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Continente africano: qui non è il Covid a fare paura

"Ascoltando il parere di alcuni medici e stando a quello che io vedo e vivo, l’emergenza sanitaria dei paesi africani non è il coronavirus ma altre malattie che causano migliaia di decessi l’anno. La malaria per esempio uccide soprattutto bambini, per l’esattezza ogni due minuti un bambino al di sotto dei cinque anni muore a causa di questa malattia, nell’indifferenza totale del mondo intero"

Parole chiave: Costa d'Avorio (28), Africa (14), Claudia Pontel (4)
Continente africano: qui non è il Covid a fare paura

Quale sia la situazione attuale in Italia e nel resto d’Europa lo sappiamo, ci arrivano notizie e aggiornamenti quotidianamente. C’è però una parte del mondo della quale si sente davvero poco parlare nel corso di questa situazione pandemica: il continente Africano.
Qual è la situazione nei Paesi, ci sono ancora contagi? Quale la gravità della malattia? Ci sono abbastanza vaccini?
A queste domande ha cercato per noi di dare risposta Claudia Pontel, missionaria diocesana in Costa d’Avorio che opera presso il Centre Notre Dame de Sources, casa  che accoglie bambini in difficoltà, orfani, abbandonati, figli di mamme o entrambi i genitori con problemi di salute mentale della città di Bouaké e dei villaggi limitrofi e che da qualche tempo ha anche avviato un servizio di scuola dell’Infanzia.

Claudia, il tuo "punto d’osservazione" sulla situazione in atto certamente presenta aspetti diversi da quelli che, qui in Italia, abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Qual è quindi la situazione pandemica in Costa d’Avorio e cos’è stato possibile mettere in campo per contenere il problema?
Già a marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, considerando soprattutto le carenze e le fragilità degli apparati sanitari dei diversi Paesi africani, prevedeva una catastrofe umanitaria per tutto il continente causata dal coronavirus. La Costa d’ Avorio come tutti gli altri Paesi africani, dichiararono subito lo stato di emergenza, mettendo in atto una serie di restrizioni per impedire il propagarsi del virus (chiusura totale delle frontiere, delle scuole, dei luoghi di culto, divieti di assembramenti, utilizzo delle mascherine, obbligo di distanziamento, quest’ultimo a dire il vero difficile da far rispettare…) che perdurò per alcuni mesi.
Le strutture sanitarie si organizzarono con centri Covid, installando prefabbricati per accogliere e curare i casi dei contagiati.
Da parte mia, fin dall’inizio ho voluto mettermi in ascolto di alcuni medici operanti nei diversi ospedali e della gente, per cercare di capire la situazione da vicino.
Mi ricordo benissimo le parole di una dottoressa locale, dell’ospedale di Bouake, la quale affermò: "i nostri organismi sono abituati a virus molto più virulenti di questo coronavirus e abbiamo già sviluppato gli anticorpi e questo ci aiuta a difenderci".
Ad Abidjan, la capitale, ci sono dei quartieri molto popolati, le famiglie vivono addossate le une sulle altre ed i mercati sono affollatissimi in tutte le città del Paese. Ero e sono continuamente in contatto con diverse persone che vivono in questi quartieri e che lavorano nei vari mercati e mi è sempre stato riferito che, se ci fossero stati aumenti di casi o morti sospette, se ne sarebbe venuti a conoscenza. La gente continua a morire come sempre, purtroppo delle malattie che si potrebbero benissimo evitare.
A distanza di un anno e mezzo credo che la dottoressa avesse ragione, poiché i casi di contagio sono stati curati e guariti, i numeri dei decessi sono veramente esigui.
I dati ufficiali ad oggi registrati in Costa d’Avorio da marzo 2020 ammontano a poco più di 60.000 contagi con circa 600 decessi. Guardando le fonti ufficiali della maggior parte degli altri Paesi africani, le cifre dei contagiati sono relativamente basse e anche quelle dei decessi. Ultimamente si parla di un aumento di casi in Sud Africa, Tunisia e Zimbawe. È vero che si effettuano meno tamponi, per cui è difficile sapere con certezza le cifre dei contagi.
La popolazione africana è estremamente giovane, si stima che soltanto una percentuale del 2% superi i 65 anni, sicuramente anche questo fattore contribuisce in modo positivo al contenimento dei casi gravi e letali.
Durante tutto questo periodo la Chiesa africana non ha smesso di rivolgere lo sguardo verso il Cielo con una preghiera pensata dalla Conferenza Episcopale Africana, implorando la guarigione ai malati, la misericordia alle persone decedute, il conforto ai loro famigliari.

