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Essere sacerdoti in questo tempo...

L’emergenza sanitaria impone la ricerca di nuovi percorsi pastorali perchè non venga meno la prossimità dei presbiteri alle comunità cristiane /5

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Essere  sacerdoti in questo tempo...

Prosegue il dialogo di Voce Isontina con i sacerdoti della diocesi su come questo tempo, caratterizzato dalle sospensione delle liturgie con i fedeli e delle attività pastorali, interpelli in modo particolare il presbiterio.
In questa quinta puntata del nostro viaggio vi proponiamo le interviste a don Michele Tomasin (parroco di San Gottardo in Mariano ed amministratore parrocchiale di Santa Maria e San Zenone in Corona), don Giorgio Longo (parroco di San Canziano martire in Crauglio e di Santa Maria Maggiore in Visco), mons. Arnaldo Greco (Collaboratore presso l’Unità pastorale tra le parrocchie di Sacro Cuore di Gesù e di Maria e Santi Giovanni di Dio e Giusto in Gorizia) e mons. Ruggero Dipiazza (Collaboratore presso l’Unità pastorale tra le parrocchie deiSanti Ilario e Taziano, S. Ignazio Confessore, S. Rocco e S. Anna in Gorizia).

Cosa significa essere sacerdote nei giorni del Coronavirus con le liturgie e le attività pastorali sospese?
Mons. Arnaldo: premetto che non sono parroco, ma solo in aiuto pastorale alla Unità Pastorale delle parrocchie di San Giusto e Sacro Cuore in Gorizia. Questa posizione mi ha sollevato dalle responsabilità dei parroci e mi ha dato un margine di libertà di azione maggiore. Il parroco  indubbiamente ha elaborato una sua rete di collegamento con tutti i componenti l’unità pastorale.
Personalmente ho ragionato in questo modo: siamo "ristretti", ma non "reclusi". Lo stare in casa può darmi la possibilità di vivere una esperienza di tipo monacale. Qualsiasi monaco ha il suo monastero e la sua vita, ma anche un proficuo contatto con il mondo. Bene decisi di vivere l’esperienza del monastero collegato con il mondo. La vita sacerdotale si svolge come in un monastero con la Liturgia delle Ore scadenzata e la celebrazione della Messa. Contemporaneamente con la provvista della casa e delle sue necessità comprese quella della cucina. Un "Ora et Labora", diciamo … rivisitato. Vita religiosa, peraltro, che non mi dispiace. Importante è crearsi un "piano di vita" giornaliero e rispettarlo.
Don Ruggero: Dal mio punto di vista c’è una visione quasi schizofrenica dell’essere sacerdoti in questo momento. Da un lato c’è quest’idea di una religione senza amministratore (di fatto moltissime delle nostre funzioni sono esercitate dai laici o decadono di per sé e il fatto che non ci siano celebrazioni e sacramenti è un dato fondamentale, perché una delle componenti del nostro essere sacerdoti è proprio il fatto di essere in funzione di questo). Dall’altra parte c’è la constatazione per cui la gente ha proprio bisogno di sentire un contatto, l’affetto, di poter soppesare le parole del sacerdote. Molte volte, nelle ultime settimane, mi è stato detto che ho dato un po’ di speranza, ho tirato su di morale, ho trovato una parola buona.
La pregnanza di presenza, per la quale si dice che forse non è così difficile poter vivere una realtà nuova, è indubbia in questo momento, anche sul piano religioso, che si trova in qualche modo privato della sua realtà "classica".
Pertanto c’è questa situazione particolare, dove da un lato c’è il rischio di ritenersi inutili o superati, dall’altro la constatazione che - dopo aver speso la vita con le persone, nell’aver dedicato cuore e attenzioni, sensibilità e l’aspetto del culto - si è instaurata una specie di necessità reciproca dove io sacerdote non posso stare senza la mia gente e a loro volta i parrocchiani non possono fare, in qualche modo, senza il sacerdote.
Don Michele: Le circostanze eccezionali dettate a causa del coronavirus hanno comportato una sospensione dell’aspetto dinamico e attivo della vita parrocchiale e sacerdotale, ma non un suo stravolgimento. Superato il comprensibile smarrimento dei primi giorni, siamo stati costretti a tornare all’essenziale. Il Giovedì santo è il giorno in cui tutti i preti attorno al loro vescovo rinnovano le promesse dell’ordinazione.
