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“Desiderio desideravi”: Formati alla e dalla liturgia

"La formazione liturgia dovrebbe aiutare anche a superare alcuni atteggiamenti rituali estremi ma anche una certa superficialità o sciatta banalità  nel celebrare nonché un esasperato personalismo dello stile celebrativo"

Parole chiave: Desiderio desideravi (1), liturgia (20)
“Desiderio desideravi”: Formati alla e dalla liturgia

Nella giornata di mercoledì 29 giugno di quest’anno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, papa Francesco ha consegnato a tutta la Chiesa la Lettera apostolica: "Desiderio desideravi" inerente la formazione liturgica del popolo di Dio.
Il testo fa seguito alla pubblicazione del Motu Proprio "Tradizionis custodes" (16.07.2021) con cui il papa riordina la materia della celebrazione secondo la forma dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II, per favorire la concordia e l’unità della Chiesa.
"Una possibilità offerta da San Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni", si legge nella lettera del pontefice che accompagna il Motu Proprio.
Questo documento ha suscitato non poche polemiche all’interno della Chiesa ed è per questo che papa Francesco ha deciso di condividere alcune ulteriori riflessioni sulla Liturgia, in quanto dimensione fondamentale della vita della Chiesa.
Nella prima parte della Lettera, il papa richiama il forte senso teologico della Liturgia, quale luogo dell’incontro con Cristo. "A noi non serve un vago ricordo dell’ultima Cena: noi abbiamo bisogno di essere presenti a quella Cena, di poter ascoltare la sua voce, mangiare il suo Corpo e bere il suo Sangue: abbiamo bisogno di Lui. Nell’Eucarestia e in tutti i sacramenti ci viene garantita la possibilità di incontrare il Signore Gesù e di essere raggiunti dalla potenza della sua Pasqua" (11). Il riferimento è alla Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla Liturgia, e al suo nucleo centrale che definisce la Liturgia stessa "fonte e culmine" della vita della cristiana (SC 10).
La Liturgia, quindi, è sorgente, origine, causa e attiva la fede. Se la fede nasce dall’incontro con il Signore, la Liturgia mi permette di percepire l’Altro; mi dispone ad accogliere la Grazia quale dono di Dio; produce percezione, incontro.
Nella Desiderio desideravi, papa Francesco esprime tutto questo con il termine "stupore": "Dicendo stupore per il mistero pasquale non intendo in nessun modo ciò che a volte mi pare si voglia esprimere con la fumosa espressione "senso del mistero": a volte tra i presunti capi di imputazione contro la riforma liturgica vi è anche quello di averlo - si dice - eliminato dalla celebrazione. Lo stupore di cui parlo non è una sorta di smarrimento di fronte ad una realtà oscura o ad un rito enigmatico, ma è, al contrario, la meraviglia per il fatto che il piano salvifico di Dio ci è stato rivelato nella Pasqua di Gesù (cfr. Ef 1,3-14) la cui efficacia continua a raggiungerci nella celebrazione dei "misteri", ovvero dei sacramenti (…) Se lo stupore è vero non vi è alcun rischio che non si percepisca, pur nella vicinanza che l’incarnazione ha voluto, l’alterità della presenza di Dio" (25).
In che modo la liturgia produce tutto questo? Lo fa con il suo linguaggio simbolico - rituale o, per usare il linguaggio del Concilio, lo fa "per mezzo di segni sensibili" (SC 7). Papa Francesco parla di "metodo dell’incarnazione" e, richiamando più volte Guardini, ricorda come in questo tempo segnato dalla post - modernità la dimensione simbolica è fortemente in crisi: "L’aver perso la capacità di comprendere il valore simbolico del corpo e di ogni creatura rende il linguaggio simbolico della Liturgia quasi inaccessibile all’uomo moderno. Non si tratta, tuttavia, di rinunciare a tale linguaggio: non è possibile rinunciarvi perché è ciò che la Santissima Trinità ha scelto per raggiungerci nella carne del Verbo. Si tratta, piuttosto, di recuperare la capacità di porre e di comprendere i simboli della Liturgia" (44).
Per questo motivo, nel documento il papa insiste sulla necessità di una seria e vitale formazione liturgica che egli distingue in due aspetti: la formazione alla Liturgia e la formazione dalla Liturgia.
La prima riguarda la conoscenza e l’acquisizione di concetti, ma non basta; essa è funzionale alla seconda che è ben più importante ed essenziale in quanto mi porta a vivere un’esperienza vitale ed esistenziale con il Cristo, come è proprio della natura stessa della Liturgia secondo quanto già ricordato.
Si tratta dunque di acquisire un adeguato modo di vivere e di porsi di fronte al linguaggio della celebrazione.
