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57 giorni nelle mani dei rapitori

L’esperienza vissuta da un gruppo di missionari in Camerun nell'intervista a don Gianantonio Allegri

La notte del 4 aprile 2014 don Gianantonio Allegri e don Giampaolo Marta, Fidei Donum della diocesi di Vicenza, insieme alla canadese suor Gilberte Bussier - tutti operanti presso la missione di Tchere, in Camerun, vennero improvvisamente rapiti da un commando armato, la cui identità non è mai stata dichiarata ma si pensa appartenente alla setta islamica fondamentalista Boko Haram.
Dopo quella lunga notte sono seguiti 57 giorni di prigionia nella foresta savanica nigeriana, dove erano stati trasportati, fino alla liberazione, avvenuta anch’essa in una concitata notte tra il 31 maggio e il 1 giugno.
Abbiamo contattato don Gianantonio, il quale ha riportato per noi i suoi personali ricordi e sentimenti legati a quei giorni, certamente difficili, anche di paura, ma che hanno offerto a questi missionari la possibilità di una profonda riflessione sull’amore di Dio e che li ha portati ad una nuova consapevolezza del loro ruolo missionario.

Don Allegri, cos’è successo quella notte del 4 aprile? Com’è avvenuto il vostro rapimento?
All’arrivo del commando, non abbiamo compreso cosa stesse succedendo, pensavamo fossero dei ladri. Io e don Giampaolo non ci siamo mossi dalla nostra abitazione, all’interno della missione, anche perché non sapevamo come fermarli e non ne avevamo i mezzi. Abbiamo aspettato, li abbiamo sentiti allontanarsi, siamo usciti nella corte della missione per chiamare aiuto, ma erano ritornati, hanno saltato la recinzione e ci hanno presi. Non avevamo nemmeno lontanamente immaginato fossero dei rapitori. Non abbiamo reagito, anche perché avevamo capito che loro stessi avevano fretta e paura, tant’è vero che non hanno rubato quasi nulla, pochi oggetti che poi ci hanno restituito, tra i quali - a loro insaputa - anche un altare da campo.
Quindi ci hanno portati alle auto, in una scoprimmo poi che vi era suore Gilberte, ed abbiamo iniziato un viaggio di circa 11 ore, quasi completamente in strade sterrate, compiendo un lungo e strano tragitto per far perdere le tracce, fino ad arrivare in Nigeria.

Una volta giunti in Nigeria, è iniziata la vostra prigionia. Come si svolgevano le vostre giornate e come siete riusciti a sostenervi?
Quella mattina ci hanno sistemati all’interno della foresta savanica, dove ci siamo protetti sotto due alberi di tamarindo. Avevamo a disposizione solo una coperta ed una stuoia. I primi venti giorni li abbiamo passati spostandoci sotto questi alberi, poi sono iniziate le piogge e ci è stato costruito un rifugio di paglia, dove abbiamo trascorso il tempo fino alla nostra liberazione. Ci siamo anche arrangiati costruendo con dei tronchi che avevamo trovato una piccola tavola, abbiamo creato il nostro piccolo angolo di vita. I rapitori inoltre non ci hanno mai malmenati o legati.
In tutto questo periodo abbiamo vissuto una grande spogliazione, non avevamo nulla. C’eravamo solo noi, ma questa è stata la grande ricchezza che ci ha permesso di sopravvivere allo sconforto: il parlarci, condividere pensieri e paure, il vivere in fraternità. Abbiamo tanto pregato, all’inizio con il nostro altare poi, dopo che ci è stato tolto perché li aveva fatti insospettire, solo con le parole, recitando passi del Vangelo a memoria. Ci siamo rimessi nelle mani di Dio, abbandonandoci fiduciosamente a lui.
Suor Gilberte, grazie ad una penna e ad alcuni quadernetti che i rapitori avevano rubato quella notte, ha anche tenuto un diario, scrivendo tutto quello che ci accadeva nei momenti di vita quotidiana, ma anche lasciandosi andare a riflessioni sulla parola di Dio. Ed è proprio questo che abbiamo fatto lungo la nostra prigionia: riflettere. Il Sabato Santo e la Pasqua che abbiamo trascorso lì, sono stati certamente i più strani della nostra vita ma, come suggeritoci da suor Bussier, forse i più tranquilli e quelli dove abbiamo trovato più possibilità di riflettere sul nostro compito e sulla presenza del Signore. Un esempio su tutti: in 57 giorni di prigionia in condizioni igienico - sanitarie a dir poco precarie, non ci siamo mai ammalati. Questo per noi è uno dei tanti piccoli doni che Dio ci ha fatto in quest’esperienza.
Esperienza che sicuramente ha portato dei cambiamenti nella vostra vita. Cosa portate dentro da allora?
Questa è stata, seppur nell’estremo, una grande chiamata a vivere la presenza della Chiesa missionaria. Abbiamo acquisito una consapevolezza che ci ha interrogato sul nostro ruolo, sulla missione di Tchere. Ci siamo chiesti molte volte, durante la prigionia, cosa faremo poi: sicuramente vivere la fraternità e la comunione anche nelle nostre parrocchie e comunità; la spogliazione ci ha insegnato a partire dagli ultimi e a ripensare alla nostra presenza, alle priorità, allo stile e ad i mezzi dell’opera missionaria. Tolte le privazioni fisiche, è stata una grande esperienza dal punto di vista spirituale di fraternità e condivisione, per annunciare Cristo oggi proprio all’interno delle nostre comunità.
Nulla sarà come prima e non ci è concesso di essere come prima. È una nuova opportunità data da un Dio che non si stanca mai di stimolarci e di sostenerci, standoci accanto.

