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Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Rileggendo la preghiera insegnata da Gesù è possibile affrontare gli interrogativi che nascono dal nostro vissuto anche in un periodo come l’attuale /6

Parole chiave: Padre Nostro (8), preghiera (21), analisi (9)
Dacci oggi il nostro pane quotidiano

La nostra interpretazione della petizione Dacci oggi il nostro pane quotidiano è, in genere, di una preghiera perché Dio ci assicuri il pane (in realtà, il termine greco artos, tradotto con "pane", significa alimento, ciò che sostiene la vita umana). Si tratta di un’interpretazione riduzionista, egoistica. Le parole di Gesù hanno tutta un’altra portata. Si nota anche, nella traduzione, l’insistenza manifesta sia nel termine "oggi" che "quotidiano". Per individuare la traduzione esatta bisogna andare al contesto biblico, al cammino del popolo di Israele nel deserto. Nel racconto dell’Esodo si evidenzia la difficoltà di accettare la responsabilità che un percorso di libertà comporta.
Gli Israeliti dissero loro: "Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine" (Es 16,3).
Questa è la vera bestemmia, che rinnega la libertà donata da Dio. Israele ricorda con nostalgia la schiavitù, con il  cibo assicurato. La libertà come percorso di uscita costa, si preferisce la sicurezza della schiavitù. Dio porta a liberazione, ma, quando questa si scontra con le comodità che vengono a mancare, è facile mettere in dubbio quello che Dio ha fatto. La mormorazione mette in crisi l’esperienza di salvezza inaugurata da Dio.
Allora il Signore disse a Mosè: "Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi. Il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni altro giorno"  (Es 16, 4-5).
Il testo tiene conto della legge del sabato.
Al mattino c’era uno strato di rugiada attorno all’accampamento… Mosè disse loro: "E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo… " (Es 16, 13-16). E poi: "raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa… Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino". Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino, ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro. (Es 16,19-20).
Si verifica l’immancabile reazione di disobbedienza nei confronti di Dio. Hanno trasgredito per paura di non aver da mangiare il giorno dopo o per vendere la manna e ricavarci un guadagno. Ma la "manna" è un cibo giornaliero; non si può conservare, né tesaurizzare, né tanto meno vendere.
La petizione Dacci oggi il  nostro pane quotidiano, se compresa in relazione alla vicenda esodale, acquista il suo significato. Il pane è un simbolo di tutto ciò che serve al sostentamento umano. La capitalizzazione dei beni da parte di qualcuno va immediatamente a detrimento di qualcun altro. Nella Bibbia, il giudizio sulla ricchezza dipende dalla situazione di chi sta accanto, come accade nel racconto lucano del ricco e del povero Lazzaro, in cui il primo non tiene in nessuna considerazione la situazione del secondo (Lc 16, 19-21). Chiedere il pane quotidiano di oggi corrisponde a una volontà di non capitalizzare, ma di averne quanto basta.
Un commento alla petizione sul pane si trova nel discorso della montagna:
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete… (Mt 6,25)
Il fraintendimento cui il testo si presta è quello di poter pensare di rimanere con le mani in mano, aspettando di ricevere tutto da Dio. In realtà, Gesù contesta non l’occuparsi, ma il pre-occuparsi. Il darsi da fare è positivo, ma sono negative l’ansia e l’angoscia con cui si opera per procacciarsi i beni materiali. Gesù indica nella ricerca del "regno di Dio e la sua giustizia" la priorità nel progetto di vita.
La costruzione del regno non significa infatti un atteggiamento di passività. Ciò che conta è che tutti i differenti impegni siano svolti nella prospettiva del regno di Dio, cioè nello spirito del servizio e non nell’interesse unicamente egoista ed utilitaristico. Ci procuriamo il pane oppure cerchiamo di accaparrare il più possibile, anche a discapito degli altri, in una prospettiva concorrenziale?  La preghiera non può essere fraintesa con "Dammi il mio pane", perché Dio ha predisposto una creazione dove si produce pane per tutti. L’utilitarismo vanifica ogni e qualsiasi devozione, ogni pratica di pietà.
Nel racconto evangelico delle tentazioni, la prima, la più grande, è proprio quella del "pane".  Gesù prega nel deserto, il luogo dell’apparente nulla che è in realtà l’ambito del massimo significato esistenziale. Dopo quaranta giorni:
Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: "Se tu sei il Figlio di Dio, dì a queste pietre che diventino pane ". Ma egli rispose: "Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4, 3-4).
