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Aquileia, crocevia di umanità

La Lectio Magistralis tenuta dal cardinale Gualtiero Bassetti ad Aquileia il 12 luglio in occasione delle celebrazioni in onore dei Santi Ermagora e Fortunato

Parole chiave: Aquileia (28), patroni (14), cardinale Gualtiero Bassetti (2)
Aquileia, crocevia di umanità

Venerdì 12 luglio, il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia - Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana, ha tenuto nella Sala Romana ad Aquileia una Lectio magistralis sul tema "Come l’antica Aquileia. La Chiesa italiana a servizio della pace e della testimonianza evangelica nel Mediterraneo e in Europa". Successivamente il cardinale ha presieduto nella basilica patriarcale la solenne liturgia eucaristica in onore dei santi Ermagora e Fortunato, patroni dell’Arcidiocesi di Gorizia e della regione Friuli Venezia Giulia. Il rito - accompagnato nei canti dal coro diocesano - è stato concelebrato dall’arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli - insieme a mons. Mazzoccato (arcivescovo di Udine), mons. Crepaldi (arcivescovo - vescovo di Trieste), mons. Speich (vescovo titolare di Sulci e nunzio apostolico in Slovenia), mons. Causero  (arcivescovo titolare di Grado), mons. Pirih (vescovo emerito di Koper), mons. Aichern (vescovo emerito di Linz) - e da una trentina di sacerdoti.
Proponiamo di seguito il testo della Lectio magistralis del cardinal Bassetti.

Ringrazio calorosamente dell’invito che mi avete fatto a partecipare a un incontro così importante per la comunità ecclesiale locale e per la Chiesa italiana.
Saluto di cuore tutti i presenti, le autorità e particolarmente Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, Arcivescovo metropolita di Gorizia. Sono venuto qui ad Aquileia, nel giorno della celebrazione dei Santi Ermagora e Fortunato, nutrendo nel cuore una grande speranza.
Questo centro di rara bellezza è il luogo ideale per poter riflettere e discernere sul ruolo della Chiesa italiana nel mondo contemporaneo. Un ruolo che, come riporta il titolo del mio intervento, rimanda simbolicamente all’”antica Aquileia” e si pone "a servizio della pace e della testimonianza evangelica nel Mediterraneo e in Europa". Il tema che mi avete dato è impegnativo ma, al tempo stesso, molto stimolante. Cercherò di sintetizzarlo in tre concetti, tre bussole che orienteranno la mia riflessione.
Vorrei partire dai luoghi che oggi fanno da cornice a questa nostra riflessione, cioè da Aquileia che rappresenta per noi una realtà densa di significati storici, culturali e religiosi. Senza dubbio ci troviamo immersi in un luogo storico che rappresenta un eccezionale crocevia di popoli e culture, un luogo di scambi e di incontri, di confronto e di dialogo.
Ecco il primo punto su cui occorre soffermarci: Aquileia come crocevia di umanità. Aquileia è stata punto di riferimento per l’Europa e il Mediterraneo e, al tempo stesso, la più grande diocesi di tutto il medioevo; una realtà che univa il mondo latino con quello germanico e slavo e, anche, un luogo di cristianizzazione, di santità e di martirio: basti pensare ad Ermagora e Fortunato di cui oggi celebriamo la memoria; Aquileia inoltre è stata una realtà ecclesiale che può essere considerata come madre della fede per i nuovi popoli e che ci ha lasciato in eredità grandi figure dottrinali e pastorali come il Vescovo Cromazio che il martirologio romano lo ricorda come "vero artefice di pace, pronto a elevare le menti verso le cose più amate".
Potrei fare una lista lunghissima di definizioni, esperienze e depositi storici di questi luoghi ma mi fermo qui e non trovo sintesi migliore di quella che ho detto prima: un crocevia di umanità. Un crocevia di popoli e culture in dialogo attraverso i confini e le identità. Il limes e l’appartenenza rappresentano da sempre due grandi costruzioni simboliche e culturali che ci interrogano profondamente come cittadini e come cristiani. Concetti che spesso sono in conflitto ma che il cattolicesimo con la sua visione universale ci permette di guardare in modo diverso. Attribuendo loro un significato di unità e non di divisione. Anzi la buona novella ci invita con sapienza e discernimento a rompere i muri di inimicizia nel nome di Cristo.
