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Celebrare... cantando

"Una celebrazione eucaristica va preparata in tutti i suoi aspetti. C’è una regia celebrativa e bisogna fare in modo che tutto quello che viene cantato si associ bene con le parole e con i gesti che l’accompagnano"

Parole chiave: canto (28), celebrazione (114)
Celebrare... cantando

"L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando i divini uffici sono celebrati solennemente con il canto, con i sacri ministri e la partecipazione attiva del popolo". Nella consapevolezza che il canto non è un mero elemento ornamentale, ma parte necessaria e integrante della liturgia solenne e che, nella scelta delle parti destinate al canto, è opportuno dare la preferenza a ’quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme’, si è scelto di inserire nel corpo del testo alcune melodie che si rifanno alle formule gregoriane presenti nell’edizione italiana del Messale Romano del 1983, adeguandole ai nuovi testi …"1 .
Una celebrazione eucaristica va preparata in tutti i suoi aspetti. C’è una regia celebrativa e bisogna fare in modo che tutto quello che viene cantato si associ bene con le parole e con i gesti che l’accompagnano.
Infatti, "i pastori si premurino di proporre il Messale come riferimento ordinario e normativo della celebrazione eucaristica. ’La miglior catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucarestia ben celebrata’ (Benedetto XVI, Sacramentumn caritatis, 24). Per sua natura infatti la liturgia ’porta a vivere un’esperienza iniziatica, ossia trasformativa del modo di pensare e  di comportarsi, e non ad arricchire il proprio bagaglio di idee su Dio. Il culto liturgico non è anzitutto una dottrina da comprendere, o un rito da compiere; è naturalmente anche questo, ma in un’altra maniera, è essenzialmente diverso: è una sorgente di vita e di luce per il nostro cammino di fede’ (Francesco, Discorso ai partecipanti alla LXVIII Settimana Liturgica Nazionale, Roma, 2017)"2 .
Considerando la liturgia come azione della Chiesa, dedichiamo qualche istante di riflessione su quel fondamentale linguaggio liturgico che è il canto considerato insieme alla musica.

Cantare bene, pregare meglio
In un simpatico libretto dal titolo "La Messa e il Messale. L’arte di celebrare bene" , Domenico Mosso, liturgista della diocesi di Torino, morto qualche anno fa, scriveva: "Or comincian le dolenti note a farmisi sentire…". Chiedo scusa a padre Dante: non mi riferisco al 2° girone dell’inferno bensì a certe nostre chiese (parecchie, ahimè) dove la domenica si celebra la messa a gloria di Dio, per la salvezza delle anime… e in penitenza dei propri peccati, per i malcapitati che si ritrovano orecchi troppo sensibili"3.
Non vuole essere una frecciatina, ma un richiamo, se pur con un pizzico di ironia, ad imparare l’arte del cantare bene per pregare meglio.
Il salmo 49 così ci fa pregare: "Un canto di lode mi onora, ed esso è la via per la quale mostrerò la salvezza di Dio" (49,23). Il canto e la musica in liturgia hanno una loro peculiare importanza nelle azioni sacre; nell’introduzione al Messale Romano si dice che bisogna dare molta importanza al canto nella celebrazione eucaristica, perché "il canto è segno della gioia del cuore" (cf. At 2,46), "cantare è proprio di chi ama", come diceva Sant’Agostino, poiché, già dall’antichità si formò il detto: "chi canta bene, prega due volte" (Sermo 336).
Nella liturgia, specie nella celebrazione eucaristica, non bisogna cantare "pur che sia", "comunque sia", "qualunque cosa sia"; é’ vero che il Signore guarda più il cuore di chi canta (o suona) che non le stonature, come è vero che canto e musica, nella celebrazione eucaristica, hanno una funzione primariamente spirituale, di preghiera e non estetica. Musica a canto non possono essere slegati dalla parola, quella di Dio, della quale invece devono essere interpretazione fedele, svelamento comprensibile all’animo credente; "questa l’oggettività del canto e  della musica liturgica, che non dovrebbe mai essere consegnata all’estemporaneità di sentimenti superficiali e di emozioni passeggere non rispondenti alla grandezza del mistero celebrato. Questa è la grande dignità del canto e della musica in liturgia, dove la semplicità non può in alcun modo fare rima con banalità o solo con mera utilità"4 .
Quando si parla di cantare bene si vuole dire metterci il cuore perché il canto sia autentica preghiera e non una voce che risuona stancamente e distrattamente. A scanso di equivoci: quando si dice cose fatte bene, non si intende "cose difficili" (a cinque voci dispari, con organo, violoncello e flauto…): si ha l’impressione che il guaio di certi strazi canoro-musicali, che si verificano nelle nostre Chiese, derivino proprio dal voler fare cose troppo complicate oppure improvvisate, con un "tantino di presunzione" da parte di animatori, strumentisti, direttori di coro e coristi più o meno preparati.
Per sua natura il canto e la musica nella liturgia sono una realtà precisa, non sopportano il "pressappochismo": ci vuole educazione per dirigere e cantare in modo corretto le cose che già si sanno; imparare un po’ per volta canti nuovi scelti con criterio, approfondire la propria competenza liturgica e musicale, per aiutare le nostre assemblee a pregare, cantando  con il cuore.

