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Il tesoro della liturgia aquileiese 500 anni dopo

Riflessioni a mezzo millennio dalla pubblicazione della penultima edizione del Missale Aquileyensis Ecclesie. L’esemplare ben conservato presso la Biblioteca del Seminario Teologico Centrale di Gorizia è testimone della fede e della prassi liturgica propria
delle terre del Patriarcato

Il tesoro della liturgia aquileiese 500 anni dopo

Il Missale Aquileyensis Ecclesie, ben conservato presso la Biblioteca del Seminario Teologico Centrale di Gorizia, che il 5 agosto compie 500 anni, appartiene all’epoca in cui ogni comunità cristiana (si intende sia diocesi sia monasteri) aveva i propri libri liturgici da usare nelle varie celebrazioni che si susseguivano durante l’anno. L’edizione, della quale si riproducono in questa pagine alcuni particolari significativi, è stata pubblicata a Venezia il 5 agosto 1517, ed è la cosiddetta Edizione del Liechtenstein.  Con la Riforma Tridentina e la pubblicazione del Missale Romanum del 1570, verrà intensificato nella Chiesa d’Occidente un processo di allineamento progressivo agli orientamenti Romani e perciò una riduzione delle particolarità delle varie Chiese locali. Il Missale, in questo frangente, ha una rilevanza non certo secondaria in quanto non è mai calato dall’alto e non esprime l’opera di un unico autore, ma è il prodotto concreto di una comunità cristiana, elaborato in un periodo della storia ben preciso, con gli influssi culturali del momento, degli eventi che coinvolgono quella determinata comunità e come quest’ultima affronta le varie situazioni. Il Messale del 1517 è il prodotto di una Chiesa, quella di Aquileia, che viene usato dalla comunità cristiana locale radunata nell’assemblea eucaristica nei vari giorni dell’anno liturgico, è una testimonianza della fede e della prassi liturgica che viene condivisa con tutte le Chiese cristiane. Il Messale del 1517 è una opera a stampa, con le pagine in carta e alcune in pergamena, quelle cioè dedicate al Canone Romano. L’invenzione della stampa permise il diffondersi di opere scritte che erano note a poche persone, questo valeva anche per i libri liturgici delle varie comunità. Per quanto concerne la Diocesi di Aquileia non passò molto prima di procedere alla stampa del proprio Messale, infatti la prima edizione risale al 23 dicembre 1494. Questo splendido incunabolo della stamperia di Erardo Ratdolt consta di 263 fogli cartacei, i testi sono disposti su due colonne di 41 righe, e attualmente se ne conoscono due esemplari, uno a Bressanone nella Biblioteca del Seminario Maggior e uno a Lubiana nella Biblioteca Nazionale Universitaria. Ci furono ancora quattro edizioni del Messale di Aquileia, tutte cinquecentine stampate a Venezia: la prima risale al 28 giugno 1508 pubblicata da Luca Antonio Giunta ed è composta da 235 fogli, la seconda è datata 5 agosto 1517, la terza, solo un mese più tardi, ed è del 15 settembre 1517, e l’ultima, due anni dopo, del 15 settembre 1519. Le due edizioni del 1517 sono uscite, la prima, per i tipi di Pietro Liechtenstein e, la seconda, edita da Giacomo Pencio, impreziosita da diverse e molto eleganti xilografie. L’ultima edizione del 1519 è