovato. Nelle parole che seguono la benedizione finale del sacerdote ? "La Messa è finita, andate in pace!" ? vi è come l’invio verso gli ambienti in cui viviamo e lavoriamo, per essere portatori del Suo amore trasfigurante. Questo ci sostenga e ci spinga a desiderare che un domani le nostre liturgie e le nostre testimonianze siano ravvivate.
Don Fabio La Gioia

Mi ritengo fortunato per quanto riguarda la liturgia quotidiana, ho potuto celebrare ogni giorno assieme alla Comunità delle suore passioniste nella loro capellina, pregando per tutti, sopratutto per i malati e le persone anziane, e mi sono stati di grande aiuto i mezzi di comuni-cazione sociale, il telefono ed i social media, che mi hanno permesso di tenere i contatti con molte persone.
Certo mi è mancata la presenza fisica della comunità, ma l’ho sentita vicina e compartecipe delle preoccu-pazioni e dei sentimenti che abitano in questi giorni il pensiero di tutti. E’ mancato anche la mia consueta visita agli ammalati nelle famiglie e all’ospedale. Sento anche la preoccupazione per la mancanza dei bambini da preparare a ricevere i sacramenti, ma confido molto nella respon-sabilità educativa dei genitori, ai quali spetta il compito di educare alla vita buona del Vangelo i loro figli.  
Ai loro genitori, ho suggerito e messo a loro disposizione vari sussidi utili per svolgere la loro missione educativa per formare i loro figli ai valori alti della vita.                                                                       La situazione che si è venuta a creare a causa dell’epidemia in corso e le norme emanate dalle Autorità, necessariamente restrittive, allo scopo di evitare il più possibile il pericolo di contagio, hanno impedito gli incontri ravvicinati ed il dialogo con i fedeli, ma che attraverso i mezzi di comunicazione, è stato possibile una presenza virtuale dei fedeli e del loro parroco. Ho avuto l’impressione che la chiesa fosse abitata spiritualmente da tanti fedeli che normalmente frequentavano le celebrazioni domenicali Penso che a molti sia mancato sopratutto la comunità della domenica mattina, i tanti volti amici, il dialogo, i saluti, il trovarsi tra amici nello stesso luogo. Sono certo che questa situazione, ha favorito la presa di coscienza di tanti a cui è mancato, un qualcosa di importante, quasi un punto di arrivo dopo una settimana di impegno e una nuova partenza per affrontare nuove responsabilità e preoccupazioni, la partecipazione alla Messa festiva.
Ritengo non sia facile, infatti fare e sentirci comunità a distanza, molto  importante è la presenza, la parola diretta, il dialogo, la relazione interpersonale,la condivisione, sono aspetti importanti per la vita di una comunità.
Questo doloroso evento ha suscitato tanta solidarietà e disponibilità ad aiutarsi e sostenersi a vicenda tra famiglie vicine per le necessità quotidiane.
Viviamo un tempo indubbiamente difficile, ma ho raccolto tante  testimonianze di vicinanza, e questo fa ben sperare nel far maturare una società più umana e fraterna.
Nel tempo in cui  sono rimasto a pregare in chiesa, ho visto anche tanta paura  nelle  poche persone  venute ad abitare l’immensa solitudine, e più volte mi sono ripetuto la frase "Domus tua Domine, depopulata est", che tristezza e quante riflessioni ha suscitato questa situazione! Ma sappiamo anche che dopo la notte sorge il sole.
Da sempre i credenti hanno il dovere e la missione di far crescere il senso  fratellanza universale e la speranza, quella "speranza che non delude, perchè l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori" (Rom.5,5).
Don Umberto Bottacin

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