La Parola
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La Passione del Signore

Il commento al Vangelo di domenica 9 aprile 2017, Domenica delle Palme

Mt 26,14- 27,66

Il tradimento di Giuda e l’ultima cena
I vv. 14-35 si suddividono in tre momenti diversi. L’inizio ha in sé un clima di minaccia,  l’apparente fedeltà del discepolo a Gesù si contraddice  in modo radicale: Giuda si accorda con i sommi  sacerdoti per consegnare loro Gesù, per trenta monete d’argento. Il tradimento precede i preparativi della Pasqua, che simboleggia il ricordo della schiavitù e della liberazione del popolo ebraico.
Gesù annuncia in quel contesto la vera liberazione, quella dal peccato, attraverso la sua morte che ha un significato salvifico. Durante la cena, che sarà l’ultima, dopo aver detto che proprio uno dei Dodici presenti lo tradirà, istituisce l’Eucarestia offrendo ai discepoli il pane e il vino con la preghiera di ringraziamento e benedizione della tradizione biblica e con le parole che per noi costituiscono il cuore della fede cristiana: «questo è il mio corpo… questo è il mio sangue». Gesù offre la sua vita a tutti coloro che vorranno avvicinarsi a Lui, anticipando la sua morte e risurrezione, per garantirci la sua continua presenza nel sacramento dell’amore condiviso.
La fede è ancora apertura totale all’incontro con Dio attraverso Gesù che ha donato la vita per l’umanità o si riduce a qualche pratica superficiale e al ricorso interessato a Dio nei momenti di  grande difficoltà?
Dopo cena, Gesù si sposta insieme ai discepoli verso il monte degli Ulivi, avvertendoli che sarà per loro motivo di scandalo. Pietro è il primo che, di fronte alle parole sulla dispersione del gregge e alla previsione esplicita del suo rinnegamento, promette a Gesù la propria fedeltà fino alla morte.
Santa Madre Teresa di Calcutta aveva previsto che il 21° secolo sarebbe stato caratterizzato dalla solitudine, la stessa che Gesù vive sul Monte degli Ulivi. Siamo ancora in grado di convivere, condividere, essere fedeli alle persone o ci uniformiamo all’individualismo e all’opportunismo dominanti nella società?

Il Getsemani e l’arresto di Gesù
Nel Getsemani (in aramaico «frantoio») Gesù, consapevole delle sofferenze e della morte cui presto andrà incontro, prova il sentimento molto umano dell’angoscia e prega il Padre di  allontanare da Lui tale esito, ma, nonostante la paura, si affida totalmente alla sua volontà e resta nel luogo dove sa che Giuda porterà i soldati per catturarlo. Ai discepoli chiede di vegliare e pregare per essere in comunione con Lui, per condividere il dramma della sua Passione. Essi però dormono, e Gesù, mentre si abbandona al Padre, sperimenta l’abbandono da parte degli amici che pure lo hanno seguito, ma senza comprendere quanto sta per succedere.
Giuda fa individuare la persona di Gesù dandogli un bacio, trasformando così il gesto  dell’amicizia e dell’amore nell’espressione più terribile dell’inganno: è l’acme del tradimento, della possibilità umana di stravolgere in male anche le  relazioni e le esperienze più fondamentali della vita.
Giuda si rivolge a Gesù con il titolo di «Rabbì», mentre Gesù lo chiama «amico», continuando ad offrirgli la possibilità di una scelta diversa nello stesso momento in cui gli comunica che conosce i motivi del suo comportamento. Fedele a quanto ha sempre insegnato, Gesù non si oppone «al malvagio», continua a testimoniare la strada della non violenza, rimproverando il discepolo che ha usato la spada e sottolineando che la sua logica non è quella dell’onnipotenza tramite la richiesta al Padre di un intervento dall’alto. Di fronte a  questa accettazione di un apparente fallimento, di  un arresto irregolare per la stessa legge ebraica, i  discepoli abbandonano il loro Maestro e fuggono lontano da Lui e dal suo destino.
Nei momenti drammatici della vita, qual è il nostro atteggiamento? La ribellione verso Dio che non ha risolto la situazione, il vittimismo di chi si sente colpito dal destino, o la coerente assunzione di responsabilità personale anche di fronte all’apparente non senso?