Ho ripensato a quello che la Chiesa in quel giorno mi ha chiesto come impegno per tutta la vita e ho costatato che era esattamente ciò che stavo facendo, pur nelle limitazioni imposte: la celebrazione fedele e quotidiana del S. Sacrificio Eucaristico, la preghiera assidua per il popolo di Dio, la disponibilità a dedicarsi al bene delle anime attraverso i sacramenti e nel servizio dei fratelli, in comunione con tutta la Chiesa. Si potrebbe dire niente di straordinario, eppure di grande importanza: pregare Dio per le necessità dei vivi e dei morti, portare il viatico ai moribondi (non affetti da coronavirus) o accogliere i fedeli per una confessione, essere vicino alle persone in lutto, incoraggiare le famiglie del catechismo o gli anziani, attraverso una telefonata o un sms, tenere la chiesa aperta e accogliente per i fedeli, dare segni di vitalità della parrocchia…  Tutto questo riempie di senso ogni singola giornata.
Don Giorgio: Non mi sarei mai aspettato un virus misterioso, un po’ alla volta sempre più letale, un’epidemia dilagante, una pandemia planetaria. E non mi sarei mai immaginato la decisione di far sospendere ovunque per mesi tutte le celebrazioni, cosa mai avvenuta a memoria d’uomo. Ma sono consapevole che la chiamata di Dio è irrevocabile, che siamo chiamati ogni giorno come ministri ordinati in cura d’anime a conformarci alla Sua volontà, ad essere sempre più intimamente uniti a Lui, Roccia viva, per poter anche essere vicini al popolo di Dio, assetato e affamato di poter lodare assieme, comunitariamente, il Signore della vita. Da un lato indubbiamente si ha più tempo per la preghiera personale, per la meditazione; d’altra parte ci si sente enormemente bloccati nella via ordinaria nel raggiungere le famiglie, gli ammalati, i giovani del catechismo. Ciò nonostante non mi sento un sacerdote a metà, anzi, tenendo il telefono aperto giorno e notte, non sto a contare le ore che investo nella direzione spirituale a distanza, in mancanza della pratica sacramentale e dei normali appuntamenti. Se si vuole, lavoro per un prete ce ne sarà sempre!

Sente la lontananza della comunità? Come è stato celebrare quest’anno la Pasqua?
Don Michele: Anch’io, come i fedeli, vivo con disagio la mancanza dei momenti di preghiera comunitaria, soprattutto la S. Messa domenicale. Più il tempo passa e più la mancanza si fa acuta. Per l’occasione della Settimana Santa ho accolto l’invito di alcuni consiglieri più giovani di organizzare la trasmissione in streaming dei riti attraverso al creazione di un apposito Gruppo su Faceboock. Ciò ha consentito la collaborazione di alcune persone "giustificate" per lo svolgimento di tutto il ciclo pasquale in modo essenziale, ma dignitoso. Il riscontro è stato di gradimento da parte di molti che si sono commossi nel poter rivivere lo stile e l’atmosfera della propria chiesa.
Io però sono refrattario ad affidare tutto alla forma virtuale, anche perchè uno dei cardini della nostra fede è l’Incarnazione. Il che significa non solo "esperienza intellettuale", ma anche "corporeità": parole e canto, gesti, segni come l’olio, l’acqua, il pane e il vino consacrati,ecc. parlano a tutto l’uomo anche nel suo aspetto sensoriale. La mia attenzione perciò è stata volta a "far sentire alla gente che è Pasqua".
Ogni domenica dopo aver fatto l’adorazione sono uscito col Ss. Sacramento a benedire sul sagrato, tra il suono festoso delle campane.
Ho invitato i miei parrocchiani a valutare, nel momento in cui passavano per andare a fare la spesa, di entrare in chiesa per una visita a Gesù presente nel tabernacolo. Gesù è lì che ci aspetta, vivo e vero. Non è la stessa cosa che pensarlo, stando davanti alla televisione!  Ho spalancato le porte della chiesa nei primi due giorni di adorazione eucaristica, così come pure il Venerdì Santo ho esposto il crocefisso per invitare i passanti a fermarsi a fare una preghiera. Abbiamo addobbato la chiesa secondo la consuetudine per far sentire ai fedeli la diversa indole dei tempi liturgici. La settimana dopo Pasqua abbiamo reso disponibile l’ulivo benedetto, che la gente desiderava tantissimo; abbiamo raggiunto i chierichetti per portare in famiglia l’uovo di cioccolato comprato per loro, assieme a un biglietto di augurio e di benedizione.
