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Essere sacerdoti in questo tempo...

L’emergenza sanitaria impone la ricerca di nuovi percorsi pastorali perchè non venga meno la prossimità dei presbiteri alle comunità cristiane /4

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Essere sacerdoti in questo tempo...

Con la sospensione delle liturgie e delle attività, ci troviamo a vivere un tempo che interpella in modo particolare anche i sacerdoti. Abbiamo dialogato con alcuni di loro ed in questa quarta puntata del nostro viaggio vi proponiamo le interviste a don Gilberto Dudine (parroco dell’Unità pastorale tra le parrocchie di SS. Salvatore e S.Valeriano Vescovo di Gradisca d’Isonzo e S. Maria Assunta di Farra d’Isonzo), don Franco Gismano (parroco delle parrocchie di Campolongo e Tapogliano decano del Decanato di Aquileia – Cervignano – Visco) e don Stefano Goina (parroco dell’Unità pastorale del Sacro Cuore di Gesù e di Maria e Santi Giovanni di Dio e Giusto a Gorizia).
Cosa significa essere sacerdote nei giorni del coronavirus con le liturgie e le attività parrocchiali sospese?
DON STEFANO: Come punto di partenza vorrei dire che non esiste un modello unico di sacerdozio.
Non tutti i sacerdoti fanno le stesse cose: c’è chi insegna a scuola o in seminario, chi ha un incarico in Curia, chi è parroco in un paese e chi lo è in città, e chi è un vicario parrocchiale, chi ha una sola comunità e chi ne ha tante, chi ha collaboratori validi e chi si ritrova quasi solo… Dagli impegni deriva la propria agenda giornaliera e settimanale.
Io posso partire da quello che faccio, che per molti aspetti è rimasto invariato.
Sono responsabile del Contavalle, dove gli ospiti non se ne sono andati a casa, perché quella è la loro casa, e devono essere seguiti come e più di prima. Sono l’economo diocesano, e se è vero che molti cantieri sono sospesi, gli impegni amministrativi rimangono. Sono vicario episcopale per la Caritas, che ha aumentato il proprio impegno in queste difficili settimane. E sono anche parroco di due parrocchie, e qui sì le cose sono cambiate: non ci sono liturgie, non ci sono riunioni, catechismo… certamente ci sono i gruppi Whatsapp e si cerca di rimanere in contatto, ma credo sia un’esperienza comune accorgersi che non è la stessa cosa che vedersi e parlarsi di persona.
DON GILBERTO: Il carattere sacerdotale non viene mai meno, nemmeno nei giorni del Coronavirus, anzi "in tempore bello", in tempo di guerra, ci viene chiesto un di più per essere vicini alla nostra gente. Ci si ingegna coi i moderni mezzi della comunicazione come il telefono, i video, lo streaming, immagini e audio o video messaggi per portare la Parola a tutti.
È soprattutto nelle Opere, come ci insegna San Giacomo nella sua lettera che dimostriamo -e viviamo- la Fede. Così le liturgie ci sono comunque, magari da soli e a porte chiuse affinché in ogni momento, in qualche parte del mondo, sia comunque alzata verso il cielo l’Ostia Santa del  Sacrificio di Cristo al Padre. Tutte le persone che avevano chiesto la Santa Messa di suffragio per i loro cari sono stati avvisati che la Santa Messa viene celebrata comunque all’ora consueta e che da casa potevano unirsi spiritualmente alla celebrazione.
Al termine della celebrazione magari con una telefonata mi sono fatto vicino per un saluto e la rassicurazione del suffragio celebrato.
DON FRANCO: Il sacerdote cerca di vivere una relazione di fraternità con le persone che incontra nel suo servizio di annuncio/testimonianza della fede. Sente, insieme ai suoi parrocchiani praticanti, la mancanza della domenica come celebrazione comunitaria dell’eucarestia che accompagna e qualifica l’attività lavorativa settimanale.
In questo mese di ’silenzio liturgico’ è come se i giorni fossero tutti uguali e non ci fosse quel momento di festa familiare che rende la vita più gioiosa.
Mai come in questo frangente ci si rende conto del pericolo della monotonia nello scorrere del tempo… un tempo ’cronologico’ che si percepisce come uguale giorno per giorno, misurato solo dalle ’cose da fare’; come se in esso non ci sia quella novità (che invece c’è, ma non si celebra) che ci fa essere un popolo salvato da Gesù in cammino verso " il cielo", non preoccupato solo delle cose "della terra". La nostra è una fede da popolo che celebra una salvezza comune, non individuale, e chiede di essere celebrata insieme.