Gesù davanti al Sinedrio e rinnegamento di Pietro
Gesù viene arrestato di notte con gran clamore e portato dal sommo sacerdote Caifa, presso cui si erano riuniti scribi e anziani. Il racconto ci presenta una serie di legislazione ebraica, per cui non era ammissibile un processo notturno, in prossimità della Pasqua, e privo di testimoni credibili, che vengono cercati all’ultimo momento. Probabilmente in questa prima fase si tratta di una riunione non formale, volta a stabilire di cosa accusare Gesù, individuando dei pretesti per poi farlo condannare dai romani.
Le domande di Caifa incalzano un Gesù silenzioso, in un crescendo fino all’ultima domanda che avrà una risposta affermativa. Risposta che porterà a ritenerlo «reo di morte» per blasfemia, colpa gravissima secondo la legge mosaica. A questo punto non c’è bisogno di cercare altri testimoni perché tutti i presenti hanno sentito la bestemmia. Benché non sia ancora stata pronunciata alcuna formale condanna, Gesù è esposto all’immediato dileggio dei presenti con gli insulti, gli sputi e gli schiaffi.
Chi è questo Gesù perseguito per motivi religiosi? È il Messia che testimonia con il suo silenzio l’amore per Dio Padre e per l’umanità fino alla morte. E Pietro? La «roccia», l’apostolo disposto a dare la propria vita per Gesù, «stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire». Alle domande delle serve e al riconoscimento dei presenti risponde con il triplice diniego «Non conosco quell’uomo». All’alba il gallo saluta il sorgere del sole e, a quel punto Pietro, ricordando le parole del Maestro, si abbandona a un pianto amaro.
Quanti di noi, come Pietro, aspettano di  vedere come andrà a finire per decidere quale  posizione prendere senza rischiare troppo? Quanti  proclamano la loro adesione alla fede cattolica e poi,  per paura o interesse personale, la rinnegano?  Che cosa siamo disposti a fare affinché il  nostro comportamento sia coerente con la nostra fede?

Il prezzo del sangue innocente
Al mattino si tiene una seconda seduta del sinedrio il cui esito è scontato perché l’obiettivo non è appurare la verità, ma far morire Gesù. Presumibilmente l’unico interrogativo dei capi religiosi, che in tal modo reagiscono alle parole di Gesù sul fatto che ogni giorno sedeva nel tempio a insegnare e non l’hanno arrestato (26,55-56), riguarda il modo per realizzare la decisione: ritenendo difficile eseguire una condanna capitale in modo autonomo per motivi religiosi, ricorrono all’accusa di  sedizione davanti all’autorità romana.
Matteo sottolinea, fin dal pentimento di  Giuda e dal conseguente suicidio, l’innocenza di  Gesù, rilevando che Pilato stesso nutre dubbi sulle accuse, ritenendole frutto di invidia e proponendo quindi una possibilità di scelta per liberare Gesù. Il suo tentativo è rafforzato da un messaggio della moglie che gli chiede di non condannare un  «giusto», ma non ottiene quanto sperato per l’odio e l’invidia dei giudei, sentimenti che avevano portato alla decisione del sinedrio di consegnarlo (all’autorità romana) e poi al rischio di un tumulto, di fronte al quale Pilato cede, declinando ogni  responsabilità. Il gesto di lavarsi le mani, divenuto proverbiale come simbolo di disinteresse e  compromesso, deriva da una lettura teologica di Matteo, essendo un rito ebraico (Dt 21,1-9): in tal modo  viene proiettata anche su Pilato e gli occupanti romani la responsabilità della morte di Gesù.
Ciò che ha portato a una tale situazione d’invidia e odio è il tema della regalità di Gesù  (accanto a quello sul Cristo, Figlio di Dio, 26,63-64), deriso dai soldati come «re dei Giudei». Egli è il Figlio di Dio, il Messia, ma non secondo i canoni tradizionalmente attesi dal popolo: durante il suo ministero pubblico Gesù ha infatti parlato del regno del Padre, con un’autorità completamente diversa da quella dei regnanti della terra,  contraddicendo sia le aspettative di un condottiero politico, liberatore del popolo d’Israele dalla dominazione straniera, sia l’esercizio del potere religioso da parte di sacerdoti e farisei. C’è una radicale differenza fra la regalità del mondo e quella di Cristo: quella del mondo si manifesta nella potenza, nell’imposizione, nella salvezza di sé; la regalità di Cristo si manifesta nell’amore e nel rifiuto della potenza. In quale Dio crediamo? Quale regno cerchiamo di costruire?

La prova del Golgota
Dopo essere stato flagellato, Gesù s’incammina verso la croce, ultima tappa del suo cammino terreno. Sfinito dalle percosse e dagli abusi subiti, necessita di un aiuto per portare il patibulum (il palo orizzontale usato per la crocefissione). L’aiuto gli viene dato da uno sconosciuto, Simone di Cirene, che viene costretto a portare la  croce. Mentre gli apostoli si sono tutti allontanati, uno sconosciuto diviene paradigma del discepolo che prende la croce di Gesù e lo segue (cf. 16,24).
Gesù, arrivato nel luogo della crocifissione, chiamato Golgota, cioè «luogo del cranio», assaggia e rifiuta una bevanda composta da vino e fiele (mirra in Mc 15,23), una sostanza amara con leggero effetto narcotico, che richiama l’aceto del Salmo 69,22.
Il racconto della crocifissione prosegue  menzionando il dettaglio della tunica spartita per gioco tra i soldati che gli fanno da guardia. Il particolare descritto vuole evidenziare la tradizione spirituale del giusto illegittimamente perseguitato che non reagisce ai soprusi subiti (cf. Sal 22,19).
L’umiliazione inflitta a Gesù continua anche sulla croce, dove viene posta la scritta: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Le offese inferte dai soldati romani esprimono l’abuso dell’autorità che priva l’uomo della propria dignità personale.
Gesù viene crocifisso tra due delinquenti: anche qui c’è un richiamo alle Scritture, che mette in evidenza il suo ruolo come servo del Signore incluso tra i malfattori (cf. Is 53,12).
È possibile affrontare i soprusi che viviamo lungo il nostro cammino terreno con lo stesso atteggiamento di Gesù? Confidando in qualcosa di più grande, accettando la volontà del Padre? O, come i presenti alla crocifissione che lo dileggiano, anche noi crederemo in Lui se dimostra la sua onnipotenza con un miracolo clamoroso?