Mons, Arnaldo: Essendo aiuto del parroco non ho un legame con la totalità delle due parrocchie, ma solo con le persone che frequentato le celebrazioni e con il C.Pa.Pa. - Ad essere sincero, non mi è mancato un contatto globale con le due parrocchie che in effetti non ho. Certo il pregare assieme il Santo Rosario quotidiano prima della Messa e celebrare con i fedeli presenti alla sera o alle Messe della domenica mi è mancato.
Io ho avuto la grazia di avere sempre presente una persona amica che ogni giorno è venuta in casa mia per partecipare alla Santa Messa quotidiana.
Anche la Pasqua di Resurrezione l’ho vissuta in questo modo sapendo, però, di essere in unione e comunione con la Chiesa Universale nella quale e con la quale e per la quale celebro sempre, ogni giorno. Quando il Sacerdote celebra non mai da solo anche se fisicamente può esserlo. Mai dimenticare questo!
Don Ruggero: Indubbiamente direi che la Pasqua è stata un po’ l’apice della situazione "schizofrenica" cui accennavo prima.
Da un lato, calendario alla mano, si è consapevoli che c’è il periodo di preparazione alla Pasqua, un tempo "forte" dell’anno, in cui si investe tantissimo sul lavoro di formazione, di presenza, della maturazione di un modo di essere di fronte a Dio. Questo lungo percorso dovrebbe portare ad una conclusione in cui storicamente si celebra la Risurrezione di Gesù. Di fatto, per certi versi, oggi lo sappiamo meglio di ieri, perché il tempo ci ha dato modo di pensare a una Risurrezione che non sfocia immediatamente nella realtà concreta, nella Risurrezione con le persone, ma rischia di essere soltanto un ricordo.
In questo momento, non potendo da un lato celebrare e non potendo nemmeno impegnare concretamente molte risorse, questa realtà pesa sul cuore, spaventa e fa star male. C’è una "nevrosi di impotenza" nel non poter essere, gestire e operare, anche se qualcosa si fa, pur con i limiti imposti.
Don Giorgio: Veramente celebrando ogni giorno con la stessa attenzione i divini misteri non posso dire, come spesso si è sentito, "quest’anno neanche Pasqua"; anche con un sacrestano o 2 lettori, mi sono rivolto a Dio, come in ogni Eucaristia, mettendo sull’altare le intenzioni dei tantissimi fedeli e parrocchiani che solo via telefono potevano affidarmi le loro pene e preoccupazioni, ho cantato il Gloria e i vari inni sacri, ho cercato di tenere l’omelia unicamente sul Vangelo ma come sempre, senza fretta, a lode e gloria di Dio e per il bene spirituale del Suo popolo. Io dalla chiesa, i fedeli dalle case, ma tutti uniti assieme nel lodare e celebrare la misericordia e la bontà di Dio per noi.   
Abbiamo assistito, ahimè, in tante parti del mondo, a tante spettacolarizzazioni della liturgia, a tanti ministri "showman". Ma stendiamo su questo un pietoso velo.
La categoria più penalizzata sono purtroppo gli anziani, che da sempre seguono le funzioni religiose attraverso la televisione, specialmente del santo padre, ma il fatto di venire dentro la loro chiesa li faceva sentire più comunità, vivevano una comunione che la solitudine delle case non può offrire.
Sapendo che quest’anno i fedeli non potevano venire in chiesa per il Triduo pasquale abbiamo cercato di portare nelle famiglie dei più soli, in particolare, i foglietti domenicali liturgici, alcuni sussidi e preghiere da poter innalzare anche da soli ma in comunione di spirito. Abbiamo invitato a seguire il vescovo e il papa, non sovrapponendo mai gli orari.