Sente la lontananza fisica dalla comunità? Guardando alla Pasqua, come verrà vissuto quest’anno questo momento?
DON GILBERTO: Sicuramente si sente la lontananza fisica dalla comunità e la Pasqua sarà diversa dagli altri anni, spero comunque che tutti possano trovare, interiormente, la stessa partecipazione di ogni anno. Sicuramente guardare i riti alla televisione è diverso che parteciparvi "dal vivo" nella propria parrocchia, non solo perché la televisione non "distribuisce" la comunione perché il fisico è diverso dal virtuale per sua natura.
Cerco di spiegare. Il rito liturgico è per sua natura un memoriale ovvero un rifare esattamente e con gli stessi gesti e parole e per sempre quanto ha fatto Gesù nell’ultima cena.
Non è un ricordo, cioè un ricordo "astratto" della mente ma è un memoriale ovvero un rifare "fisico e reale" e sempre identico. Pertanto pur soddisfando il precetto festivo per causa di forza maggiore a causa del corona virus non sarà la stessa cosa. ciò non toglie che Gesù risorge comunque nel cuore dei fedeli, soprattutto se sanno che nella propria Chiesa il parroco comunque, magari da solo, celebrerà "per tutti" e il suono delle campane avvertirà i fedeli a casa del Gloria e della consacrazione. Questa è una tradizione che è sempre stata nelle nostre parrocchie, al Gloria e alla consacrazione si suonavano le campane e chi era a casa, soprattutto i malati, ne diventavano partecipi.
Ora in quarantena, speriamo che nessuno si ammali ovviamente, viviamo i Misteri della Fede a distanza, riprendendo magari le antiche tradizioni.
DON FRANCO: Sinceramente non sento una distanza "fisica" dalla "comunità". Come dicevo, sento più la mancanza della celebrazione comunitaria e fraterna di ringraziamento che Gesù è venuto per tutti e per tutto. Senza Gesù infatti il male come distruzione di ogni relazione (con la terra, con gli altri) finirebbe per vincere.
Questi giorni chiusi in casa ci aiutano a capire il valore delle relazioni, la nostalgia per esse. Ma anche la potenza della nostra interiorità, che le fa rivivere quasi senza "fisicità". Come il silenzio è fondamentale per comprendere il senso della parola, così la lontananza o interruzione di rapporto ci fa capire che senza di esso non si vive. La "comunità" parrocchiale è poi una ’comunità’ inevitabilmente abitata da diversi gradi di relazionalità umana. Da quella più stretta dei collaboratori ’quotidiani’, a quella settimanale dei  frequentanti l’eucarestia domenicale, a quella dei fedeli delle ’grandi occasioni’.
Non poterci incontrare "fisicamente" ci costringe a farlo "memorialmente": ciascun fedele farà memoria a casa, rendendo presente nel suo animo le persone che non potrà incontrare. Familiari, amici, colleghi… magari, come mi hanno detto alcuni anziani del paese, preparando lo stesso pasto che avrebbero preparato per la tradizionale riunione di famiglia. Così facendo saranno meno soli  mangiando il cibo della memoria familiare nell’attesa del prossimo avvento fraterno.
DON STEFANO: Certamente. Celebrare la Messa con una o al massimo due persone (come attualmente faccio) non è come ritrovarsi con la comunità. E lo scambiare quattro parole dopo le liturgie, o incontrare i bambini e i ragazzi a catechismo, è una cosa che mi manca. I funerali, poi, sono uno strazio, senza nemmeno la possibilità di stringere le mani ai parenti - pochi - che possono partecipare ad un rito ridotto all’osso, senza la Messa. Ma - non so se capita anche ad altri - le telefonate sono diventate più lunghe e più vere, perché non ci si sente per qualcosa da organizzare, ma perché ci si interessa gli uni degli altri. Non sono stato tentato dal mettere sul web le "mie" liturgie. Ho massima stima per chi lo fa, ma non rientra nella mia sensibilità, anche perché penso che se c’è già il Papa ed il Vescovo che permettono di partecipare attraverso la TV e il web alla liturgia della Chiesa, questo può essere sufficiente.
Scrivo qualche messaggio ai gruppi Whatsapp dei catechisti, del consiglio pastorale, degli scout, per far sentire che in qualche modo porto i miei parrocchiani nel cuore, ma cerco di non esagerare.
Riguardo questa Pasqua, è stata vissuta in maniera strana.
Ho cercato di partecipare - e far partecipare i miei parrocchiani - ad alcuni momenti diocesani: penso alla liturgia penitenziale di mercoledì in Duomo a Gorizia, o facendo suonare le campane negli orari indicati dal Vescovo.
Sono piccoli segni, ma che possono diventare un modo per riconoscersi come chiesa universale e diocesana. Ma i segni fondamentali e abituali sono mancati.
Certo, alcuni hanno seguito qualche sussidio con proposte anche belle e originali per riscoprire la "chiesa domestica", ma non ci sono state le liturgie e gli incontri nelle chiese.
Da una parte temo che questo possa portarci a perdere l’abitudine alla partecipazione alla messa domenicale; ma d’altra parte ciò che sta accadendo può aiutarci a comprendere l’essenziale della nostra fede.