Ecco allora che il cattolicesimo è inequivocabilmente un segno di inclusione. Anche quando la storia degli uomini è caratterizzata da ostilità ed equivoci, da dispute teologiche e sconfinamenti politici, il cattolicesimo è sempre stato, nel profondo, un messaggio di inclusione e di dialogo. Un dialogo che ha superato i confini geografici, che ha oltrepassato mari e fiumi, colline e montagne, lingue ed etnie. Un dialogo che ci ha fatto ricchi senza perdere nulla di noi stessi. Troppo spesso chi oggi critica la cultura del dialogo, gli contrappone una cultura dell’identità esclusiva e cade, a mio avviso, in un equivoco. Chi dialoga con chi gli sta di fronte, chi parla con l’altro senza paura, non è una persona che nasconde una parte di se, che cancella una parte della sua identità. Ma è, al contrario, un uomo o una donna che non ha paura del confronto e che non teme il giudizio degli altri, proprio in virtù della sicurezza della propria identità. Un’identità di cui la fede è senza dubbio un elemento caratterizzante e indelebile. È la certezza della fede che fa importante la cultura del dialogo. E non il contrario.
Questo crocevia di umanità che ha rappresentato Aquileia nel corso della storia, anche attraverso le difficoltà e le divisioni enormi che ovviamente ci furono e che non vanno in alcun modo negate, rappresenta un grande elemento di riflessione per l’uomo contemporaneo.
Perché richiama alla mente alcuni concetti che oggi appaiono in contrasto e che invece a mio avviso sono in forte simbiosi.
Il primo l’ho già sottolineato: il dialogo e l’inclusione. Il secondo è l’evangelizzazione e il martirio. Di cui oggi celebriamo due grandi testimoni: Ermagora e Fortunato.
Si evangelizza con l’umiltà di chi si riconosce figlio di Dio e di chi testimonia con tenerezza e semplicità, finanche alla morte, questa figliolanza. Non si evangelizza, invece, con la spada e con la superbia di chi si pensa migliore e superiore degli altri.
Ma si annuncia la buona novella ad ogni popolazione con la gioia di chi ha sperimentato il mistero della morte e della Resurrezione. Noi siamo testimoni gioiosi del Risorto come hanno fatto Ermagora e Fortunato.
E con questa meravigliosa notizia, che ci siamo appuntati nel cuore, ci rivolgiamo al mondo intero.
Ecco allora che quest’antica proiezione di Aquileia nel Mediterraneo, nell’Europa, nel mondo orientale e occidentale, ci interroga ancora oggi profondamente sulla nostra missione di essere cristiani e di essere Chiesa nel mondo contemporaneo.
La Chiesa italiana - e vengo al secondo punto della mia riflessione - è storicamente una Chiesa multiforme, inclusiva e proiettata verso l’esterno. Oggi diremmo una Chiesa in uscita. Una Chiesa che ha un’identità popolare frutto di un deposito storico millenario. Un’identità ricchissima e inclusiva in cui convergono una fitta trama di fili religiosi e culturali all’interno dei quali le figure dei Santi Patroni e dei martiri rappresentano il cuore pulsante di quest’anima popolare.
Tutta la penisola, dal Nord al Sud, è storicamente caratterizzata da alcune grandi figure di Santi e da una lunga serie di patroni che testimoniano la potentia divina e la presentia pubblica.
Oserei dire persino una presenza civica estremamente visibile nel vissuto quotidiano dei piccoli borghi o delle grandi città.
Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi, sancì con parole insuperabili l’importanza di questa pietà popolare perché "manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere" e che "rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede".
La grande lezione di Paolo VI è stata poi ripresa e continuata da Giovanni Paolo II ed ha oggi in Papa Francesco un erede appassionato.
Nella pietà popolare, scrive Francesco, "il popolo evangelizza continuamente sé stesso". Si tratta, infatti, di una forza di inestimabile valore poiché è "frutto del Vangelo inculturato" che non si può sottovalutare perché "sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo".