Com’è stata vissuta la situazione presso la vostra struttura? È andato tutto bene?
Al Centro i primi mesi avevamo vietato le visite dall’esterno, il personale che ci rende servizio è rimasto al Centro per qualche mese per evitare contatti con l’esterno e anche i ricongiungimenti famigliari di alcuni bambini erano stati rinviati.
Eravamo costantemente informati sull’andamento del propagarsi del virus grazie alla pediatra dei nostri bambini, che lavora all’ospedale della città, la quale era sempre aggiornata sulla situazione del Paese.
Dopo qualche mese però siamo ritornati alla normalità poiché, grazie a Dio, non si è verificata una propagazione esplosiva del virus come si temeva. Infatti anche lo stato di emergenza nel Paese è durato pochi mesi.

Si parla sempre di più della difficoltà ad accedere ai vaccini per un’ampia fetta della popolazione mondiale. Che situazione hai rilevato sul territorio dove tu operi?
Da una parte il governo ivoriano e gli altri governi africani spingono la gente a vaccinarsi, dall’altra i vaccini arrivano con il contagocce. In Costa d’ Avorio, secondo l’OMS, al momento l’1% della popolazione ha ricevuto le due dosi.
Parlando con alcune persone ho trovato riluttanza ad accettare di farsi vaccinare. In alcuni Paesi (Sud Sudan e Malawi, per esempio) alcuni mesi fa sono state inviate migliaia di dosi di vaccini scaduti, perciò la gente ha giustamente dei seri dubbi… non sarebbe infatti la prima volta. È ampiamente documentato che il fenomeno dei farmaci contraffatti, o di scarsa qualità, o scaduti rappresentino una piaga mondiale che miete centinaia di migliaia di vittime e in Africa assume proporzioni enormi.
Ascoltando il parere di alcuni medici e stando a quello che io vedo e vivo, l’emergenza sanitaria dei paesi africani non è il coronavirus ma altre malattie che causano migliaia di decessi l’anno. La malaria per esempio uccide soprattutto bambini, per l’esattezza ogni due minuti un bambino al di sotto di cinque anni muore a causa di questa malattia, nell’indifferenza totale del mondo intero. Perchè non trovare un rimedio efficace per ridurre questa mortalità?
Secondo un rapporto dell’OMS nel 2019 si sono registrati 229 milioni casi di malaria nel mondo con più di 400.00 decessi e circa la metà della popolazione mondiale continua ad essere a rischio di contrarre la malattia, che, come dicevo, uccide un bambino ogni due minuti. La maggior parte dei casi e dei decessi si verificano nell’Africa subsahariana dove, nel 2019, si sono registrati il 94% di tutti i casi e morti per questa malattia.
Attualmente in Costa d’Avorio c’è la stagione delle piogge, cioè il periodo della malaria e i reparti di pediatria degli ospedali sono gremiti di bambini piccolissimi che necessitano di trasfusioni di sangue (la malaria infatti è causa di anemia negli organismi più deboli) con il problema permanente della scarsità di sangue. Due settimane fa mi trovavo proprio in pediatria all’ospedale di Bouake per un caso e un neonato di sei mesi è deceduto per malaria sotto i nostri occhi…
L’attenzione ed i finanziamenti globali si sono incentrati unicamente sulla pandemia da Covi - 19.

