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Visco: cent’anni di Borgo Piave

Le vicende che hanno avuto per teatro la dogana di un tempo, attraverso il dramma della profuganza

Parole chiave: Borgo Piave (2)
Visco: cent’anni di Borgo Piave

Il 30 settembre, a Borgo Piave a Visco, la storia; il primo ottobre inaugurazione di un cippo disegnato dall’arch. Antonio Scagliarini; lo ha benedettoil parroco don Giorgio Longo; saluti del sindaco di Visco Cecotti e del sindaco di Palmanova Martines. Organizzazione di Alpini, "Terre sul Confine" e Comitato di Borgo Piave, presieduto dal cav.  Nicola Ciavarella, che ha illustrato l’iniziativa.
Borgo Piave, le testimonianze del passato: dogana italiana; dogana austriaca (dal 1874); macello (primo ’900), osteria al Vecchio confine (’800). Di più antico, nulla.
Tutta campagna nel sito del borgo di oggi, ma c’era stato movimento: lo scenografico viale per il confine, con tre ponti in pietra fu realizzato nel 1854. Scoppia la guerra del ’14-18. Si anima la località; nel 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, con l’ ospedale "attendato" 0.35 della CRI (1000 posti letto); lì anche si guarisce, ma si muore tanto (quasi 600). Esempio di "vita" nell’ ospedale è un brano del diario di Gastone Bassi:
29 luglio 1915: "Sono partito all’alba per eseguire il trasporto di feriti da Sagrado ad ospedali più arretrati…sapemmo che i malati erano colerosi, raccolti nella Filanda di Fogliano. Entrammo nel vasto fabbricato.
Un fetore impressionante ammorbava l’aria.
Gli sciagurati colpiti giacevano in una specie di cantina…nauseabonda.
Pochi erano vestiti, alcuni coperti dalla sola camicia, altri completamente nudi.
Sommavano a qualche centinaio…Gl’infelici erano scheletrici, gialli, dalle enormi occhiaie cave e livide e gli occhi quasi velati; molti erano morti, altri moribondi.
Furono caricati sulle macchine come stracci pestilenti…Dovemmo andare da ospedale ad ospedale, dalle 9 della mattina alle 2 del pomeriggio per trovare chi raccogliesse i poveri resti umani che portavamo! Finalmente potemmo lasciarli all’ospedale d’isolamento presso Visco.
Ma uno di essi era morto nel viaggio.
Con l’ufficiale medico…cercammo di identificarlo.
Nelle tasche un borsellino con pochi soldi, un portafoglio lacero con dentro qualche immagine sacra e un pezzetto di carta…con scritto pressoché illeggibile, poche parole a matita: "prego per voi dall’altro mondo"…Povero ragazzo! Poveri vent’anni!".
Caporetto (24-28 ottobre ’17), nome e significato di catastrofe. Per la nostra gente - festante - tornano i nostri.. Succede di tutto. A Visco, dogana bruciata, già saccheggiata dagli Italiani la canonica; bruciata la scuola.
"Borgo Piave" nasce da Caporetto; fino al 9 dicembre non se ne parla. Il sindaco scrive che "l’ospedale di Visco, lasciato dall’autorità austriaca è adattissimo per adibirlo per uso frenocomio" e afferma che "le molteplici baracche costruite di muro" sono "con tutti i comfort moderni". Arrivano i profughi dai paesi del Piave (ecco il nome!), San Donà, S. Lucia di Piave.
Una testimone racconta che "Eravamo tutto il paese di Romanciol".
Il cibo latitava per tutti, figuriamo per loro!
Come dappertutto, furono le donne a offrire la loro resistenza all’urto degli eventi, a salvare il salvabile, a lavorare la terra (con vecchi e fanciulli), una terra sempre più spoglia e sterile, che esse bonificarono dalle tante ingiurie subite.
Lo scrittore - Mario Puccini - parla di momenti convulsi: "…A Visco, il distacco violento dalle terre che sudammo a prendere e mantenere, fu sentito da tutti…La signora del sindaco, rimasta sola con due signorine, implora una carrozza. Anch’essa come le nuvole vuole abbandonare i luoghi tristi, dove l’Italia non passeggerà più. Poiché la signora è italiana di sentimenti e di cuore.