Oggi, quindi, attraverso il ricordo di Ermagora e Fortunato non solo celebriamo due figure importantissime della storia della Chiesa e della comunità locale ma compiamo anche un’opera altrettanto importante di evangelizzazione. Queste due grandi figure martiriali ci esortano, infatti, a sottolineare con forza un aspetto fondamentale per la vita di ogni cristiano: la vocazione alla santità.
È bene ricordarlo: la vocazione alla santità a tutti e un elemento importante di questa vocazione è rappresentato dalla nostra capacità di amare. Amare Gesù, amare l’altro e amare la Chiesa.
Il 20 ottobre 1965 - a poco più di un mese dalla fine del Concilio - Paolo VI tenne un’udienza generale in cui, riprendendo la Lumen Gentium, si poneva un interrogativo decisivo sull’essenza della Chiesa: "Che cosa è la Chiesa? E perché noi la dobbiamo amare?".
 A questa domanda, oggi come ieri, possiamo dare moltissime risposte. Possiamo citare, per esempio, in un lunghissimo elenco, i vari titoli con cui la Chiesa è stata designata nei secoli: la mistica sposa di Cristo, la nostra madre, la famiglia di Dio.
Ma al di là di ogni titolo, affermava Paolo VI, ogni cristiano è chiamato ad amare la Chiesa soprattutto "perché è santa" in quanto è Dio che l’ha concepita e fondata e che "la va facendo con l’infusione dello Spirito Santo".
Dobbiamo amare la Chiesa, diceva sempre il papa di Concesio, pur avendo l’assoluta consapevolezza delle "imperfezioni" e delle "deformità" che la caratterizzano e la certezza che essa è composta da uomini peccatori "fatti dell’argilla di Adamo".
Tutte queste imperfezioni, infatti, non solo non alterano "l’altra realtà", quella del "disegno di Dio", ma anzi fanno scaturire un "amore ancora maggiore" che invita ogni credente a riscoprire la propria vocazione alla santità. In definitiva, ammoniva Montini, "affinché la Chiesa sia santa, noi, noi dobbiamo essere santi, cioè veramente suoi figli degni, forti e fedeli". Queste parole devono rimanere scolpite nei nostri cuori: per essere santi occorre essere "suoi figli degni" e per essere tali occorre essere, prima di tutto, forti e fedeli. In una parola, umili. Occorre riconoscere, cioè, le nostre miserie e il nostro essere creature e mai creatori.
Lo spirito di umiltà è dunque un elemento imprescindibile dei figli di Dio e deve essere doverosamente presente in tutte quelle persone, laici e consacrati, che per i motivi più diversi sono stati chiamati a svolgere un servizio nella Chiesa.
Uno spirito di servizio che non deve mai tramutarsi in un’avida ambizione di potere. Prima di compiere una qualsiasi azione di critica verso un nostro fratello dovremmo farci sempre questa domanda: abbiamo questo spirito di umiltà che ci porta alla santità?
Solo con questo spirito, infatti, possiamo essere capaci di contemplare il "volto splendente della Chiesa", questa "Gerusalemme celeste calata sulla terra" e questa "città collocata sulla montagna". "La città sul monte" evocata da Paolo VI è anche un classico tema di Giorgio La Pira che però sembra avere un movimento diverso rispetto a quello indicato dal papa bresciano. La Gerusalemme celeste di Paolo VI, la Chiesa, scende dal cielo sulla terra. L’urbe, ma anche l’orbis, a cui fa riferimento il sindaco di Firenze, invece, sale dalla terra verso il cielo. È un "candelabro destinato a far luce al cammino della storia", è una tensione verso l’alto della civiltà umana, è "l’abbozzo e prefigurazione della città di Dio". Entrambe, però, hanno la stessa vocazione alla santità. Per ciascuna di esse è valida la definizione di Charles Péguy citata da La Pira: "essere la città dell’uomo abbozzo e prefigurazione della città di Dio".
Questa citazione di La Pira mi permette di introdurre un terzo spunto di riflessione: la dimensione della profezia nella vita del cristiano. Che partendo proprio dalla visione di La Pira assume oggi un significato particolare se noi la riferiamo ad una zona particolarmente importante per la storia di Aquileia: il Mediterraneo.
Oggi noi ci troviamo di fronte ad un’area del Mediterraneo in crisi.