Nonostante tutte le difficoltà, la vostra realtà ha continuato a lavorare a grandi passi con i piccoli a cui date accoglienza. Ci racconti un po’ di com’è andato quest’ultimo anno? (Se ci sono state nuove accoglienze ma magari anche uscite da periodi di difficoltà; l’apertura del nuovo complesso scolastico; qualche attività particolare con i bambini…)
Al Centro la vita è sempre molto movimentata, con gli attuali 45 bambini e ragazzi bisogna dire che non ci si annoia.
Le nuove accoglienze ci sono sempre, si tratta in prevalenza di neonati ai quali la mamma è morta al momento del parto (altra grande piaga purtroppo dell’Africa) e di neonati figli delle giovani mamme colpite da problemi di salute mentale accolte al Centro San Camillo di Bouake.
Non sono mancati poi i casi di bambini inviati dal tribunale dei minori, con situazioni famigliari difficili o per abbandono da parte dei genitori.
A volte questi ultimi casi si risolvono con il ricongiungimento famigliare, altre volte il bambino rimane al Centro anche per anni.
Alcuni dei bambini ospiti presentano dei disturbi comportamentali che si accentuano con la crescita, da qui la necessità di avvalerci di personale specializzato che possa seguirli in un percorso specifico. Purtroppo le figure professionali qualificate nel settore della psicologia e psichiatria infantile, nella città di Bouake come in tutto il resto del Paese, scarseggiano.
La scuola materna è andata benissimo, come primo anno più di una sessantina di bambini vi hanno aderito, la maggior parte di essi sono del villaggio limitrofo e provengono da famiglie povere, ad essi è stata data l’opportunità di frequentarla chiedendo una partecipazione secondo le possibilità economiche della famiglia. L’importante per noi è dare un’opportunità a tutti i bambini di poter accedere all’istruzione. Il merito di questa consistente partecipazione è da attribuire alla campagna di sensibilizzazione indirizzata ai genitori del villaggio per far comprendere l’importanza dell’istruzione fin da piccolissimi.
Le insegnanti si sono rivelate molto competenti, svolgendo molto bene il loro compito di insegnamento.
Quest’anno scolastico è iniziato con lo stesso entusiasmo e le numerose iscrizioni e partecipazione.

Nell’ultimo periodo siete stati raggiunti anche da due ragazzi della diocesi che hanno scelto di svolgere il Servizio Civile Internazionale. Ci racconti un po’ di loro, come li hai trovati, come si sono ambientati (anche il "primo impatto" magari), in cosa li avete coinvolti… Cosa ne pensi inoltre di questa forma di Servizio, è un aiuto anche per voi?
Valerio e Imen, sono arrivati in Costa d ’Avorio due mesi fa per svolgere un anno di servizio civile, progetto internazionale di cooperazione e sviluppo, coordinato dal Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo in collaborazione con il Centro Missionario di Gorizia.
Valerio è coinvolto soprattutto nei progetti di sviluppo rurale che interessano una cinquantina di villaggi attraverso diverse attività, grazie alla ONG locale Progres Universel che da anni mette in atto azioni che mirano a contrastare la povertà rurale. Imen è impegnata al Centro Notre Dame des Sources nelle attività dei bambini e ragazzi ospiti ed è di supporto soprattutto per le attività di doposcuola, ma si è resa disponibile per qualsiasi altro servizio.
Fin dall’inizio si sono ambientati senza grosse difficoltà e sono stati molto ben accolti dalla gente locale, la quale li aiuta ad inserirsi e a conoscere questo mondo, che per loro è totalmente sconosciuto ma per il quale mettono a disposizione un anno della loro esistenza.
Trovo che il Servizio Civile sia un’iniziativa molto positiva e arricchente sia per i giovani che lo svolgono ma anche per coloro che beneficiano della loro presenza. Si tratta di giovani motivati, appassionati, desiderosi di mettere le loro competenze, esperienze e formazione a servizio di realtà umane come il Centro Notre Dame des Sources, arricchendole e sostenendole, apportando nuove idee, punti di vista e creando nuovi ponti, nuove relazioni.

Hai già un periodo di rientro in mente? Cosa ti attenderà al turo rientro? Ossia, c’è già qualcosa che "bolle in pentola", come ad esempio qualche nuovo progetto o attività?
Per il rientro ancora non ho una data.
Dopo la costruzione e l’avvio della scuola materna all’ interno del Centro, il passo successivo è la realizzazione di una scuola elementare adiacente alla materna.
I genitori dei bambini che stanno frequentando la materna, soprattutto i più colti, avendo constatato il buon livello educativo ricevuto dai bambini dell’anno scorso, quest’ anno hanno chiesto insistentemente la scuola primaria. Dunque il progetto per ora da realizzare e per cui pregare la Provvidenza, è quello di poter costruire una scuola, per poter dare la possibilità a tanti bambini di investire sul proprio futuro.
D’ altra parte si sa, non ci può essere sviluppo e giustizia dove non si coltivano educazione ed istruzione.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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