Cultura
stampa

L'Abate, o Sant'Antonio "di gennaro"

In gioiosa associazione, e confusione con l'altro Antonio, è venerato a Medea. Troviamo una statua lignea recente  in una nicchia nel santuario di Sant'Antonio da Padova

Parole chiave: maiale (1), Sant'Antonio abate (4), leggenda (2)
L'Abate, o Sant'Antonio "di gennaro"

Si vede, il purzit, bello, fornito di "cicìn e di saìn", andando, almeno, alle stampe ottocentesche, ma anche in qualche statua: nella chiesa di San Michele a Villesse, un Sant’Antonio Abate (251-356), marmoreo (’700); ai piedi, l’onnipresente purzìt, che sembra tornito, quanto è rotondo e con una coda a ricciolo. Idem nel quadro del Paghini a Joannis (parrocchiale): con Sant’Antonio il Grande, Megaloantonio, un maiale satollo "di blava"; già da due secoli, il cereale signoreggiava le nostre contrade. Cereale adatto al suino, solo nutrimento di facciata per l’umano: "sazia assai, ma dà poco fiato" (Roberto Finzi).
Ne guadagnano gli animali, gli uomini, in un primo tempo la povera gente; poi, soprattutto i padroni, ed insieme ne guadagnano le chiese che sorgono numerose nel ’700 anche per gli aumentati redditi.
La pellagra nascerà dal riempir la pancia di polenta, priva di vitamina PP: conseguenze tragiche che cessano a ’900 inoltrato.
Ma si guardi il maiale ai piedi di Sant’Antonio, arretrando nel tempo: meschinello, irsuto, dentone; le ha tutte. Poco grasso, proprio quando il grasso occorreva. Pelo lungo: doveva restar fuori; denti arrovesciati come i cinghiali di oggidì, strapasciuti liberi professionisti della campagna.
Uno di questi esemplari ai piedi del Santo (’500), è affrescato alla base dell’arco trionfale nella chiesa vecchia di San Vito al Torre.
Erano maiali asciutti e più veloci: dovevano guadagnarsi la giornata in proprio.
Preziosi: letteralmente sulle loro spalle (spatulae porcorum) si pagavano affitti, si apportava buona parte di proteine non da fagioli, fave, ceci, lenticchie, piselli. Ecco perché non tanto credibile (possibile è) la nomea d’essere uno dei tanti mimetismi del Maligno che tentò a lungo il Santo nel deserto. Probabilmente, non è "lu Dimonio" del canto popolare abruzzese, che narra le lotte nella Tebaide, ma ha ben altri significati. Vuol dire la carità degli Antoniti, ordine che in Francia curava i pellegrini negli ospedali di ponte, anche dal "fûc di Sant’Antoni", l’herpes zoster di tanghera memoria.
I monaci avevano il privilegio di far scorrazzare i suini allevati, che ramazzavano ciò che di edibile si parava sul loro cammino.
I comuni suini erano guardati a vista da porcari, servi più pagati degli altri, per la preziosità della merce animale cui accudivano in prati, e foreste che aumentavano di valore, non solo per legno, da ardere e da lavoro, ma per quanto fossero adatte ad saginandos porcos, ingrassar porci.
E "Il purzit di Sant’Antoni": animale torseon, girovago che il paese nutriva, ciascuno secondo le possibilità; a maturità avvenuta, era venduto per i poveri.
L’Abate, Santo della carità: aveva venduto i propri beni, prima di dedicarsi a Cristo (meno bene aveva fatto a vendere i beni non suoi, quelli della sorella!). Non era colto; disse che gli bastavano le scritture, però autorevole; fu esempio, talché fu l’iniziatore del monachesimo orientale e guida per più di un monastero; fu anche uomo di pace e sostegno ai Cristiani perseguitati.
In gioiosa associazione, e confusione con l’altro Antonio, è venerato a Medea. Troviamo una statua lignea recente  in una nicchia nel santuario di Sant’Antonio da Padova sulla Mont.
Almeno nel ’500, era il Sant’Antonio di gennaro, festeggiato il 17 del mese, già nel Cinquecento, nella chiesa in comproprietà con Sant’Antonio da Padova (1195-1231). Festeggiato con qualche eccesso.
Il  Barbaro, vicario generale del Patriarca di Aquileia, nella visita del 1593, impose di asportare le zampe dei porci lasciate come rustico ex voto per la statua vicino alla porta.