arricchita da una quantità notevole di xilografie che raggiungono il numero di 555 minori e 12 maggiori. Il Messale del 5 agosto 1517, edizione Liechtenstein, è composto da 10 fogli senza numero e 196 numerari, per un totale di 206 fogli. La scrittura è gotica ed è distribuita su due colonne per pagina di 46 righe. Al foglio 196 si trova la marca dello stampatore, uno stemma in rosso e nero sovrastato da cimiero e astrolabio. Il testo è decorato con un buon numero di xilografie che precedono di consueto i relativi testi. Le decorazioni, oltre che ad abbellire l’opera, corrispondono tematicamente ai testi o ai giorni liturgici cui sono collegati. All’interno del Messale, nell’edizione 5 agosto 1517, trovano spazio anche delle celebrazioni particolari come un formulario di messa intitolato de sancto Rocho con parole che rimandano alle pestilenze e alle epidemie, infatti la devozione straordinaria e rapida a San Rocco interessò nella seconda metà del secolo XV l’intera Europa e l’Italia settentrionale in particolare. Il successo del suo culto è dovuto alla credenza nella sua efficace intercessione per la guarigione delle malattie contagiose e in particolare contro la peste. Lo stesso Missale contiene anche una missa de beato Iob contra morbum gallicum, una malattia chiamata nelle orazioni ulcus pessimus, e trattasi della sifilide, malattia che nel XVI secolo raggiunse livelli pari a una epidemia. A differenza della peste che era considerata morbo collettivo, la sifilide era ritenuta malattia individuale, contratta a causa di un peccato individuale, i sifilitici erano trattati come dei lebbrosi e venivano rifiutati dai nosocomi dell’epoca. Viste  le tre maggiori incursioni turche del Friuli, susseguitesi tra il 1463 e il 1499, con violenze, saccheggi e con il rapimento di oltre venticinquemila abitanti del territorio e in particolare della zona di Cormons, Medea e del Goriziano, trova spazio al foglio 188 una messa Contra turcos sive paganos. Si trova testimonianza delle devozione popolare, che stava accrescendo in modo considerevole nel XVI secolo, e della concomitante nascita delle Confraternite, è la Missa de quattuordecim sanctis auxiliatoribus contenuta del Missale verso la fine, al foglio 192. Per quanto concerne poi la situazione politico-militare, oltre alle tante scorribande turche, è da sottolineare la situazione instabile dell’Europa e lo scoppio della guerra tra Venezia e gli Imperiali [le ostilità si protrassero tra il 1509 e il 1516] che vide come campo di battaglia proprio il territorio aquileiese, anche per questa ragione al foglio 183 è presente la Missa pro pace, con testi che in quel momento storico assumevano una valenza ancora maggiore e avevano un significato pregnante. La Chiesa di Aquileia poi si vedeva costretta a fronteggiare due gruppi che turbavano l’unità e l’ortodossia del cattolicesimo, cioè gli ebrei e gli eretici, in questa temperie culturale è comprensibile l’orazione del Venerdì Santo Omnipotens sempiterne Deus qui etiam iudaicam perfidiam a tua misericordia non repelis... e una rubrica specifica di non inchinarsi a durante questa preghiera poiché i Giudei inginocchiandosi davanti a Cristo durante la Passione, fecero così per deriderlo.

