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Al dormitorio Faidutti: "Paura? E di chi?"

La testimonianza di due volontari

Ci andavamo già prima al Dormitorio Faidutti, quando c’erano solo gli italiani, pochi, affaticati dai problemi di una vita resa amara da disgrazie, solitudini, povertà di relazioni…
Continuiamo ad andarci anche adesso che c’è quella che i giornali chiamano l’invasione.
E quando qualcuno lo viene a sapere la prima immancabile domanda è sempre quella:
"Ma non avete paura?"
"Paura? E di chi?" rimbecchiamo noi.
Di quel ragazzo che, venuto da Lampedusa ci ha detto che fra una morte certa nel suo Paese e una incerta nel Mar Mediterraneo ha rischiato ed ora è felice per il solo fatto d’essere vivo?
Paura di chi?
Del giovane afgano che parla l’inglese in modo fluido e corretto perché ha frequentato l’università ed il Master nel suo Paese e lì avrebbe sognato di lavorare contribuendo allo sviluppo della sua patria, ma che per la guerra è dovuto fuggire?
Paura di chi?
Dei ragazzi che, mentre ne registriamo la presenza e ci esibiscono il documento della Questura, tu leggi che fanno il compleanno lo stesso giorno di nostra figlia o che sono coetanei dei nostri nipoti?
Paura di chi?
Di colui che negli occhi porta ancora il terrore di ciò che ha visto e subito, ma a cui basta un saluto per fargli cambiare espressione?
Ecco, credo sia questa la cosa migliore: guardarli, con occhi di madre e di padre e pensare:
"Se fosse mio figlio ci sarebbe qualcuno che lo accoglie con il cuore?"

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
Al dormitorio Faidutti: "Paura? E di chi?"
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