La potenza e la centralità del passato sono state assorbite dalla marginalità e dalle divisioni del presente. La gravità della crisi del Mediterraneo, ma sarebbe meglio pronunciarle al plurale, delle crisi che attraversano l’area mediterranea è sotto gli occhi di tutti e come Chiesa abbiamo il dovere non solo di non chiudere gli occhi, ma di comprenderla e denunciarla con forza. Ampliando lo sguardo al di là dei confini italiani, si scorge con facilità quanto i Paesi che circondano la nostra penisola siano quasi tutti investiti, non solo da una perdurante e profonda crisi economica ma, soprattutto, da un groviglio di crisi politiche e di scontri etnico-religiosi dagli esiti imprevedibili. Il bacino del Mediterraneo, in particolar modo, da diversi anni, è al centro di queste profonde crisi.
Se infatti si getta uno sguardo sui Paesi rivieraschi che si affacciano sul Mar Mediterraneo si può cogliere la vastità e la complessità di queste crisi che coniugano instabilità politica, precarietà economica e tensioni religiose.
Abbiamo visto, in questi ultimi anni, le tragedie provocate dagli attentati terroristici in Francia, in Spagna e sul Sinai con centinaia di morti; abbiamo assistito inorriditi alle stragi contro i fedeli cristiani in Egitto, Africa e Medio Oriente; abbiamo guardato con viva apprensione ai fenomeni migratori che vedono migliaia di persone fuggire dalle regioni povere dell’Africa, affrontare in condizioni indicibili la traversata del deserto, per finire profughi in mare o schiavizzati nei campi di detenzione in Libia.
Il Medio Oriente, inoltre, dopo la carneficina siriana è sull’orlo di una spaventosa deflagrazione, innescata da gruppi etnico-religiosi contrapposti. Le profonde divisioni in Libano, infatti, potrebbero degenerare in una guerra aperta, provocando morte e distruzione, oltre che una grande marea umana in fuga, con ripercussioni catastrofiche su Paesi quali la Grecia e la Turchia già provati da duri problemi economici e politici. Risalendo lungo l’Adriatico, infine, ci troviamo di fronte al mondo balcanico, ove gli antichi odi etnico-religiosi si assommano oggi ad un mancato sviluppo economico e ad una precisa determinazione politica dei vari Stati usciti dalle guerre degli anni Novanta.
Volendo riassumere si può dire quindi che la crisi del Mediterraneo è innanzitutto una crisi di squilibrio economico, causato da un sistema economico che troppo spesso moltiplica le diseguaglianze.
È poi una crisi internazionale estremamente grave e pericolosa per l’Europa e il mondo intero perché la mancanza di stabilità nella sponda sud del Mediterraneo significa, infatti, anche una mancanza di stabilità nella sponda nord. È quindi una crisi dei diritti umani: in particolar modo nei campi e nelle prigioni, in Libia, nei campi profughi di Turchia, nelle isole greche come Lesbo.
 È inoltre una crisi demografica perché è la faglia fra due realtà demograficamente opposte, una di decrescita e l’altra di crescita.
Anche per questo la situazione migratoria non può essere letta solo alla luce della mancanza di sviluppo e della instabilità ma deve essere inserita, invece, in un processo epocale che va governato con carità e responsabilità.
Di fronte ad uno scenario così preoccupante e di fronte ad un mondo politico che sembra incapace di ricercare e produrre soluzioni adeguate - e vengo all’ultimo punto del mio intervento - più volte mi sono posto il problema di cosa possa fare la Chiesa per difendere il bene prezioso e fragile della pace e per proteggere ovunque la dignità umana, sempre più calpestata. Incontrando uomini di cultura, vescovi, politici attenti e studiosi di fenomeni sociali, mi sono chiesto se non sia il caso di un segno forte che la Chiesa cattolica debba lanciare per tentare di fermare la violenza e riportare tutti al bene della riflessione e della pacifica soluzione delle controversie.
Partendo da questa consapevolezza, da alcuni mesi la Chiesa italiana sta lavorando per l’organizzazione di un’assise internazionale che, si svolgerà a Bari nel febbraio del 2020, alla presenza di Papa Francesco, e che abbiamo chiamato Mediterraneo frontiera di pace. Incontro di riflessione e spiritualità.