Il proprio dell’Assunzione di Maria al Cielo

Come è noto il dogma dell’Assunzione di Maria al Cielo, ossia l’ultimo dei quattro dogmi mariani dichiarati dal magistero della Chiesa è il più recente ed è contenuto nella costituzione apostolica Munificentissimus Deus promulgata da Pio XII il 1 novembre 1950, quasi preannunciata dall’enciclica Deiparae Virginis Mariae di quattro anni precedente. Nella costituzione apostolica si fa riferimento al fatto per il quale già i primi cristiani ed i Padri della Chiesa, fedeli depositari della Rivelazione, "illuminati dalla divina grazia e spinti dall’amore verso colei che è Madre di Dio e Madre nostra dolcissima, hanno contemplato in luce sempre più chiara l’armonia meravigliosa dei privilegi che il provvidentissimo Iddio ha elargito all’alma Socia del nostro Redentore, e che hanno raggiunto un tale altissimo vertice, quale da nessun essere creato, eccettuata la natura umana di Cristo, è stato mai raggiunto." (cfr. Pio XII Cost. Ap.  Munificentissimus Deus).  La  fede nell’Assunzione di Maria è testimoniata dalla presenza, anche nei rituali più antichi, di formulari dedicati a questa celebrazione il 15 di agosto. Anche il Missale del 1517, a quasi  450 anni di distanza dalla proclamazione del dogma, contiene i testi propri della liturgia dell’Assunzione:  tuttavia una testimonianza liturgica aquileiese più antica consta della presenza dell’officiatura dell’Assunzione che si trova nell’antifonario aquileiese A, risalente al XIV secolo e sempre conservato nella Biblioteca del Seminario Teologico Centrale di Gorizia. Il Missale contiene tredici formulari dedicati alla Madonna da dirsi rispettivamente:  nella festa della Concezione della Beata Vergine Maria, nella festa della Purificazione di Maria, nell’Annunciazione della Beata Maria Vergine, nella vigilia della Visitazione della gloriosa Vergine, nel giorno della Visitazione di Maria, nella festa della gloriosa Vergine Maria della Neve, nella vigilia dell’Assunzione della Beata Maria Vergine, nel giorno santo (dell’Assunzione), nella Natività della Vergine Maria, nel sabato giorno della venerazione della Beata Maria Vergine, messa della Beata Vergine fra l’Avvento e la Nascita del Signore, fino alla Purificazione, fra Pasqua e Pentecoste. A queste messe con il formulario completo vanno aggiunte altre tre per le quali sono previste solo l’oratio (la colletta), la secreta (la preghiera sulle offerte) e la complenda (l’orazione dopo la comunione), ovvero le tre orationes presidenziali.
Questi  tre formulari sono dedicati alla Beata Vergine rispettivamente dopo la messa della I domenica di Avvento, dopo la III messa di Natale, per il sabato dopo la Pasqua.  Confrontando il proprium del Missale con il rito romano, in particolar modo con il Messale detto di San Pio V del 1570, promulgato con il Concilio di Trento e rimasto in uso come forma ordinaria del rito romano fino al 1970 si possono fare alcune osservazioni di ordine generale e particolare. La prima osservazione di ordine generale riguarda l’inno del gloria in excelsis deo.  Nel Missale infatti sono presenti due varianti dell’inno: quello con il testo comunemente usato tutt’oggi e il Gloria "de beata virgine", da usare appunto durante le celebrazioni eucaristiche dedicate alla Madonna. Il testo è uguale per due terzi, mentre poi sono inseriti alcuni versetti propri: (in neretto): (…)  Domine fili unigenite iesu christe. Spiritus alme orphanorum paraclite. Domine deus agnus dei filius patris. Primogenitus Marie virginis matris. Qui tollis peccata mundi miserere nobis. Qui tollis peccata mundi suscipe deprecationem nostram. Ad Marie gloriam. Qui sedes ad dexteram patris miserere nobis. Quoniam tu solus sanctus. Maria sanctificas. Tu solus dominus. Maria gubernans. Tu solus altissimus. Mariam coronam Iesu Christi. Cum sancto spiritu in gloria dei patris. Amen. Questo fenomeno detto "tropo" è un ampliamento di alcuni brani liturgici finalizzato a conferirne particolare solennità molto diffuso nel medioevo, non ci sono però elementi sufficienti che in questo caso si tratti di una particolarità solamente aquileiese. I tropi sono stati banditi dalla riforma liturgica di Pio V. La seconda considerazione, di ordine particolare riguarda il confronto con le parti del proprium del Messale Romano Tridentino. I due testi concordano per quanto riguarda oratio, graduale, epistola, vangelo,  postcommunio; differiscono invece nell’introito, nell’offertorio (durante il quale nel Missale era prevista l’antifona mariana Ave Maria mentre nel Tridentino l’Assumpta est), nell’orazione sulle offerte e nel canto di comunione. Ciò significa che -fermo restando la diversità del rito patriarchino e di quello romano - molti erano già i testi in comune, che sono poi stati conservati con la riforma tridentina. La terza considerazione riguarda la presenza della sequenza  "congaudent angelorum chori gloriose virgini", posta dopo il graduale, che non è presente nel messale tridentino.  Il brano in oggetto è una delle 73 sequenza presente nel Missale (14 delle quali dedicate alla Madonna) che andavano ad arricchire le celebrazioni più importanti e venivano cantate dopo il graduale. Con la riforma liturgica tridentina sopravvissero solo cinque sequenze. Il grande numero di sequenze mariane presenti nella liturgia aquileiese potrebbe  essere di derivazione orientale-alessandrina, matrice di una mariologia particolare e profonda presente sia nella speculazione teologica che nella liturgia.
Una ulteriore testimonianza di fede storia e devozione mariana inserita nella grande tradizione Aquileiese che oggi a noi eredi e depositari di questa grande ricchezza ancora ci fa dire ancora, con le parole di San Cromazio "È evidente che non vi può essere Chiesa laddove non ci sia la Madre del Signore con i fratelli di lui. La Chiesa di Cristo è là dove si annuncia che il Cristo si è incarnato dalla Vergine" (Cromazio di Aquileia, Sermo 30).

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