Per Pasqua ho avuto l’intuizione di collegare, oltre alle due casse esterne dei microfoni, che si usano solo per i funerali con tanta partecipazione esterna, anche 2 amplificatori processionali, in modo da poter far udire la celebrazione pasquale in diretta almeno uditiva dalla propria chiesa, se non altro per le case abbastanza vicine. Al termine sono uscito per la benedizione col SS. Sacramento, pensando di trovarmi da solo, ed invece, ho visto la gente fuori dalla porta di casa inginocchiata: non ho potuto trattenere le lacrime, anche ricordando con una preghiera l’impegno di tutti i medici e operatori sanitari durante questo difficile ed imprevisto periodo. Anche i ragazzi dell’Oratorio hanno preparato separatamente il loro pezzo di stazione per poi mettere insieme i vari contributi e formare le 14 stazioni della Via Crucis da loro commentate e fatte girare sui social.

C’è qualcosa di particolare che l’ha colpita in questi momenti? Qualche testimonianza di speranza?
Don Giorgio: In questo tempo mi ha colpito la disponibilità e comprensione delle famiglie nell’accompagnare i loro cari negli ultimi giorni della loro malattia (non legata al virus) e nel celebrare senza la Messa le esequie ma sempre con tanta dignità e forse anche con più trasporto.
Nei paesi piccoli dove ci sono pochi casi e dove, dopo 13 anni di permanenza, ci si conosce molto bene, anche nei casi di lutto siamo riusciti ad essere una comunità viva che prega e non dispera. Infatti, il giorno prima delle esequie, dalla canonica io ho telefonato ai parenti che avevano in casa il defunto e loro con "Skype" e altri telefonini son riusciti a contattare decine e decine di altri parrocchiani e parenti, e così abbiamo potuto celebrare in diretta i misteri gloriosi meditati del Rosario senza difficoltà.
Tante sono le testimonianze di speranza che non possono per ragioni di spazio essere tutte riportate, dico semplicemente che le persone raggiunte da un libretto, un video "Whatsapp" augurale che ho fatto per Pasqua, da altri messaggi eseguiti dai ragazzi dell’Oratorio, dall’olivo messo a disposizione di tutti dalla nostra farmacia e bottega di paese, hanno avuto modo di essere un piccolo gesto che ha fatto però tanto bene e che la gente si è subito prodigata a ringraziare per telefono, assicurandomi vicinanza. Ho ribadito che la parrocchia c’è, il parroco celebra ogni giorno per tutti i paesani e in comunione con i fedeli che danno all’Eucaristia domenicale un grande significato e momento di festa per sentirsi figli amati di Dio, per sentirsi pellegrini, anche immersi nel timore e incertezze, ma in cammino verso la nostra vera meta finale, la vita in Dio; ho detto di chiamare per qualsiasi motivo e di segnalare le famiglie in difficoltà per poter far giungere con la nostra Caritas interparrocchiale almeno delle provviste di cibo.
Una persona mi ha scritto: "vorrei un po’ della sua serenità". Non ho ricette e non posso instillare in un lampo la pace del cuore, ma cerco di essere sempre me stesso, senza risentimenti, cercando di non fare distinzioni, facendo capire che la vita è un grandissimo dono, non un nostro diritto, e anche questo tempo inedito di reclusione deve farci capire che non siamo onnipotenti e che tante frivolezze vanno abbandonate per abbracciare sentieri più profondi e solidi che non ci faranno mai precipitare nello sconforto ma con saggezza ci faranno leggere tutti i segni dei tempi e ci faranno sentire sempre l’immenso amore e tenerezza di Dio Padre. Soltanto la preghiera, l’affidarci veramente nelle mani di Dio e non dei telegiornali, ci darà la serenità e la pace di cui in tanti oggi abbiamo bisogno.
Mons. Arnaldo: Quello che mi ha confortato e, indubbiamente anche meravigliato, è la forte rispondenza avuta on line che mi ha evidenziato un profondo desiderio di preghiera in questi giorni e una accorata richiesta di vicinanza e di sostegno da parte della gente. La gran parte di quanto appena detto emerge dalle pagine di facebook dove opero da circa dieci anni, postando quotidianamente una riflessione, un commento. Nei messaggi da sempre ricevuti e in modo particolare  ricevuti da quando siamo "ristretti" nelle nostre case, è presente una profonda e marcata richiesta di "aiuto spirituale", di "sostegno nella speranza" che, devo sottolinearlo, non è solo limitata al superamento dell’attuale pandemia. Io cerco di proporre il Messaggio evangelico declinato per le persone che vivono questa o quella situazione. Il riscontro mi è sembrato notevole.