Un incontro che ha radici antiche e profonde: incarna, infatti, la visione profetica di Giorgio La Pira che, sin dalla fine degli anni ’50, aveva ispirato i "dialoghi mediterranei" e aveva anticipato lo spirito ecumenico che avrebbe soffiato, poi, con grande forza, nel Concilio Vaticano II.
Secondo la visione di La Pira, i popoli del Mediterraneo, nelle loro differenze e nella loro appartenenza religiosa alla comune radice di Abramo condividono una visione della vita e dell’uomo che, nonostante le profonde differenze, è aperta ai valori della trascendenza.
E da qui discende la visione comune non solo della sacralità della vita ma anche dell’intangibilità della vita umana.
Questa intangibilità della vita umana, secondo La Pira, deve favorire l’incontro dei popoli del Mediterraneo, dopo secoli di "ideologia dello scontro".
Se infatti i popoli appartenenti a queste tradizioni religiose, si mettessero in ascolto di Dio e delle proprie radici (con la preghiera e con l’approfondimento culturale), potrebbero scoprire una comune vocazione: mettersi a servizio della pace, perché la pace riflette il desiderio di Dio di vedere unita tutta la famiglia umana, fraternamente, nel segno della giustizia e della equa distribuzione delle risorse della terra.
Oggi, con l’incontro di Bari, abbiamo la possibilità di iniziare a mettere in pratica questa visione mettendoci in ascolto di Dio e cercando di discernere i segni dei tempi. Si tratta senza dubbio di un incontro unico nel suo genere, promosso dalla Chiesa italiana, che permetterà l’incontro tra tutti i vescovi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Un incontro basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario. E soprattutto: un incontro che, valorizzando il metodo sinodale, si prefigge di compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo.
Sarà un incontro fraterno di vescovi del Mediterraneo chiamati a riflettere e discernere i segni dei tempi nella realtà mediterranea, alla luce del fatto che anche se non esiste realmente una unione mediterranea a livello politico la chiesa mediterranea esiste, è ricca di molteplici tradizioni liturgiche, spirituali, ecclesiologiche, anche se ha bisogno di rafforzare le strutture di comunione e forse di inventarsene di nuove. Si tratta dunque di un incontro di vescovi del Mediterraneo che hanno a cuore il Mediterraneo concreto, non un sogno di Mediterraneo.
La Chiesa ha deciso di non unirsi al coro dei profeti di sventura ma sa riconoscere in sé stessa e fuori da sé i germi che qualcosa di nuovo può e deve nascere anche nell’area mediterranea. La Chiesa italiana, che è mediterranea, ringrazia il Vincitore della morte per la testimonianza dei tanti martiri mediterranei e ne accoglie la profezia come trionfo dell’amore sull’odio, del dialogo sul fondamentalismo, della giustizia sull’iniquità.
La Chiesa italiana dunque si stringe attorno a papa Francesco e lo ringrazia per il suo magistero profetico e per il suo ecumenismo dei fatti. Per questo motivo, abbiamo deciso di offrire il nostro contributo chiedendo ai capi delle chiese cattoliche e ai presidenti delle conferenze episcopali del Mediterraneo di riunirsi a Bari, nel febbraio del prossimo anno, come responsabili della comunione di Chiese che vivono nella regione per vedere insieme, fraternamente, cosa il Signore chiede alle chiese del Mediterraneo oggi.
Mi pare una scelta davvero provvidenziale perché la comunione delle Chiese mediterranee può - a differenza di altre istituzioni - sviluppare quello sguardo complessivo e organico che manca sul contesto mediterraneo e - sul versante spirituale ed ecclesiale - può donare al resto delle chiese, grazie alla pluralità delle tradizioni liturgiche, spirituali ed ecclesiologiche, una testimonianza sinodale davvero unica e preziosa.
Una testimonianza sinodale che, ascoltando la voce delle chiese mediorientali e nord-africane che vivono in prima persona delle situazioni drammatiche, possa fornire un importante contributo ad una lettura realistica della situazione sociale e sviluppare delle proposte concrete che tengono conto del punto di vista delle periferie e della luce della misericordia del Signore.
La nostra speranza è grande: con l’aiuto dello Spirito Santo ci auguriamo che si possa innescare un autentico cammino di dialogo e di pace!

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