Buona signora, quanto tremava! E non poteva staccarsi dal suo canarino e dalla sua casa! ’essi incendieranno tutto!".
La signora Lazzari aveva capito: casa "visitata" anche da concittadini, per spregio verso "filoitaliani", o per altri, meno nobili motivi.
Arrivano 400 profughi, 20 per baracca; dal 18 dicembre 1919 al 28 novembre 1921 nacquero 14 bambini; ne morirono 8, il più grande aveva 13 anni e i più piccoli ebbero un destino così breve da commuovere. Erano prematuri: il primo, estratto morto il 6 luglio del ’19, non ebbe nome, la sorellina, venuta alla luce il 7, visse un giorno e fu battezzata Teresa (i genitori erano di Noventa di Piave).
I certificati di morte, per quasi tutti, parlano in maniera tale che non è difficile immaginare condizioni di vita. Spiritualmente, il campo era assistito dal sacerdote Amedeo Vincenzi, della diocesi di Treviso.
Qualche dato su origine a note di vita da un documento dell’Archivio Parrocchiale: "Da informazioni assunte risulta, che nell’estremo lembo del Comune di Visco confinante col Comune di Palmanova, durante la guerra esisteva un ospedaletto da campo con oltre venti baracche.
All’epoca dell’invasione austriaca fino al Piave, giunse una colonia di circa 400 profughi dalle rive del Piave e soppresso l’ospedaletto, vi si stabilirono provvisoriamente in quelle baracche. Tutta l’area  di quei baraccamenti ricevette allora il nome di ’Borgo Piave’ fino al presente...
Là veniva celebrata la messa [in una parte di baracca n.d.A.] per le feste e domeniche per comodità degli abitanti del "Borgo Piave" concorrendovi pure i più vicini da Visco .
Ma per i battesimi, i matrimoni, le sepolture dei morti, la frequentazione della scuola con insegnamento religioso essi usufruivano della parrocchia di Visco…famiglie transitorie di profughi operai… hanno avuto già dalle autorità militari la disdetta, perché la detta Autorità ha bisogno delle baracche per deposito di materiale bellico. Per cui la dimora di quei profughi è molto precaria". Ne parla la lettera del commissario civile del Distretto politico di Gorizia, Gottardi; il 9 maggio del ’21, scriveva al sindaco di Visco: "…debbo informarLa che l’on Ministero delle Terre liberate deve essere caduto in un equivoco quando ha dichiarato che erano stati posti a mia disposizione dei mezzi finanziari a favore dei profughi di Visco (Borgo Piave) perché questo ufficio fino ad oggi non ha ricevuto da detto Ministero somma alcuna da destinare a quello o ad altro scopo".
Lungo il Piave la sofferenza era ancora pesante, il 19 luglio del  ’21, telegramma del sindaco di Noventa di Piave a quello di Visco: "… Pregasi sospendere immediatamente rimpatrio profughi essendo impossibile provvedere asilo…".
A guerra finita, Visco inizia il lento lavoro per risollevarsi da una profonda crisi  sociale ed economica, che si farà acuta con la mancanza del confine.
Nel 1920 l’annessione all’Italia; la festa nel ’21.
Borgo Piave diventa deposito di artiglieria e fabbrica di filo spinato (emblematico), poi  avrà numerose funzioni: deposito di mascalcia; campo di concentramento, deposito della Wehrmacht; campo di transito per finanzieri e carabinieri che andranno di nuovo a Gorizia italiana nel 1947.
Rimangono le fondamenta della sesta chiesa di Borgo Piave, e la quarta lasciata (parte di un edificio) andare in rovina. È stato realizzato un museo che avrebbe molto da raccontare, anche di cose locali, ma ancor di più di un mondo, per fortuna, grande grande grande!

© Voce Isontina 2017 - Riproduzione riservata
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