Don Ruggero: Sono arrivati molti messaggi da parte dei bambini, giunti sia telefonicamente che in maniera "grafica", per comunicare il loro desiderio la speranza che ci si ritrovi presto di nuovo insieme.
Ci sono poi più persone che mi hanno fatto arrivare una risposta solidale nei confronti dei poveri e altre ancora che si sono rese disponibili per contattare, almeno telefonicamente, le situazioni concrete di bisogno, per non lasciarle sole.
Tutto questo esprime vera consapevolezza di essere un’unica grande famiglia.
Don Michele: Anzitutto la preghiera in molti casi si è intensificata a livello famigliare. So di molte persone che ascoltano insieme quotidianamente la S. Messa  alla TV, recitano il S. Rosario, oppure le Lodi mattutine, ecc. C’è più tempo per pensare e meditare. Qualcuno ha anche fatto un piccolo altarino dove radunarsi per dire insieme almeno una decina del Rosario con i figli… In questo periodo di digiuno eucaristico forzato, la presenza eucaristica e la Santa Messa risplendono di valore immenso, proprio a motivo degli impedimenti attuati. Paradossalmente si capisce la preziosità di una cosa, soltanto quando ci viene tolta.
Inoltre non è venuta meno la solidarietà: pur in forma limitata abbiamo potuto effettuare una raccolta di viveri per la Caritas decanale ed è stata elargita anche qualche somma da destinare ai bisognosi.
Inoltre vedo i confratelli sacerdoti rendersi pastori intelligenti e premurosi, anziché vivere rassegnati o nell’inerzia. Ognuno con lo stile e la creatività che gli è propria, si sente impegnato a far sentire ai fedeli che non sono lasciati soli, ma che Dio è in mezzo a noi.  E noi preti siamo accanto a loro con tutte le espressioni della carità pastorale che ci vengono consentite.
Piccoli segni di speranza e di incoraggiamento che non dobbiamo disperdere. Se sapremo vivere con fede questa situazione, ne usciremo più forti e purificati.
Don Ruggero, Lei è stato coinvolto, dal Centro Tradizioni di Borgo San Rocco, in un progetto di video commenti alla Parola e, nel corso della Quaresima, anche di Via Crucis via web. Come è stato prendere parte a questo progetto?
Personalmente ho dimostrato sempre un certo scetticismo sul servizio dei media più recenti; non un atteggiamento di chiusura, direi più perplessità, perché un messaggio ti porta una notizia o ti chiede qualcosa ma tu, mentre lo componi o registri, non hai nessun tremito sul volto, non hai nessuna sensazione o sensibilità particolare da portare, dai semplicemente una comunicazione che, oltretutto, in moltissimi casi non ammette repliche.
È il tuo punto di vista senza interlocutore, senza possibilità di discutere insieme.
Va ricordato che sul web si sviluppano anche moltissime bugie, falsità, stati d’animo e visceralità, pertanto continuo a nutrire della perplessità sull’uso dello strumento, non sulla validità. Infatti ho avuto poi modo di verificare quanto lo strumento sia importante e proficuo nel lavoro di prete, per ricollegarsi con la gente con la quale ho speso una vita.
Devo dire che la risposta è stata molto più che soddisfacente per quanto riguarda la diffusione e condivisione del messaggio. La risposta di consenso e l’esortazione a non mollare, di continuare a promuovere questo dialogo, mi ha convito dell’utilità - vorrei dire quasi della necessità - dell’uso di questo strumento.
Ovviamente con la constatazione che, dall’altra parte, si trova un tipo particolare di uditorio, che vive un momento del tutto straordinario che non possiamo ignorare.
È un momento che va compreso, auspicabilmente ne usciremo con la consapevolezza di quanto superfluo abbia rubato spazi eccessivi della nostra vita; ci si dovrà anche domandare quale parte attiva si ha nella propria vita e quale responsabilità ci si dà nei confronti degli altri. Se questi due aspetti saranno tenuti in evidenza, avremo un maggior riguardo del mondo in cui siamo, perché siamo responsabili per gli altri, condividiamo una realtà che ci chiede la nostra parte di responsabilità. Questo è un aspetto che potrebbe orientare verso il nuovo, credo anche sotto il profilo religioso.

Monsignor Arnaldo, Lei ha subito proposto delle dirette facebook per continuare a proporre ai fedeli le liturgie. Quale la risposta?