C’è qualcosa di particolare che l’ha colpita in questi giorni? Qualche testimonianza di speranza?
DON FRANCO: A fronte di una mancanza di celebrazioni stiamo assistendo ad una vera testimonianza di fede cristiana. E non penso solo a quei martiri che, senza celebrazioni eucaristiche domenicali, hanno servito i fratelli fino a dare la vita per loro. Ma anche alla generosità di tanti giovani impegnati nel volontariato che non si stanno risparmiando in questi giorni per essere accanto ai più bisognosi
Con la gioia nel cuore, augurando ’buona pasqua’ vanno di casa in casa a portare pasti, medicine, protezioni sanitarie e il rametto di ulivo benedetto all’inizio della settimana santa. Tra questi tanti giovani dei nostri paesi. Mi verrebbe da dire che a queste persone sono bastate poche eucarestie e poche prediche per mettere in pratica il vangelo!
DON GILBERTO: Tante cose mi hanno colpito. Si scoprono tanti bisogni diversi rispetto al tempo di normalità, le persone non hanno bisogno solo della spesa o delle medicine a domicilio, questo e molto facile adempierlo. Hanno bisogno di relazioni, di una parola di speranza, di uno sguardo sereno sul domani. Come ben ci rendiamo conto questa situazione non porta solo il dover stare a casa per un paio di mesi, porterà una crisi economica molto ma molto grave e lascerà, soprattutto alla Chiesa, un cambiamento profondo.
Non possiamo nascondere che la Chiesa vive una crisi profonda e che le Chiese sono sempre più vuote. Quanti sono i fedeli il 10% o anche meno in certe parti anche il 5%.
Le persone che frequentano hanno spesso i capelli bianchi e ci si domanda spesso che succederà tra dieci anni? Chi verrà ancora in Chiesa? Questa situazione credo anticiperà quel "tra dieci anni".
È dunque una sfida per la Chiesa di cercare modi nuovi per annunciare il Vangelo di sempre. Certo è, e di questo ho avuto moltissime conferme, che questa crisi mette in evidenza come la gente ha fame di Eucarestia e che come non mai, proprio perché manca, è il momento per portare di più questa Grazia dell’Eucarestia e dell’Adorazione in tutte le comunità, ci sono diverse parrocchie che durante l’anno non fanno mai Adorazione Eucaristica e questo non va bene.
Questa è la Speranza, poter incontrare Gesù in una Fede matura nell’Eucarestia.
DON STEFANO: Mi ha colpito, ma non sorpreso, la generosità delle persone.
Certo, come vicario per la Caritas, mi sarebbe piaciuto che questa avesse un ruolo maggiore nel convogliare persone, energie e risorse nel soccorrere chi si trova - e si troverà più avanti - nel bisogno. Ma sono convinto che, anche senza "etichette", chi si dà da fare per il prossimo fa parte della squadra di Cristo.
L’importante è che queste energie, stimolate dalla paura che tutti - chi più chi meno - proviamo in questi momenti, non ci abbandonino.
Questi sono i segni di speranza, da coltivare, in modo che rimangano presenti in noi, nelle nostre comunità, anche quando tutto questo sarà passato.

