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Essere sacerdoti in questo tempo...

L’emergenza sanitaria impone la ricerca di nuovi percorsi pastorali perchè non venga meno la prossimità dei presbiteri alle comunità cristiane /2

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Essere sacerdoti in questo tempo...

Con la sospensione delle liturgie e delle attività un tempo che interpella in modo particolare anche i sacerdoti. Abbiamo dialogato con alcuni di loro su questa tematica ed in questa seconda puntata del nostro viaggio vi proponiamo le interviste a don Sinuhe Marotta, parroco dell’Unità pastorale cui fanno riferimento le comunità di Cervignano del Friuli, Terzo d’Aquiieia, Strassoldo e Scodovacca, e a don Paolo Zuttion, parroco a San Giuseppe di Monfalcone ed ai Santi Pietro e Paolo di Staranzano.

Che cosa significa essere sacerdote nei giorni del coronavirus con le liturgie e le attività parrocchiali sospese?
Don Sinuhe: Buona domanda: "essere" sacerdote, e non solo "fare" cose da preti… Questo potrebbe essere il primo richiamo che la strana e inedita situazione attuale ci rivolge, un richiamo all’essere.
Per questo continuiamo a garantire le celebrazioni festive anche nelle piccole comunità periferiche, anche se c’è solo il volontario che apre e prepara la Chiesa: siamo sacerdoti, offriamo Cristo anche se non abbiamo molte persone davanti. E la Comunità locale deve sapere che comunque c’è qualcuno che prega e offre per lei, anche se nessuno va in Chiesa.
Celebrare con le chiese vuote da un lato potrebbe configurarsi come "prove di secolarismo" iperavanzato, d’altro lato mi fa pensare ai cristiani in tempi di persecuzione o di guerra, ancora oggi, in cui uscire di casa per andare in Chiesa si configura come rischio spesso mortale, e le chiese sono vuote a causa delle armi e della violenza.
Don Paolo: Sembrava una Quaresima come tante altre e invece è cambiato tutto, come ha detto il nostro vescovo, improvvisamente ci siamo trovati nel deserto e questo mi ha aiutato a scoprire cos’è essenziale.
Debbo dire che, tolto dal vortice ordinario della vita ho l’opportunità di una maggiore intimità con il Signore gustando, come forse non mai la concretezza della Parola di Dio, che mi aiuta a trovare un po’ di luce  e di senso in questa situazione di grande sofferenza che stiamo attraversando. Soprattutto sento incoraggianti le parole che parlano della fedeltà di Dio nei momenti delle grandi prove del suo popolo. Vivo anche con maggiore intensità l’eucarestia, ora che non le celebro più "a nastro" come durante i tempi normali, ora che tanti fratelli soffrono perché non possono vivere la celebrazione, paradossalmente ne  scopro maggiormente  il grande dono per me e per la comunità.
L’aver ridimensionato o annullato alcune attività mi aiuta a disintossicarmi da quel attivismo che ti illude di essere il solo protagonista della tua vita, quando basta un nulla per stravolgere tutto.
La preghiera personale proprio per questa visione "attivistica" della vita spesso è tiepida e questo tempo mi ha aiutato a viverla con maggiore intensità.
Questo non significa che vivo da eremita, sono sollecitato continuamente soprattutto da persone che vivono momenti di difficoltà o altre che si mettono a disposizione per aiutare chi è nel bisogno. Il Sacerdote come punto di riferimento per molti nel difficile momento che viviamo. Questo tempo del Coronavirus lo sento come  un’occasione per riscoprire il vero dono del mio ministero.

