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Covid 19: ritorno alla normalità in Costa d’Avorio

A due mesi e mezzo dal primo caso di contagio, il Paese africano termina il periodo di emergenza nel quale sono stati comunque riscontrati un numero limitato di contagiati e deceduti la maggior parte dei quali rilevati nella capitale

Parole chiave: Covid 19 (47), ripresa (6), Costa d'Avorio (21)
Covid 19: ritorno alla normalità in Costa d’Avorio

Il primo caso di contagio del covid19 in Costa d’Avorio si è verificato ad Abidjan il giorno 11 marzo in un passeggero proveniente dall’ Italia.
Dieci giorni dopo il governo ivoriano dichiarava lo stato di emergenza.
Le scuole sono state chiuse, in tutti i luoghi di culto c’è stato il divieto di assembramento ed è stato introdotto il coprifuoco dalle ore 21 alle ore 6 del mattino.
La capitale Abidjan è stata isolata dal resto del Paese e rimane tutt’ora isolata poiché il 95% dei casi di contagio registrati sono concentrati là. I giorni precedenti, decine e decine di pullman con persone originarie di Bouake e dintorni che per vari motivi vivono in capitale, sono usciti da Abidjan per far rientro nelle famiglie di origine.
Tutti le frontiere sono state chiuse, da allora non si vedono più sfilare i numerosissimi pullman giornalieri che dalla capitale si riversano verso i Paesi del nord: Burkina Faso, Mali, Niger e viceversa.
Pure i bar, i ristoranti, e altri luoghi hanno dovuto interrompere le loro attività.
Da subito negli scomparti delle farmacie sono comparse le mascherine e i gel e fin dall’ inizio sono venuti a mancare.
Il mercato però, quello no, impossibile da vietare, è stato ridotto l’orario ma non vietato poiché questa attività rappresenta l’unica fonte di sussistenza per migliaia e migliaia di  uomini e donne.
Il distanziamento comunque risulta molto difficile da applicare.
All’ inizio, la città di Bouake, era divenuta improvvisamente calma, pochissima circolazione, poca gente in giro e i mercati semi vuoti.
Se ne parlava ma la gente non manifestava più di tanto l’inquietudine, lo vedeva come la malattia dei "bianchi" per cui una realtà lontana.
A quasi due mesi, dall’ ingresso del corona virus in Costa d’Avorio, le cifre ufficiali parlano di  circa 2000 persone contagiate delle quali la maggior parte guarite, una quindicina di decessi, la maggior parte dei casi sono concentrati nella capitale.
Anche gli altri Paesi africani, i casi delle persone contagiate rimangono molto limitati cosi pure dei decessi.
E’ anche vero che il numero dei test sono inferiori rispetto ad altri Paesi.
Che sia dovuto al fatto che queste popolazioni sono più resistenti visto che hanno gia combattuto altri virus più pericolosi del coronavirus?
Oltre al fatto che l’età media dei popoli africani è molto bassa e si stima che soltanto una percentuale del 2% supera i 65 anni.
Questi due fattori potrebbero in qualche modo bilanciare i rischi dovuti ad un sistema sanitario fragile poiché i dati ci dicono che sono soprattutto le persone anziane con delle patologie pregresse  che presentano i sintomi più gravi del covid19 e che corrono maggiori rischi.
Bisogna anche dire che i governi africani hanno rapidamente imposto le misure restrittive sulle loro popolazioni nel tentativo di contenere la propagazione della malattia.
Progressivamente  in tutti i Paesi africani c’è un ritorno alla normalità.
Dal 18 maggio in Costa d’Avorio le scuole sono state riaperte facendo rispettare le misure di sicurezza.
Tutti gli scolari infatti devono portare le mascherine e mantenere la distanza sociale, per cui, essendo le classi numerose, si è optato per la frequenza a giorni alterni.
Alle chiese e gli altri luoghi di culto, è stata permessa la celebrazione delle liturgie seguendo tutte le disposizioni ossia il lavaggio delle mani prima di entrare in chiesa, il distanziamento fisico e la mascherina obbligatoria.
Non sono ammessi più di duecento fedeli alla volta per cui i parroci delle diverse parrocchie si sono dovuti organizzare aumentando il numero delle messe domenicali per poter dare la possibilità a tutti i fedeli di parteciparvi.
Fin dall’inizio dell’emergenza coronavirus le chiese sono state aperte con l’adorazione eucaristica perpetua
e le messe erano celebrate e trasmesse via  streaming per poter dare la possibilità ai fedeli di seguirle da casa.
Don Michele si recava al villaggio
di Kongodekro ed in altri villaggi regolarmente per celebrare non solo le Sante messe ma anche tutte le celebrazioni liturgiche della settimana santa con la presenza di pochissimi fedeli, cinque forse sei, ma nonostante ciò erano vissute intensamente.
Durante tutto questo periodo la Chiesa africana non ha smesso di rivolgere lo sguardo verso il Cielo con una preghiera pensata dalla Conferenza Episcopale Africana, implorando la guarigione ai  malati, la misericordia alle  persone decedute, il conforto ai loro famigliari e affinché si possa trovare una cura efficace per l’arresto del virus che ha sconvolto l’umanità.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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