Una morte che fa rumore
La morte di Gesù è preannunciata dall’eclisse della luce, il buio su tutta la terra, che ci immerge in una condizione di smarrimento e sconforto (cf. 8,12; 22,13; 25,30). Gridando le parole iniziali del Salmo 22, nel momento conclusivo del  rifiuto degli uomini e dell’apparente silenzio di Dio, in realtà Gesù si affida al Padre, che, secondo le successive parole del salmista, «ha ascoltato il suo grido di aiuto»: con questo riferimento Matteo sottolinea che Gesù è realmente il Messia dei profeti. Fino agli ultimi momenti drammatici, Gesù vive la derisione dei presenti, ancora incapaci di comprendere la sua verità, fino al grido finale con cui esala il suo ultimo respiro. Il momento decisivo della morte diventa rivelazione della verità, aprendo le menti e i cuori: lo strappo del velo dice che Dio non è rinchiuso nel tempio ma è presente  dovunque e per tutti; il terremoto è la  distruzione del vecchio mondo che porta alla ricostruzione di una nuova vita (cf. Is  13,13); la lacerazione delle rocce con i corpi dei santi che risuscitano è l’annuncio stesso della vita cui Dio ridona il suo spirito (cf. Ez 37). Sono questi i segni che guidano i presenti ad abbandonare lo scherno e a comprendere che Gesù è Figlio di Dio ed è innocente, e che Dio interviene a favore dell’uomo perché è un Dio fedele. È la fedeltà testimoniata dalle donne che hanno seguito e sostenuto Gesù  fino ai suoi ultimi istanti, realizzando le stesse modalità di servizio della sua signoria (20,28). Siamo disposti ad affidarci a Dio nei nostri periodi bui, così come ha fatto Gesù? Siamo capaci di portare a termine un progetto che ci costa derisione e sacrificio, perseverando nella fede e nella speranza?

La sepoltura del Signore
La sepoltura di Gesù è raccontata attraverso una duplice prospettiva: quella dei suoi seguaci incarnata da Giuseppe di Arimatea, Maria di Magdala e l’altra Maria, contrapposta a quella giudaica manifestata dai sacerdoti e dai farisei. Giuseppe chiede a Pilato il corpo del Maestro per potergli dare una degna sepoltura, mentre di norma i cadaveri di coloro che avevano subito la crocifissione venivano messi in una fossa comune. Il corpo viene avvolto in un tessuto pulito, quindi puro, e deposto in un sepolcro nuovo. La purezza del panno di lino rimanda al linguaggio usato da Gesù. Il Rabbi parla di una purezza diversa da quella di chi osserva formalmente la Legge, legata alla bontà delle intenzioni del cuore, e di una novità legata alla sua adesione che crea un cambiamento esistenziale necessario per entrare nel Regno.
Giuseppe seppellisce il corpo nel sepolcro, chiudendolo con una grande pietra, e se ne va.
Dopo la sua partenza due donne restano a vegliare sul corpo del Maestro. Le donne sono testimoni oculari, non solo della crocifissione ma anche della sepoltura. La loro vicinanza esprime un amore estremo che non dà segni di cedimento nemmeno davanti alla morte.
Al contrario delle persone vicine a Gesù, i suoi nemici covano nel cuore paura, odio e diffidenza. Sacerdoti e farisei temono che i discepoli possano rubare il corpo di Gesù, inscenando la resurrezione. Per questo chiedono a Pilato di mettere dei soldati a guardia del sepolcro. Pilato, stanco di dover intervenire nelle continue beghe dei giudei, dice loro di sbrigarsela da soli. Le autorità giudaiche si apprestano a sigillare il sepolcro e a far sorvegliare l’ingresso. Il sigillo diviene sinonimo di chiusura rispetto al messaggio di Gesù. Ma il dinamismo della vita divina trascende ogni precauzione e ostacolo umano, per compiere la volontà del Padre.
La nostra fede può dirsi matura e salda come quella delle donne? Quali sono le verità che non siamo disposti ad accettare perché minano le nostre sicurezze?

(da "Una comunità in ascolto di Matteo", a cura degli Insegnanti di religione cattolica della diocesi)

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