Il papa richiama l’importanza di questa duplice formazione, un impegno che deve coinvolgere tutti i battezzati a partire dai ministri ordinati e, in particolare, da coloro che sono chiamati a presiedere le celebrazioni.
Nella formazione liturgica, papa Francesco include anche la cura dell’arte del celebrare con dei riferimenti anche molto pratici; tra questi mi piace ricordare l’importanza del silenzio di cui anche l’Ordinamento Generale della terza edizione del Messale Romano ha dedicato un nuovo numero (56) e che invece il più delle volte viene disatteso nelle nostre celebrazioni: "Tra i gesti rituali che appartengono a tutta l’assemblea occupa un posto di assoluta importanza il silenzio. Più volte è espressamente prescritto nelle rubriche: tutta la celebrazione eucaristica è immersa nel silenzio che precede il suo inizio e segna ogni istante del suo svolgersi rituale (…) Non si tratta di un rifugio nel quale nascondersi per un isolamento intimistico, quasi patendo la ritualità come se fosse una distrazione: un tale silenzio sarebbe in contraddizione con l’essenza stessa della celebrazione. Il silenzio liturgico è molto di più: è il simbolo della presenza e dell’azione dello Spirito Santo che anima tutta l’azione celebrativa, per questo motivo spesso costituisce il culmine di una sequenza rituale" (52).
La formazione liturgia dovrebbe aiutare anche a superare alcuni atteggiamenti rituali estremi, quali una eccessiva cura della formalità esteriore di un rito, una scrupolosa osservanza rubricale; ma anche una certa superficialità o sciatta banalità nel celebrare nonché un esasperato personalismo dello stile celebrativo che il più delle volte scade in una sorta di protagonismo soprattutto in chi è tenuto a presiedere la celebrazione.
Più volte, nella Lettera, il papa ci mette in guardia da tutti questi rischi.
Ovviamente una parte importante del documento e che papa Francesco affronta fin dall’inizio è la questione ecclesiologica della Liturgia: "Il soggetto che agisce nella Liturgia è sempre e solo Cristo-Chiesa, il Corpo mistico di Cristo" (15) e parla della Liturgia come "antidoto più efficace" contro la "mondanità spirituale" individuando nello gnosticismo e nel neo-pelagianesimo i due modi tra loro connessi che la alimentano.
"Se lo gnosticismo ci intossica con il veleno del soggettivismo, la celebrazione liturgica ci libera dalla prigione di una autoreferenzialità nutrita dalla propria ragione o dal proprio sentire: l’azione celebrativa non appartiene al singolo ma a Cristo-Chiesa, alla totalità dei fedeli uniti in Cristo. La Liturgia non dice "io" ma "noi" e ogni limitazione all’ampiezza di questo "noi" è sempre demoniaca. La Liturgia non ci lascia soli nel cercare una individuale presunta conoscenza del mistero di Dio, ma ci prende per mano, insieme, come assemblea, per condurci dentro il mistero che la Parola e i segni sacramentali ci rivelano" (19).
"Se il neo-pelagianesimo ci intossica con la presunzione di una salvezza guadagnata con le nostre forze, la celebrazione liturgica ci purifica proclamando la gratuità del dono della salvezza accolta nella fede. Partecipare al sacrificio eucaristico non è una nostra conquista come se di questo potessimo vantarci davanti a Dio e ai fratelli (…) La Liturgia non ha nulla a che vedere con un moralismo ascetico: è il dono della Pasqua del Signore che, accolto con docilità, fa nuova la nostra vita" (20).
Riguardo all’aspetto prettamente ecclesiologico, il papa ricorda ancora che "Se la Liturgia è "il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia" (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio - anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo - e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium. Per questo - come ho spiegato nella lettera inviata a tutti i Vescovi - ho sentito il dovere di affermare che "i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano" (Motu Proprio Traditionis custodes, art. 1)" (31).
Non posso concludere se non con un invito a leggere con attenzione questa nuova Lettera apostolica che papa Francesco ha scritto; essa rappresenta senz’altro un buon punto di partenza o un ulteriore passo verso quella formazione liturgica che tutti quanti siamo chiamati a coltivare per riscoprire la bellezza della Liturgia quale luogo privilegiato d’incontro autentico con il Signore e di comunione tra di noi. È la comunità ecclesiale che entra nel Cenacolo per la forza di attrazione del desiderio di Gesù che vuole mangiare la Pasqua con noi: "Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione" (Lc 22,15).

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