Dopo i lunghi giorni di prigionia, finalmente la liberazione. Come si è svolto il tutto?
E’ stata una delle notti più dure. Nel pomeriggio ci avevano avvisati che ci avrebbero portati verso il luogo della liberazione, eravamo più che contenti e abbiamo avuto la sensazione che anche i nostri guardiani stessero partecipando alla nostra gioia: questo è un altro dei segni pasquali che il Signore ci ha donato.
Ci siamo avviati verso il confine tra Nigeria e Camerun, dove ci si sarebbe incontrati con la polizia camerunense. Ci sono stati momenti molto concitati, la trattativa è stata lunga e la preoccupazione era tanta. In alcuni momenti è sembrato che tutto stesse andando a rotoli e ci stavamo preparando mentalmente per ritornare nella savana. Abbiamo però chiesto un miracolo, che il Signore facesse un passo in più per la nostra liberazione: non ne siamo degni - abbiamo pensato - ma non possiamo tornare nella "tomba". Verso le tre del mattino di quel 1 giugno, siamo stati finalmente liberati.

Com’è ora la situazione in Camerun e sul confine con la Nigeria?
Lo Stato ha preso molto a cuore la situazione, in particolar modo dopo il nostro rapimento e quello successivo di dieci cinesi, portati in prigionia vicino a noi e che abbiamo saputo essere stati liberati in ottobre. Molti militari sono stati portati al nord del Paese e fondamentalmente è stata dichiarata guerra alle frange fondamentaliste di Boko Haram. Sappiamo che sul confine ci sono molte battaglie ma all’interno del Camerun la situazione sembra sia oggi più stabile, con meno sconfinamenti di gruppi armati. Vero però che è ancora in vigore un coprifuoco: dopo le 19 non si può più entrare e uscire dalle città e non è possibile spostarsi in moto - mezzo usato dai guerriglieri per i loro spostamenti -. Al nord del Paese però la guerriglia continua. Girano voci riguardo un’azione più mirata di guerra da parte del Governo, ora che è iniziata la stagione secca e gli spostamenti sono più facili, ma queste voci al momento non hanno nessun riscontro, forse sono solo delle chiacchere.
La situazione comunque non è sicura e attualmente il Camerun conta 18.000 rifugiati nigeriani, sia cattolici che musulmani. Non va infine dimenticato il problema degli sfollati camerunensi. In questo le diocesi e il PIME si danno molto da fare per aiutare tutte queste persone e, cosa molto importante, far sì che ci sia una continuità della scuola per i ragazzi.

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