Va detto subito ricordato che io opero in facebook da circa dieci anni quotidianamente e, grazie all’attività svolta, ho raggiunto 1.211 "amici virtuali" da tutto il mondo: Europa, Giappone, Continente Latino Americano e soprattutto in Italia. Molti sono di Gorizia e della Regione Friuli - Venezia Giulia.
L’idea di una "diretta facebook" è venuta parlando con la persona che si è impegnata ad essere presente quotidianamente per l’assistenza tecnica. Abbiamo iniziato a trasmettere il giorno 12 marzo, in piena Quaresima, un giovedì, scegliendo l’orario delle 18.30. Avendo mantenuto fede all’impegno il numero delle persone che si mettono in contatto è andato progressivamente aumentando. Non solo vi è collegamento, ma le persone desiderano confermare la loro presenza con un commento, con un "I like" o "I love", un Amen oppure "Presente!", o una breve preghiera.
Io leggo questo segnare la propria presenza come un desiderio di partecipare, presenza negata dalle attuali disposizioni.
Mi ha meravigliato moltissimo lo scritto di una persona che vive in Olanda che si collega ogni giorno per la Messa che subito mi ha scritto: "Io sono atea, ma collegarmi con la sua Messa mi sostiene il cuore!". Beh! Se non ci fosse altro, mi basta comunque questa risposta....
Diversi chiedono di ricordare i propri morti durante la celebrazione o di pregare per le loro necessità e di questo sono grati. In questo modo ho "predicato" a molte più persone per tutta la Quaresima ed ora il Tempo di Pasqua.

Al termine di tutto questo cosa proporrà alla sua "comunità" e cosa " si aspetta", che tipo di risposta?
Mons. Arnaldo: Beh, non mi aspetto particolari realtà dall’unità pastorale, piuttosto mi aspetterei che ci fosse una seria riflessione a livello diocesano delle varie esperienze che in questi mesi si sono andate sviluppando da parte di numerosi sacerdoti. Nella Chiesa siamo bravi a progettare, realizzare, ma a fare il "punto della situazione" e un’analisi del lavoro svolto per desumere strategie operative importanti, beh... normalmente non si fa. Mi basta pensare alle belle esperienza svoltesi durante l’Anno della Misericordia a Cormons presso Rosa Mistica, ad Aquileja,  presso l’isola di Barbana... una volta chiuso l’Anno Santo Straordinario tutto è andato nel dimenticatoio e le esigenze importanti emerse in quelle esperienze, dimenticate... forse perché non rispondenti alle linee pastorali ufficiali?
La nostra gente, in questi mesi, ha mostrato tutta la propria fragilità e le proprie ansie e paure, ma anche una forte richiesta di vicinanza da parte della Chiesa e dei suoi Ministra Sacri: un grido di aiuto e di vicinanza che deve essere accolto e al quale grido si deve rispondere non con questo o quel documento o lettera pastorale, ma con una vita di comunità orizzontale che tende al verticale verso l’infinito di Dio. Ci riusciremo?
Don Giorgio: Penso di aver risposto un po’ nelle riflessioni precedenti. Non esistono risposte esatte a domande ben precise. Il ministero del sacerdote non è mai del tutto già bello preparato. Ogni giorno ci sono annunci gioiosi, campane che suonano a festa per una nascita, come più spesso la campana a lungo che segna la dipartita di un paesano. Ci sono le malattie improvvise a cui i parenti ti chiedono una mano, ci sono le liti in famiglia che ci fanno star col cuore in mano. Non possiamo essere lontani dai nostri familiari, che per un prete sono i nostri parrocchiani, quando gioiscono e quando soffrono.
Ora loro e noi sacerdoti e consigli pastorali siamo in attesa di sapere le nuove direttive dei vescovi italiani per una chiesa che non deve dimostrarsi sprangata e in ritirata ma possa piano a piano, superata la fase più aspra dell’emergenza, annunciare con forza la Risurrezione del Cristo e non sia lasciata in balia dei marosi e dei flutti infidi di tante sirene ammaliatrici. Lo Spirito Pasquale che i vangeli di questi giorni ancor più ribadiscono, ci infondano coraggio e nuovo ardore per vivere di questa gioia, per trasmetterla, testimoniarla, pur con i nostri limiti, ma nella consapevolezza che solo in Dio il nostro cuore riposerà nella pace.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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