Come si sceglie un canto per l’azione liturgica?
"I canti siano scelti secondo il criterio della pertinenza rituale, siano degni per la sicurezza dottrinale dei testi e per il loro valore musicale, adatti alle capacità dell’assemblea, del coro e degli strumentisti. E’ fondamentale che ogni intervento cantato divenga un elemento integrante ed autentico dell’azione liturgica in corso. In particolare è vivamente raccomandato il canto dei testi dell’Ordinario della Messa e delle acclamazioni"5 .
La Chiesa ha sempre cantato; la liturgia ha sempre avuto bisogno del canto e  della musica, perché il canto è da sempre espressione di una preghiera più intensa e profonda. Allora si tratta di stabilire qual è il canto che serve alla liturgia. Alla ricerca di un canto diverso dal solito canto.
Nella preparazione di una celebrazione domenicale, di una solennità, di una festa, il canto diventa espressione della comunità. Per chi ha la responsabilità in questo settore pastorale della vita parrocchiale e/o diocesana, è più che mai necessaria ed indispensabile un’adeguata preparazione sia dal punto di vista tecnico, ma soprattutto dal punto di vista  liturgico-spirituale.
Innanzi tutto nella scelta di un canto si avrà attenzione quanto la liturgia della domenica, o del periodo liturgico propone: antifone d’ingresso e di comunione, l’eucologia minore e maggiore, la liturgia della Parola, il mistero che si celebra.
Possiamo ricondurre a tre gli elementi di partecipazione nel canto:
- il dialogo di chi presiede e dei fedeli: Amen, E con il tuo spirito, Lode a Te, o Cristo, Rendiamo grazie a Dio, sono acclamazioni, quasi della grida e quindi vanno fatte a voce spiegata (non gridata) siano esse cantate o dette; i dialoghi all’atto penitenziale, le risposte alle intenzioni di preghiera, se non sono detti vanno cantati in modo sommesso;
- i canti dell’Ordinario (Signore pietà, Gloria, Credo, Santo e Agnello di Dio); da curare con attenzione il Signore pietà, il Santo e l’Agnello di Dio nelle Messe delle domeniche ordinarie, riservando il Gloria e il Credo nelle Solennità;
- i canti del Proprio (Ingresso, Salmo Responsoriale, Sequenza, Alleluia, Presentazione dei doni, Comunione).
Per tutti questi canti il Messale ci offre la forma responsoriale in quanto il vero canto liturgico è il Salmo. Se l’assemblea non conosce o non è ancora educata a cantare quanto i testi liturgici propongono, l’articolo 32 dell’Istruzione "Musicam Sacram" 6  dice: "L’uso di sostituire con altri testi i canti d’ingresso, di offertorio e di comunione che si trovano nel ’graduale romanum’ può essere conservato, a giudizio della competente autorità territoriale, purché tali canti convengano con il particolare momento della messa, con la festa o il tempo liturgico…".
Il canto, dunque, non si improvvisa: se la parola esprime l’azione e l’azione dà anima alla parola, tanto più il canto prepara, immette, segue e continua l’azione liturgica alla quale stiamo partecipando.    
In questo contesto accenno brevemente all’uso della lingua latina. Non si tratta di essere "nostalgici" o di "strapparsi le vesti", ma ricordare quale straordinario tesoro di canto e musica per la liturgia ci hanno congegnato i secoli passati.
Credo opportuno riportare un intervento di Mons. Guido Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie: "Qualcosa di quel tesoro la Chiesa lo ha definito perennemente valido, in sé e quale criterio per stabilire ciò che può essere davvero liturgico nelle nuove forme musicali che si vanno sviluppando nel tempo. Mi riferisco al gregoriano e alla polifonia sacra classica, forme di canto liturgico che consentono di valutare, oggi come ieri, ciò che attiene alla liturgia e ciò che, pur di valore artistico e di contenuto religioso, non può avere spazio nella celebrazione liturgica. Il valore perenne del gregoriano e della polifonia classica consiste nella loro capacità di farsi esegesi della parola di Dio e, dunque, del mistero celebrato, di essere al servizio della liturgia senza fare della liturgia uno spazio al servizio della musica e del canto. Potremo noi rinunciare a mantenere in vita tali tesori che secoli di storia della Chiesa ci hanno consegnato? Potremo noi fare a meno di attingere ancora oggi a quel patrimonio di spiritualità straordinario? Come sarà mai possibile dare corpo a un più ampio e degno repertorio di canto e di musica per la liturgia se non ci saremo lasciarti educare da ciò che lo deve ispirare? E’ in gioco, anche in questo caso, l’elemento essenziale dello sviluppo e della riforma della continuità dell’unico soggetto Chiesa.
Ecco perché dobbiamo conservare nei modi dovuti il latino. Senza dimenticare anche altre componenti di questa lingua liturgica, quale la sua capacità di dare espressione a quella universalità e cattolicità della Chiesa, a cui davvero non è lecito rinunciare. Come non provare, al riguardo, una straordinaria esperienza di cattolicità quando, nella basilica di San Pietro, uomini e donne di tutti i continenti, di nazionalità e lingue diverse pregano e cantano insieme nella stessa lingua? Chi non percepisce la calda accoglienza della casa comune quando, entrando in una chiesa di un paese straniero può, almeno in alcune parti, unirsi ai fratelli nella fede in virtù dell’uso della stessa lingua? Perché questo continui a essere concretamente possibile è necessario che nelle nostre chiese e comunità l’uso del latino sia conservato, in via ordinaria e con la dovuta saggezza pastorale"7 .

