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Capaci di mettersi in gioco

Il direttore della Caritas diocesana, diacono Renato Nucera, riflette sull’impegno  richiesto oggi ai volontari che supportano nei vari settori l’attività dell’ente ecclesiale

Parole chiave: volontariato (27), Caritas (95), direttore (2), Renato Nucera (4)
Capaci di mettersi in gioco

Uno dei cardini della Caritas diocesana è senza dubbio il volontariato, punto di forza che permette, grazie alla disponibilità di tanti, di offrire quotidianamente aiuto e sostegno a tutta la comunità.
Cosa ci si aspetta però oggi da un volontario Caritas e che competenze deve avere? Lo abbiamo chiesto al diacono Renato Nucera, direttore di Caritas diocesana, proprio al termine dei percorsi di formazione sul territorio.

Direttore, chi è il volontario Caritas e che tipo di professionalità gli viene richiesta?
Il volontario Caritas è una persona che sa mettersi in gioco, che ha un atteggiamento di accoglienza nei confronti dell’altro ed è attento alle necessità e ai problemi delle persone.
Non è richiesta nessuna professionalità particolare, quello che è importante è avere la capacità di sapersi mettere in discussione, saper cogliere gli aspetti più diversi delle problematiche che vengono presentate; non da ultimo si deve essere in grado, con umiltà, di chiedere a propria volta aiuto, chiarimenti agli altri volontari per affrontare una situazione a cui prestare sostegno. Si lavora sempre in squadra, non è qualcosa di esclusivo, e nessuno è lasciato da solo nel suo operato.

La Caritas diocesana in quest’ultimo periodo sta puntando molto alla formazione dei propri volontari. Che "peso" ha quindi la formazione in questo servizio?
Noi riteniamo sia importante, come Caritas diocesana, innanzitutto avere una relazione con i propri volontari; metterli (e metterci) in relazione. Questo perché crediamo molto nella rilevanza dell’acquisire un senso di appartenenza, di far parte di una famiglia che non è solo quella di Caritas, ma dei cristiani.
Non da ultimo la formazione aiuta a dare motivazione ai volontari e a creare in ogni persona che vi prende parte un senso di utilità verso gli altri, di essere partecipe della vita dell’altro, sentire che qualcuno ci sta a cuore.
Per tutti noi è importante avere cura di chi ha cura, questo è un po’ il nostro motto.
Oltre alla formazione, si cerca poi di dare un accompagnamento costante ai volontari, per aiutarli e sostenerli nel loro compito. È importante non sentirsi soli in questo mondo che sta cambiando in maniera così veloce.

Proprio alla luce dei cambiamenti in atto, senza guardare troppo lontano ma anche solo ad una decina di anni fa, com’è cambiato il modo di fare volontariato?
Oggi credo sia molto più difficile tra le persone riconoscere e accettare il proprio limite e la propria povertà. Questo fa sì che non sempre sia immediato l’avvicinamento e la richiesta di aiuto; rispetto ad un tempo si mettono più maschere per nascondere la propria condizione. Questo, a mio avviso, avviene perché oggi viviamo in una società estremamente giudicante e, per questo, selettiva, competitiva ed escludente.
Il volontario oggi quindi deve avere una sensibilità diversa, deve saper cogliere aspetti magari tenuti un po’ nascosti, saper leggere tra le righe, senza mai giudicare le cause per le quali una persona si trova in una determinata situazione.

Quali sono gli ambiti in cui un volontario Caritas può offrirsi?
Uno dei nostri desideri è che i volontari siano come delle sentinelle nelle comunità in cui vivono. Ci piace pensarli come persone che sappiano guardare ai bisogni e quindi trasmetterli, renderli noti alla Caritas diocesana, il punto di riferimento.
Questo tipo di volontariato potrebbe sembrare banale ma in realtà è estremamente importante, perché nasce da un’analisi che viene messa in atto; sarebbe una grandissima opportunità per Caritas per conoscere meglio i bisogni delle persone che vivono il territorio.
Ci sono poi tante possibilità per mettersi in gioco come volontario: dal servizio di Nonsolodoposcuola ai Centri di Ascolto, dal Servizio di distribuzione del vestiario agli Empori della Solidarietà e al dormitorio; una persona potrebbe anche essere animatore Caritas di comunità, o ancora aprire un punto Caritas parrocchiale… Ci sono molte situazioni in cui poter essere una mano tesa.

A volte si tende a pensare che il volontariato sia qualcosa di "riservato" agli adulti; cosa fare invece verso i giovani, che magari sono interessati a rendersi utili ma temono magari di non essere all’altezza?
In un mondo che cambia così rapidamente, bisogna anche imparare a conoscere quali sono le aspettative, i bisogni e le attese di questi giovani, motivo per cui, come Caritas diocesana, ci stiamo molto aprendo anche all’interno delle scuole, con momenti di incontro e confronto con i ragazzi, per scoprire cosa sanno della Caritas e cosa si aspettano da essa.
Si tratta poi di trovare per loro luoghi e situazioni all’interno dei quali possano esprimersi nel modo migliore - in questa direzione vanno, per esempio, le esperienze dei campi di volontariato, dove sono veri e propri protagonisti -.
Mi rivolgo poi agli adulti: non dovremmo mai pensare di sapere tutto, di essere gli unici "detentori della conoscenza" ma si dovrebbe avere l’umiltà di saper ascoltare e accettare anche l’innovazione, la proposta nuova, lo spirito nuovo. Poi dobbiamo essere accoglienti, perché solo chi accoglie sa ascoltare, e capaci di metterci in discussione, perché l’ascolto spesso porta proprio a questo.
Tutto ciò ci viene insegnato anche nel Vangelo, ci insegna l’amore come Gesù la ha dato a noi, e questo è il nostro fondamento come Caritas.
Ai ragazzi posso dire che quello del volontariato, ancora prima di un modo di fare, è un modo di essere. Prima di tutto si tratta di avere amore, il desiderio di voler bene. Abbiamo bisogno di riscoprirlo, per saperci donare, essere solidali e cercare soluzioni.
La vita va saputa osservare e gustata; oggi forse abbiamo "meccanizzato" un po’ tutto, sapendo assaporare meno le piccole cose belle, che dobbiamo invece riscoprire.

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