Là andò in processione votiva, nel ’700,  la comunità la pieve di Chiopris, affidandosi a San Francesco Saverio, a San Bovo, altro protettore contro le malattie degli animali. Camminare insieme; mangiare insieme, in tempi in cui era problematico e riduttivo coniugare questo verbo, affidato più a timori che a certezze.
Vediamo la gioiosa commistione dei due santi anche il 13 giugno a Medea, allorché si festeggia solennemente quello di zugno, come veniva definito quello di Padova, che poi era di Lisbona, e si chiamava Fernando.
Si vendono campanelle di terracotta, nell’ occasione: richiamano pari pari al Sant’Antonio di gennaio.
La campanella, con fuoco, porco, diavolo, le palme del deserto, simboli tutti suoi.
La campanella, di solito, pende dal bastone a forma di Tau che tiene in mano, o è appesa al collo del maiale, e sono, per dirle alla tedesca, Bettlerglocken, campanelle da mendicante, di questua; marchio dei suini che appartenevano agli Antoniti.
Questua non facile per il purzit di Sant’Antoni; in anni di crisi, qualche confratello del suino fu involato e, a inizi ’800, quando si cominciava appena a coltivare il pomo di terra, la patata, e si propagandava tra i contadini la cultura della rapa, l’animale suino di Visco, in crisi nera, con gramole troppo riposate da carenza di cibo, fu soccorso da un possidente per non lasciarlo defungere per inedia!
Quanto elementare l’Antonio Eremita, tanto era colto Antonio da Padova. A Medea, la chiesa che porta il suo nome (meta anche per l’Abate) era dedicata prima alla Esaltazione della Croce, ma almeno dal 1437 era già "sua": la troviamo nel 1437, quando Zuanna (Giovanna) del fu Marino di Medea lega ad essa tre campi, col patto che i camerari della chiesa facessero celebrare due messe a suffragio della sua anima, dando al celebrante 4 soldi.
Nel Cinquecento c’era una sua confraternita, non mancante di beni e di casa propria per sede.
Ma, se il titolare era lui, anche il suo omonimo più antico aveva il momento di gloria: lo si capisce dai conti. Nel 1583: "Si spende il giorno di Santo Antonio di Gennaro alli fratelli che lavorano et conzano le vide, alli reverendi Sacerdoti, Camerari, Banderari, Cantori et Monachi, con la ellemosimna delli Sacerdoti lire 100 [40 era la spesa per "Santo Antonio di Zugno"], et più si masena per far detto pasto  formento stara 5 [gli aridi si misuravano in capacità e non a peso; uno staio corrispondeva ad attuali 70-80 litri].
Giuseppe II abolì le confraternite e la chiesa sul colle fu salvata per un pelo dalla demolizione (subìta da altre due chiesa medeensi, di San Giovanni e Sant’Atanasio) con la pia leggenda che sarebbe stata essa la matrice delle altre chiese paesane (il primo titolo è, però, antico) e la veritiera descrizione del concorso di tanta gente per certe feste (il Santo, il lunedì di Pasqua…). Fatto sta che si salvò.
Il Santo "Antonio di Genaro", un tempo universalmente venerato e ubiquitariamente delegato a vegliare su stalle e animali è ancora vivo, anche se in altra maniera, con il mutare dei tempi.
Le stalle non ci sono più e le immagini sono quasi scomparse dalle case, mentre continuano la loro presenza nelle chiese, con opere d’arte che vanno dall’affresco, alla scultura in marmo, dalla pala d’altare alle innumerevoli statue di legno gardenesi. Così innumerevoli erano gli usi: per esempio, a Begliano, la prima domenica dopo il Santo, si benedivano il sale, bestiame e corone.
Nel 1898, nella Fiumicello dell’on. Adamo Zanetti, il 17 gennaio viene presentato il nuovo schema di statuto della Società di Assicurazione di mutuo soccorso per i bovini, posta sotto la protezione di San’Antonio Abate.
I Santi ci parlano ancora; e Questo della carità - totale e per tutti - che è la forma più completa di evangelico amore.

© Voce Isontina 2017 - Riproduzione riservata
L'Abate, o Sant'Antonio "di gennaro"
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.