In che cosa è tentato?  L’aspettativa messianica giudaica era per un messia glorioso e liberatore, ma Gesù non si è reso disponibile. Lui non sottostà alla pressione popolare, per cui ognuno vorrebbe qualcosa da lui: pane, soldi, miracoli. Tutti vogliono fruire del messia Gesù a proprio uso e consumo. Egli non accetta, non vuole vendersi, e sarà proprio il tradimento di queste aspettative a portarlo alla morte.
Nel Vangelo di Giovanni Gesù moltiplica il pane:
Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con  i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". Diceva così per metterlo alla prova, infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno ne possa ricevere un pezzo" (Gv 6, 3-7).
La soluzione di Filippo è quella economica, anche se impraticabile.  E’ facile pensare che tutto si possa risolvere con il denaro. Anche la messa in comune di ciò che è disponibile (i cinque pani d’orzo e i due pesci) non basta. E’indispensabile l’intervento di Gesù:
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti…(Gv, 6,11).
Nel mondo c’è pane per tutti, Dio ha fatto in modo che tutti possano mangiare.
Gesù è messia, ma non perché dà il pane. Lo moltiplica, ma questa non può essere la soluzione dei problemi economici del mondo ed egli non può essere strumentalizzato per avere ogni giorno il pane. Nella Palestina affamata del I secolo, chi distribuiva il pane non poteva che essere visto come re: Gesù avrebbe potuto "conquistare " il popolo. Tuttavia, se avesse ceduto a queta tentazione, il progetto messianico divino sarebbe fallito. Gesù ha moltiplicato occasionalmente il "pane", ma ciò che è venuto a portare è la "parola" di Dio.
Le parole Dacci oggi il nostro pane quotidiano impegnano l’orante a spartire il pane. Sia nel vangelo di Matteo che in quello di Marco le scene di moltiplicazione sono addirittura due. Se la prima è destinata al popolo d’Israele, la seconda è invece è per tutti, ed è inserita dopo la guarigione della figlia della cananea, o siro-fenicia, una pagana alla quale Gesù, inizialmente, non vuol concedere la guarigione. Infine la donna, per la sua fede, riesce ad ottenere il  miracolo: Gesù cede.  Egli non  può più rimanere un messia per il popolo eletto, ma deve diventare una figura dal carattere universale. La salvezza non è  più appannaggio del solo Israele, ma di tutte le genti. Non dal di dentro, dai circoli chiusi vengono le idee che sollecitano lo sviluppo storico-salvifico, ma dal di fuori. Confrontarsi solo con le proprie conoscenze, con la propria cultura, non fa scoprire le novità che Dio vuol sempre inaugurare nella storia umana. E’ solo con l’apertura, nell’accettazione dell’alterità, nel dialogo con lo sconosciuto che si crea cultura e salvezza. Questa apertura universalistica è la chance di Gesù, travasata poi nel cristianesimo, che altrimenti sarebbe rimasto confinato in un angolo della terra, e soffocato. Il cristianesimo ha avuto una storia futura solo perché è uscito verso il  mondo. Non è questo un aspetto secondario, ma è la struttura portante del Vangelo stesso, che si coniuga intrinsecamente con una potenzialità dinamica, centrifuga verso gli altri.
Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: "Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare" (Mt 15,32).
La folla non ha da mangiare, ma resta con Gesù. Non si preoccupa del cibo, perché prima viene la "parola" di Dio.
"Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino". E i discepoli gli dissero. "Come possiamo trovare in un  deserto tanti pani da sfamare una folla così grande? " (Mt 15, 32-33).
I discepoli sono poco lungimiranti, addirittura recidivi, sebbene siano già stati spettatori della prima moltiplicazione del pane.
Gesù domandò loro: "Quanti pani avete?" Dissero: "sette e pochi pesciolini" (Mt 15,34).
La quantità di cibo è assolutamente insufficiente.
Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e  li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Quelli che avevano mangiato erano circa quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini. Congedata la folla, Gesù salì sulla barca e andò nella regione di Magadàn (Mt 15, 35-39).