Sull’impiego degli strumenti più adeguati all’uso sacro
"Per quanto riguarda il sostegno musicale, si usi preferibilmente l’organo a canne o, con il consenso dell’Ordinario, sentita la Commissione di liturgia e musica, anche altri strumenti che siano adatti all’uso scaro o che ci si possano adattare (cf. SC 120)"8 .
Se vogliamo che un canto funzioni, si inserisca come segno sacro all’interno della celebrazione, dobbiamo conoscere, rispettare e far funzionare bene il linguaggio della musica anche con l’accompagnamento degli strumenti musicali.
Suor Elena9, ci ricorda che "l’organo a  canne è lo strumento principe della tradizione cattolica per la liturgia, così come il canto gregoriano. Nel canto gregoriano sono unite musica e parole. Dall’altra parte, però, il Magistero apre a una inculturazione della musica per la liturgia verso nuove composizioni contemporanee, affinché si integrino bene con gli altri segni richiesti dell’azione liturgica. Va tenuto presente l’impego di questi strumenti, perché devono essere suonati con arte e devono integrarsi bene all’interno dell’azione liturgica. Lo strumento deve servire il canto e non prevaricare, deve mantenere quella differenza simbolica che ti dice che non stai nella quotidianità, ma nel luogo scaro. L’importante, dunque, è suonare ad arte. Speriamo che l’attenzione e l’importanza date al canto in questa nuova edizione del Messale Romano aiutino a  formare musicisti in grado di accompagnare bene i canti, così come i sacerdoti nell’intonare in modo opportuno le parti che dovrebbero cantare. L’invito è di ’sprecare’ tempo per la musica"10 .
Da non dimenticare: la musica registrata, sia musicale quanto vocale non può essere usata nelle celebrazioni liturgiche, ma solo fuori di esse perché nel "canto liturgico deve risuonare la viva voce di ciascuna assemblea del popolo di Dio, al quale esprime nella celebrazione la propria fede"11 .