Sente la lontananza fisica dalla comunità?
Don Paolo: Certamente questa lontananza  è completamente nuova una mancanza cui non ero abituato ed è una situazione in cui senti che ti manca qualcosa di importante ed è vero che le cose le apprezzi maggiormente quando né sei privato.
Quello che mi stupisce è il grande desiderio, che scopro in molti, a volte inaspettatamente, di trovare i mezzi per sentirsi uniti ed essere sostenuti in questo momento dove la vicinanza fisica è impedita. In questo sono importanti i social, ma non solo, il darsi un appuntamento, come parrocchia ad una certa ora per pregare assieme, dove chi non naviga in rete, e sono molti, possono partecipare,   aiuta a tenere assieme quei legami che sono a fondamento di una comunità.
Don Sinuhe: Sicuramente la lontananza dalla comunità ci costringe a ripensare l’azione della Chiesa nel suo insieme. Senza liturgia e senza catechesi, in che cosa consiste il nostro essere cristiani attivi? Come si può essere evangelizzatori?
Certo, c’è la questione dei canali attraverso cui incontrare le persone, in queste settimane ridotti al mezzo elettronico.
Ma c’è anche una questione di contenuti e modi di fare: quali parole dire se non abbiamo quelle della liturgia? E quale il nostro posto nella società, se non c’è il culto e la catechesi? È un laboratorio veramente interessante, su cui dovremmo aprire una riflessione utile per il futuro.

C’è qualcosa di particolare che l’ha colpita in questi momenti? Qualche testimonianza di speranza?
Don Sinuhe: Mi colpisce da un lato la fragilità del nostro sistema sociale ed economico, azione della Chiesa compresa. Basta un nonnulla perché le cose che pensavamo scontate non lo siano più. Dall’altro, dopo lo smaltimento dello shock iniziale, vedo nascere tantissima creatività nelle persone, nelle catechiste, nelle insegnanti della nostra Scuola Materna. Sembra quasi che la perdita di determinati elementi crei un forte movimento di rinnovamento e fantasia. Pur di educare, pur di parlare del Vangelo.

Don Paolo: Nei momenti di difficoltà viene fuori il tanto bene di cui siamo capaci noi esseri umani. Questo mi stupisce e mi commuove ogni volta . sono decine le telefonate e i messaggi di persone che si mettono a disposizione  per aiutare famiglie o persone nel bisogno.
Conosco un’associazione di soli giovani, quelli che noi di una certa età cataloghiamo spesso come insensibili alle tematiche sociali, che si sono messi a completa disposizione per fare la spesa e comprare medicine per chi è a rischio e non può uscire. Conosco un medico che, vista la sua specialità, vive accanto a coloro che sono in terapia intensiva, una situazione pesantissima,  ha già perduto diversi chili, oltre al mio lavoro, mi diceva, prego continuamente soprattutto per chi sta morendo.
In molte carceri ci sono state delle sciagurate rivolte,  ciò non è accaduto a Gorizia dove i detenuti mi hanno chiesto di interessarmi per poter donare il sangue.
Volevo infine ricordare don Fausto Resmini, cappellano del carcere di Bergamo, che è venuto qui a Gorizia a portarci la sua testimonianza durante una notte Caritas, si è addormentato nel Signore a causa del Coronavirus. Una vita bella servendo Cristo presente nei carcerati , negli scartati da questa società, una vita donata quotidianamente che è testimonianza di quell’amore che è più forte della morte, persone come lui fondano concretamente la mia speranza.

La sua parrocchia propone numerose celebrazioni attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Quale la risposta?
Don Sinuhe: Grazie a Radio Presenza, emittente parrocchiale dagli anni 70, appassionata impresa di don Nino Carletti parroco di allora, è possibile arrivare in molte case. E grazie alla straordinaria abilità dei giovani volontari del Ricreatorio, in particolare Emanuele, entrare in YouTube sembra quasi un gioco da ragazzi. Per questo servizio abbiamo ricevuto tantissimi grazie, da famiglie, persone adulte, anziani. Anche se c’è il rischio di non essere adeguati nel modo di porsi attraverso lo schermo, questo è vero. Ma per questo speriamo che "supplet Ecclesia"…

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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