Tra le caratteristiche del messianismo di Gesù vi è anche quella della sovrabbondanza. Se la logica è quella della condivisione, la sovrabbondanza ci sarà per tutti. Se qualcuno vuole troppo, allora molti restano senza niente. Quando si viene al corrente di gente che muore di fame, spesso si prega: "Dio, se tu sei Padre, come mai non sfami questi poveri?" Ma non è Dio che deve venire in loro soccorso, sfamandoli. Ci si dimentica che la terra, dono di Dio e affidata alla responsabilità umana, offre a tutti il cibo, però qualcuno ne accaparra molto di più, a spese degli altri. Questo squilibrio avrà prima o poi un esito. Tutte le ingustizie sfociano i rivoluzioni.
Quando il discepolo prega: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, deve così sapere quali implicazioni contiene questa petizione così responsabilizzante. Si desume così che pregare vuol dire cambiare la vita, perché la preghiera non è un insieme di parole dette a Dio, ma è una "parola" che Dio rivolge agli uomini.
Nel racconto dell’ultima cena, Gesù dice ancora una parola sul pane. Questa è un pasto pasquale che rievoca e attualizza la liberazione dall’Egitto degli schiavi ebrei. Durante la cena la lettura del racconto si alterna al cibo, dove tutti gli ingredienti hanno un significato simbolico. Le parole di Gesù vanno considerate in questo contesto. Il termine "pasqua" si traduce con "passaggio": per gli ebrei, dalla schiavitù alla libertà, per Gesù, dalla morte alla vita. Schiavitù e morte, libertà e vita sono parole sulla stessa traiettoria. Non è una liturgia, c’è solo una tavola imbandita, un gruppo di persone che con difficoltà si stringe attorno a Gesù nell’attesa di eventi tragici. Gesù prende il pane e il vino e li rapporta alla propria vicenda personale.
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: "Prendete, mangiate: questo è il mio corpo" (Mt 26,26).
La parola sul pane indica un processo di assunzione dell’identità di Gesù e del suo vangelo. Gesù ricorre a ciò che è essenziale per poter vivere, per indicare il significato della sua esistenza in rapporto a quella dei suoi commensali.
Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza" (Mt 26,27-28).
Il sangue non è prioritariamente immagine di sacrificio, ma di vita. Ricevendo la vita di Gesù, i commensali sono inseriti in un processo di rivitalizzazione esistenziale.
"che è versato per molti per il perdono dei peccati" (Mt 26,28).
Il termine "peccato" non è da intendersi solo come mancanza, infrazione, ma nel senso etimologico di fallimento della propria vita (hattàh in ebraico significa "mancare il colpo, fallire l’obiettivo"). Peccato è anche quando la vita umana resta inespressa, irrealizzata e depressa. Gesù libera la vita dal suo inverno, perché il suo sangue è rivitalizzante. Se la fede perde la sua forza salvifico-vitale non ha più niente da dire a nessuno. Il pane va mangiato per avere una vita pienamente salvata.
Nel Padre Nostro, con la petizione sul pane, il discepolo prende coscienza che, sebbene nella creazione Dio abbia disposto il pane per tutti, nel corso della storia umana ciò non si è realizzato. La preghiera ci conduce a essere disponibili alla condivisione. Il vero peccato è l’impotenza a condividere il pane, a rinunciare al proprio status, per condividere ciò che sovrabbonda. Elemosine o aiuti temporanei non sono sufficienti di fronte a questo probema planetario. Si consente alla politica e all’economia di mantenere questo enorme spartiacque tra i pochi che vivono bene e i moltissimi che stanno male. Chi vive in questa situazione non può  realizzare la vita che Dio gli ha donato. La nostra inerzia permette l’attuale assetto socio-economico e le sue conseguenti, grandi diseguaglianze. Il mondo ingiusto che è oggetto dell’esperienza di tutti non è imputabile al Dio della creazione, ma al cattivo uso della libertà umana.
Pregare Dacci oggi il nostro pane quotidiano ha come conseguenza la creazione di una cultura e una sensibilità che mirino all’abbattimento dei privilegi. Per la logica divina del ribaltamento delle situazioni, iscritta nella storia del mondo, codificata poi in quella della morte e risurrezione,  i più ricchi stanno andando verso la morte della propria cultura e della loro società, mentre i poveri verso un riscatto. Dio non può essere accusato di responsabilità che non gli competono, fame e povertà. Egli ha affidato agli uomini la responsabilità della creazione: coltivare e custodire la terra.

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