L’assemblea "liturgica" e la sua partecipazione attiva
Nella concreta celebrazione liturgica la Chiesa è costituita dalla comunità radunata (o assemblea), sotto la guida dei suoi pastori. Il termine stesso è entrato nel linguaggio liturgico con notevole facilità essendo molto comune e quindi recepibile.
Volendo precisare la peculiarità dell’assemblea si aggiunge l’aggettivo qualificativo liturgica, in quanto si definisce una riunione ordinata ed organica dei fedeli in un determinato luogo per compiere un’azione sacra12 ; in essa assumono un rango particolare, i ministeri costituiti in forza del sacramento dell’ordine nei suoi tre gradi: episcopato, presbiterato, diaconato. Alcune azioni liturgiche sono riservate esclusivamente ad essi, ma anche i laici, in forza del loro sacerdozio universale, ricevuto nel battesimo e nella confermazione, sono soggetti attivi della liturgia.
Con la riforma attuata dal Concilio Vaticano II, la liturgia è ritornata ad essere l’opera del popolo di Dio, di tutto il popolo di Dio.
Segno particolare nella carta di identità di un’assemblea celebrante è la sua partecipazione attiva: "Le azioni liturgiche sono […] celebrazioni della Chiesa, che è […] popolo santo radunato ed ordinato sotto la guida dei Vescovi" (SC 26).
Soggetto celebrante quindi è la Chiesa (= popolo di Dio) che deve sentirsi impegnata come protagonista dell’azione liturgica, sia pure con parti distinte tra i vari attori dei quali, il principale, resta sempre Colui che presiede l’azione. E’ chiamata a sentirsi attrice di un evento di salvezza inserendosi nella grande storia della salvezza; non potrà accontentarsi perciò, di una partecipazione sterile e superficiale.
Nell’assemblea liturgica i fedeli fanno un’esperienza concreta di Chiesa e si sentono attivamente partecipi della sua vita, dove sono "attori": nessuno vi è escluso, nessuno viene limitato a una presenza passiva. La partecipazione attiva di tutta l’assemblea è un’esigenza di fede, di vita cristiana: essa è esigita dal carattere sacerdotale, proprio di ogni cristiano.

Le qualità della partecipazione attiva
Questa partecipazione attiva per essere tale, necessita di alcune fondamentali qualità:
- interiorità: il culto cristiano non può essere tale se prima di essere esteriore non è interiore.
Lo stesso vale della partecipazione liturgica non è vera, non è autentica se ci si ferma all’azione (gesti, parole, canto, ornamento…). Per essere vera ed autentica è necessario penetrare con fede nella realtà del mistero di salvezza significato e compiuto dall’azione liturgica;
- consapevolezza: il culto cristiano è culto razionale e perciò ognuno, secondo le proprie possibilità, deve cercare di comprendere, di capire ciò che si compie. Deve conoscere il significato dei gesti dei segni, dei riti, delle parole.
E’ necessario lo studio e anche la riflessione o meglio una certa "intelligenza della Liturgia"13  per una comprensione sempre maggiore;
- elementi di partecipazione: sentire i presenti come fratelli ed entrare in comunione spirituale con loro; fare propria la preghiera di chi presiede: in tal modo così prendono significato e valore le varie acclamazioni; ascoltare con animo docile ed attento la Divina Parola, partecipando al dialogo con le risposte e pregando insieme; cantare in quanto è preghiera comunitaria per eccellenza, consapevoli di quello che la mente concorda con il cuore; conformarsi nell’atteggiamento con il corpo quale segno esterno di partecipazione ai vari momenti della azione liturgica; rispettare i momenti di silenzio; collaborare con il presbitero alla preparazione delle celebrazioni.
- modalità diverse di celebrazione: partecipazione di coloro che esercitano il sacerdozio ministeriale quale il vescovo, i presbiteri, i diaconi; partecipazione di coloro che esercitano il sacerdozio ecclesiale comune quali i laici.
- vari attori della celebrazione con articolazioni e ruoli diversi: colui che presiede come rappresentante di Cristo, i diaconi, gli accolti, i lettori, il salmista, i ministranti, il cerimoniere, il commentatore, l’animatore liturgico, la Schola cantorum l’organista, gli strumentisti, il direttore del coro i quali svolgono "un vero ministero liturgico"  (SC 29).
Senza dubbio tali ministeri presuppongono, accanto alla necessaria conoscenza tecnica, una buona formazione liturgica.

Conclusione
Concludo questa riflessione "ad alta voce" riprendendo le parole di Domenico Mosso: "Quando si tratta di liturgia, è il nostro stesso vivere che viene impegnato nel nostro cantare. Diceva Sant’Agostino: Bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce. Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra santa condotta. (Discorso, 34)"14 .

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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