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Vero, umano, mai superficiale

Vent'anni fa la morte improvvisa di Darko Bratina: nel ricordo di mons. Ruggero Dipiazza la tenacia con cui cercò di instaurare un dialogo e una collaborazione transfrontaliera, ai tempi ancora tutta da costruire

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Vero, umano, mai superficiale

Vero, umano, mai superficiale. Con queste parole monsignor Ruggero Dipiazza, parroco di San Rocco a Gorizia, ha ricordato Darko Bratina, di cui il 23 settembre ricorrono i 20 anni dall’improvvisa scomparsa avvenuta durante una visita a Obernai, in Francia.
Politico, sociologo, appassionato di cinema, Bratina va sicuramente ricordato per la tenacia con cui cercò di instaurare un dialogo e una collaborazione transfrontaliera, ai tempi ancora tutta da costruire.
Richiamiamo oggi la sua figura proprio tramite i ricordi di don Dipiazza, che ha avuto la fortuna di conoscere da vicino questo grande personaggio.

Monsignor Dipiazza, ricordiamo Darko Bratina partendo dai suoi personali ricordi legati a quest’uomo che tanto ha dato alla città.

La figura di Darko Bratina è complessa ma non è mai stata autocelebrativa, non era preoccupato di presentare di sé un’immagine che travalicasse in qualche modo quelli che erano gli aspetti della sua vita. Lui era "vero", non aveva mai fingimenti, non barava, non giocava in maniera tale da non essere immediatamente credibile e tutto questo si concretizzava all’interno di un mondo come quello della politica.
Ho avuto sempre l’impressione che lui parlasse della politica non solo con grande partecipazione ma con la convinzione forte che fosse una grande fortuna per lui, un dono poterla fare, di cui non sentiva né il peso, né lo stress, né la fatica ma ci metteva l’anima e l’impegno sempre, a prescindere da quello che poteva essere, si spendeva per questo impegno e basta.
In lui vivevano dedizione e spirito d’impegno ed emergeva un non sottrarsi mai a quelli che erano dei compiti che lui viveva all’interno di una gratitudine espressa. Mi sembra che questo sia un aspetto molto importante di fronte alla politica del momento attuale, dove si pensa che il politico debba essere considerato con riconoscenza per quello che fa; Darko non era questo.
Ricordo poi la sua capacità di partecipazione attiva negli aspetti che hanno sempre caratterizzato la nostra diversità, non politica e amministrativa, ma quella capacità di essere italiano, sloveno, friulano con lo stesso amore, "sposando" l’essere di tutte queste peculiarità: ne assorbiva le parole, le testimonianze, i racconti, partecipando senza limiti alla vita delle comunità.

Proprio riguardo alla comunità, qual è stato il suo collegamento con la parrocchia di San Rocco?

Mi ricordo del suo accompagnare l’aspetto religioso, che gli proveniva dalla famiglia di origine - molto partecipante, molto viva nella vita della comunità -. Era interessante quest’uomo, laico, che aveva una capacità di rispetto ma anche di attenzione alla sacralità dei momenti, delle celebrazioni, che seguiva con la partecipazione silenziosa e attenta di chi le cose in qualche modo le rievoca, perché vissute in un contesto famigliare che gli aveva dato certamente tanto sul piano della pratica religiosa, pur tradizionale com’era tipico della famiglia slovena.
Lui era vero nella sua umanità piena. Viveva in toto le tre culture presenti in città, sapendo che era imprescindibile per Gorizia distinguere un aspetto escludendo gli altri, c’era una sintesi.

Bratina non è stato solo un personaggio politico e culturale, ma anche tra i "padri" della collaborazione tra Gorizia e Nova Gorica. Quale impronta ha lasciato ma, allo stesso tempo, cosa del suo operato è andato perso e andrebbe ritrovato?

Credo che l’aspetto collaborativo all’interno di queste diversità sia stato speso, purtroppo, con risultati molto poveri all’interno della stessa realtà italiana. Il problema è stato l’approccio con gli sloveni dell’area; Bratina non riusciva a capire perché non si riuscisse a vivere la realtà come la viveva lui, essendo sul territorio una stessa realtà statuale, anche se di nazionalità diversa. Lui aveva assunto su sé stesso questo compito, di essere una "voce" che facesse incontrare questa diversità. Per certi versi è stato perfino ostracizzato dal mondo sloveno, che ha visto in questo suo aspetto quasi una "sconfessione" della propria identità.
Il discorso sull’attività transfrontaliera riguardava forse più specificatamente gli amministratori delle due parti, quelli che avevano il compito di favorire concretamente questo tipo di collaborazione; il rischio poteva essere quello di farsi carico di ruoli che non spettavano loro in prima persona e che si venisse in qualche modo - da lontano, da Roma - a favorire un certo tipo di dialogo, mancando però i presupposti sul luogo.
Quando pensiamo a che cosa è rimasto della sua eredità, per certi versi direi che Bratina è scomparso dalle scene. Si continua a parlarne per quanto riguarda i suoi aspetti specifici, quello cinematografico in particolare, ma sul piano di quella "comprensione" che l’ha caratterizzato, purtroppo questo non ha lasciato traccia e ancora oggi si riscontra sul territorio la difficoltà di interloquire tra il mondo italiano e il mondo sloveno, in maniera per certi versi assurda; questo anche perché continua la non conoscenza della lingua e persiste quasi un atteggiamento di continua "verifica" tra l’uno e l’altro, invece che pensare in quale modo incontrarsi. Questo aspetto di fondo purtroppo non favorisce né il dialogo, né il fare insieme, nonostante le iniziative - anche europee - istituzionali.

Come potrebbe Gorizia, magari proprio in occasione di questo anniversario, riscoprire il suo lascito culturale e transfrontaliero?

La velocità dei cambiamenti propone un reset continuo, per cui effettivamente - domandandosi cosa "recuperare" - ci si accorge che in fondo, proprio perché non voleva essere il suo un percorso emblematico ma semplicemente una testimonianza vissuta personalmente, o la sua storia viene metabolizzata dalle persone che si trovano più direttamente coinvolte in ragioni politiche, culturali, amministrative, oppure di Bratina - come di altre esperienze - non resta niente, perché la velocità del cambiamento è tale da cancellare quasi le memorie. Questo va ammesso ed è una triste constatazione.
Un tempo si realizzavano le statue, pensando così di onorare il passato; noi per certi versi cerchiamo di inventare manifestazioni, eventi, commemorazioni, quando di fatto basterebbe ricordarsi dell’esempio di Bratina: quello di una persona che non ha preteso di dettare regole o di dare linee, ma le ha vissute. Per questo è un problema pensare che si possa fare un recupero di quella che è stata la sua identità personale e culturale. Bisogna trovare delle persone che ci credono, italiani e sloveni che si parlino senza diffidenza reciproca, che si ricordino che il confine, in fondo, è una convenzione di tipo statuale ma che di fatto, per quel che ci riguarda, non c’è: l’abbiamo fatto noi per comodità di troppi che avevano interesse a dividere invece che a far incontrare.
Lui in fondo stava dicendo questo: che tipo di confine può esserci, quando le nostre popolazioni hanno sempre vissuto insieme?

© Voce Isontina 2017 - Riproduzione riservata
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