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Don Alberto: una vita chinata sul prossimo

Incontro di riflessione in occasione dei 90 anni del sacerdote diocesano

Parole chiave: don Alberto De Nadai (1)
Don Alberto: una vita chinata sul prossimo

Per ricordare i suoi 90 anni appena compiuti e per ripercorrere la storia della Gorizia dal dopoguerra ai nostri giorni attraverso gli occhi e il cuore di don De Nadai, il Kulturni dom di Via Brass propone un momento di incontro e riflessione che si terrà Venerdì 9 dicembre, alle ore 18, sotto la forma di un’intervista a don Alberto, introdotta dal direttore Igor Komel e condotta dal giornalista Andrea Bellavite.
Don Alberto De Nadai è nato a Salgareda (TV), il 28 novembre 1932. Trapiantato ben presto dalle rive del Piave a quelle dell’Isonzo, è diventato prete nell’Arcidiocesi di Gorizia alla fine degli anni ’50, ordinato dall’Arcivescovo veneto Giacinto Ambrosi.
Il suo ministero è nettamente diviso in due parti.
La prima lo ha visto vicino al vescovo, come segretario e collaboratore, poi vice rettore del Seminario diocesano, allora situato in Via Alviano, nel grande edificio dove oggi c’è la sezione di Gorizia dell’Università di Trieste. La seconda parte inizia con l’invio del giovane sacerdote nel nuovo quartiere di Sant’Anna, con l’incarico di costruire relazioni tra le persone più che efficaci strutture pastorali.
A Sant’Anna si prodiga per anni, vicino a ogni parrocchiano, credente o meno, povero o ricco, con una netta predilezione per i più fragili e per i più deboli. Alcune scelte, decise insieme a una delle prime comunità di base d’Italia, portano don Alberto ad essere rimosso dalla parrocchia, non insegna più la religione nelle scuole e si trova costretto a guadagnarsi da vivere svolgendo le mansioni di operaio presso un amico gommista. Prima vive in ricoveri di fortuna, poi riceve un appartamento, in Via Canova 11, che diventerà il suo quartier generale per le grandi imprese sociali che grazie al suo apporto saranno realizzate in città.
Scoprendo con stupore quante persone vivevano tra gli anfratti del monumento demolito al centro del Parco della Rimembranza, fa, per quanto possibile, della sua casa un centro di accoglienza e di conforto. Comprende quanto sia necessario un "luogo" ospitale per tutti coloro che sono senza dimora e fonda la Comunità Arcobaleno, per dare riparo e prospettiva di vita.
Avvia poi la Cooperativa Arcobaleno, per favorire l’inserimento lavorativo di quelli che don Milani definiva "gli ultimi". E’ poi la volta della Tempesta, originale comunità terapeutica per l’uscita dalle dipendenze, autonoma e autogestita. Da instancabile fondatore propone l’apertura dell’Oasi del Preval, per una particolare attenzione ai problemi legati alla salute mentale.
Non rigetta mai la scelta di essere nel sacerdozio, la cui dignità difende in ogni modo, anche quando parte della comunità diocesana sembra emarginarlo in una sorta di nebbiosa dimenticanza. Esercita il suo ministero sulla strada, incrociando con una parola e con un sorriso ogni cittadina e cittadino, partecipando delle gioie e dei dolori che ogni umana esistenza porta con sé.
Questo "servizio sulla via" lo ha portato a essere forse il "goriziano" più conosciuto e apprezzato della città, nonostante una naturale ritrosia alle lodi e alle celebrazioni che lo ha sempre contraddistinto.
In tutta la sua storia, c’è un luogo che non ha lasciato mai, ed è la Casa Circondariale di Via Barzellini, una sorta di seconda casa per lui. Ogni giorno, anche ora che ha varcato la soglia dei 90 anni, don Alberto è "dentro", per ascoltare, sostenere, aiutare, confortare, ma anche consigliare e se necessario rimproverare.
E’ un lavoro culturale e autenticamente spirituale, esercitato volontariamente e gratuitamente, con il solo obiettivo di aiutare i detenuti a riscoprire il senso della vita e la speranza di un ritorno nell’ordinario scorrere dei tempi della società. Il suo è un importante servizio, non tanto alla Chiesa, quanto alla realtà civile del territorio, il richiamo costante alla sofferenza di chi vive nel palazzo più centrale di Gorizia, nel massimo oblio da parte della stragrande parte dei cittadini.
Come in ogni umana avventura, anche in quella di don Alberto non ci sono soltanto rose e fiori, ma anche spine e cardi che hanno segnato il suo percorso, rendendo ancora più forte e più vera la sua esperienza e la sua testimonianza.

© Voce Isontina 2023 - Riproduzione riservata
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