Don Franco, multimedialità e social sono usati nella vostra parrocchia in questo momento?
Mi viene da fare una battuta provocatoria: mi si sta chiedendo della multimedialità del reale o del virtuale? E non mi sfugge il fatto che qui si intende della multimedialità digitale come mezzo di comunicazione… ma di che cosa? Di eucarestie virtuali o reali?
Una riflessione sui mezzi di comunicazione sociale specialmente in relazione alla proliferazione di riti liturgici andrebbe fatta.
Alle volte mi sembra di essere ai centri commerciali del religioso dove tutti vogliono la propria vetrina. I più piccoli ad immagine dei più grandi… Che bisogno c’è di repliche mediatiche, quando già abbiamo ciò che ci basta grazie al servizio pubblico? Il silenzio di Dio non chiederebbe un maggior silenzio su Dio per poter fissare la sua Parola nella nostra memoria?
Silentium ordo caritas: lasciamo che cresca in noi la nostalgia della domenica, quella reale, non virtuale!
La multimedialità digitale ha ampliato immensamente l’insopportabile bisogno di protagonismo di chi si pensa necessario alla salvezza…
Chissà mai che qualche fruitore mediatico sia tentato alla fine di restarsene a casa anche quando potrebbe ritornare in chiesa per soddisfare il suo individuale bisogno di sacro!
A questo proposito mi viene in mente una frase ricorrente nelle omelie di un vescovo che molti, specie in Friuli, hanno potuto apprezzare: meno messe e più messa!

Don Gilberto, sappiamo che per rimanere accanto ai ragazzi della vostra comunità vi siete organizzati con messaggi e video. Quale la risposta? Come vivono quest’evento che ha cambiato drasticamente anche la loro quotidianità?
I ragazzi hanno la capacità eccezionali di adattamento. Sia con gli scout che con l’azione cattolica facciamo delle attività "via etere" tramite video fai da te, condivisioni di foto o disegni fatti da loro su temi dati dagli animatori, alle riunioni con i più grandi attraverso le videochiamate con appositi programmi del telefono o del computer, così anche per il catechismo, soprattutto per i ragazzi della cresima.
Non bisogna fermarsi mai, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna come dice San Paolo, fai della tua vita un segno dell’Amore di Dio, anzi consuma la tua vita per l’Amore.
Anche per la scuola i ragazzi fanno le videolezioni e cosi anche per le attività parrocchiali, sono modi nuovi, sfide nuove che ci interrogano.L’importante è che la Chiesa tenga ferma la barra del timone della Fede e della morale, il resto, il metodo può cambiare purché la sostanza, Gesù ci sia e sia Lui il protagonista e non noi.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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