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Ciò che davvero conta è l’amore ricevuto e donato

L'arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la celebrazione del Corpus Domini e la successiva processione eucaristica conclusa nella chiesa di Santa Maria Assunta

Parole chiave: Corpus Domini (18), omelia (19), arcivescovo (58)
Ciò che davvero conta è l’amore ricevuto e donato

Domenica 19 giugno 2022, l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la celebrazione del Corpus Domini e la successiva processione eucaristica conclusa nella chiesa di Santa Maria Assunta. Di seguito la sua omelia.
Vorrei riflettere con voi in questa Eucaristia che celebra il Corpo e il Sangue del Signore e che si prolungherà poi con la processione eucaristica lungo le vie della nostra città, partendo dalle ultime parole della seconda lettura tratta dalla prima lettera ai Corinti.
San Paolo ci offre in questo scritto la più antica testimonianza scritta sull’istituzione dell’Eucaristia: i Vangeli, infatti, nella redazione che abbiamo oggi, sono stati scritti anni dopo la lettera dell’apostolo Paolo alla giovane comunità cristiana di Corinto.
Una comunità nata da poco, ma dove l’Eucaristia era già celebrata come una cosa ovvia. È infatti significativo che Paolo racconti ciò che ha fatto Gesù alla vigilia della sua passione non per fare catechismo ai suoi cristiani circa l’Eucaristia - gliene aveva parlato nella prima evangelizzazione (lo dice lui stesso: "vi ho trasmesso quanto ho ricevuto dal Signore") -, ma per criticare il loro comportamento sbagliato in occasione della celebrazione, con gravi discriminazioni tra ricchi e poveri in particolare nel banchetto che la accompagnava. L’Eucaristia, quindi, era sentita come una realtà fondamentale fin dai primi momenti di vita di una comunità cristiana e purtroppo, già allora, rischiava di non essere compresa e vissuta bene nella coerenza della vita e secondo il suo scopo.
Perché infatti si celebra l’Eucaristia? Ecco la finale della lettura che ce lo dice: "Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga". Una frase molto densa, da comprendere bene. Anzitutto ci dice che l’Eucaristia è una realtà transitoria. Ha senso solo finché arriverà il Signore, fino al momento in cui si compirà il Regno di Dio.
Perché? Perché allora non ci sarà più bisogno della mediazione del sacramento, dell’Eucaristia appunto, per entrare in rapporto con il Signore, ma ci sarà la pienezza della comunione con Lui. Il Regno, che si compie con la venuta ultima del Signore, è proprio questo: la realizzazione completa della comunione d’amore con Dio e tra di noi. L’Eucaristia, proprio per la sua transitorietà, ci permette di essere aperti a questo compimento. La vita non termina nell’aldiquà, la storia non è un qualcosa che non abbia una fine. Il compimento è il Signore. E dobbiamo mantenere aperta questa attesa. La celebrazione della Messa è come un’anteprima di quello che avverrà a suo tempo. C’è una presenza vera del Signore - nella Parola, nel Pane e nel Vino che diventano il suo Corpo e il suo Sangue - ma insieme c’è una sua assenza.
Un’assenza da vivere non nel vuoto di un’attesa, tutti protesi verso il futuro, ma da riempire con una memoria. Quale? La memoria della morte del Signore, che, come afferma san Paolo, annunciamo in ogni celebrazione eucaristica. Non è pero una celebrazione di sola memoria, come quando si commemora un avvenimento passato o si ricorda una persona ormai defunta in occasione di qualche anniversario. È invece una celebrazione che ci fa entrare in comunione con il sacrificio del Signore, con la sua morte in croce che è stata la massima manifestazione del suo amore. Ecco come l’attesa del compimento finale viene riempita: vivendo lo stesso amore del Signore, entrare nella sua stessa logica, che è quella di dare la vita.
I cristiani celebrano l’Eucaristia non per compiere un gesto religioso, analogo a ciò che avviene in altre religioni, ma per attendere il compimento della storia della salvezza, vivendo già oggi la comunione con il Signore e per amare come Lui ha amato. Anzi trovando proprio nella comunione con Lui la forza per vivere questo amore. Se è così, comprendete come la vera adorazione del Signore non la si fa in chiesa, ma lungo le strade e nelle case e negli ambienti del nostro mondo. La si fa, in particolare, dove c’è un malato da curare, un povero da aiutare, uno straniero da accogliere, una lacrima da asciugare, un sorriso da donare, una gioia o un dolore da condividere.
Certo è importante anche fermarsi in chiesa a pregare e ad adorare, a contemplare il volto del Signore, ma solo per imparare a riconoscerlo poi nel volto del povero, del malato, dello straniero, del bambino bisogno di amore, di un adulto smarrito e scoraggiato, di un anziano solo e triste.
Abbiamo scelto questa sera di fare la nostra processione lungo un paio di strade della nostra città e di concluderla nella chiesa dei padri cappuccini dove tradizionalmente si dà aiuto ai poveri, proprio per sottolineare tutto questo. Portiamo allora una volta l’anno il Signore sotto i segni sacramentali per le vie della nostra città, ma solo per ricordarci di portarlo sempre con l’amore e l’impegno a favore degli altri nelle nostre strade, nelle nostre case, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole, nell’ospedale, nelle carceri, nelle case di riposo, ecc. insomma dovunque si svolge la nostra vita. Tutto ciò amando in nome della sua croce. E riconoscendolo nell’altro, nell’altra, soprattutto in chi ha più bisogno di essere amato, di essere amata.
Stasera questa nostra Eucaristia vuole essere anche un ringraziamento al Signore per tante persone che scelgono con la loro professione e anche con il loro generoso volontariato di darsi da fare per gli altri. Lo hanno fatto in particolare durante la pandemia, lo stanno facendo adesso accogliendo chi scappa dalla guerra, lo fanno in tanti altri modi più ordinari ma non meno importanti.
Un ringraziamento al Signore, ma anche a queste persone, molte - immagino - credenti, che quindi sanno o dovrebbero sapere bene che nel povero c’è il Signore e che è dalla croce di Gesù che si impara che cosa significhi amare. Altre persone forse non credenti o diversamente credenti, ma non per questo meno impegnate a ritenere che alla fine ciò che davvero conta è solo l’amore. Quello ricevuto e quello donato.
È il messaggio che proviene dalla festa di oggi e che vogliamo testimoniare con semplicità e convinzione anche con la processione di stasera.

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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