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Il soldato canterino

La parabola di vita di Giovanni Zoff (1890-1918), testimonianza unica per il canto dei soldati

Parole chiave: Giovanni Zoff (1), canto (13), disegno (3)
Il soldato canterino

La parabola di vita di Giovanni Zoff è stata breve, 28 anni appena.
Di lui, ci restano alcune cartoline e tre quaderni cartonati a righe. Da essi, si capisce che aveva le sue passioni: canto, disegno e l’amore per la vita e la donna.
Possiamo affermare senza fallo che amasse l’amicizia: in una pagina di quaderno fa firmare uno spolverio di amici e, quando parla di sé coscritto, parla dei suoi compagni con evidente affetto.
Un altro aspetto del suo carattere abbiamo, di sicuro, proprio grazie alla sua raccolta poderosa di canti: era aperto agli altri. Canti in friulano triestino, napoletano, romanesco, italiano, qualcosa in tedesco, riferimento a canti spagnoli. Per il triestino, soprattutto, deve aver avuto simpatia, come del resto la nostra gente della Contea aveva; era anche informato e annota i canti che erano particolarmente riusciti nei concorsi.
Apertura totale, senza ideologie: riporta perfino una canzone che palpita per il Tricolore a Tripoli, evidentemente nata nella guerra Italo-Turca del 1911, e il "Va pensiero".
In italiano sono una sessantina, due in friulano (una, Il cjant dal Friûl, parole di Vencul, musica di Cesare Augusto Seghizzi, composta nel 1910, fra l’altro censurata dalla polizia austriaca, perché parlava di un Friuli dal Timâf a le Livenze).
Canzoni triestine 17, romanesca 1, e una in napoletano (O marenariello) anche tradotta in italiano.
Parte militare nel 1912, col mitico Reggimento 97°, il küstenlandisch-krainisches-Infanterie-Regiment General George von Waldstätten, che aveva uno dei suoi battaglioni a Bjelovar.
Verseggiava anche in friulano il nostro Giovanni Guglielmo: alla buona, senza pretese, a volte con le parole prese per il collo e costrette a rimare.
Comincia raccontando che alla leva sono andati nel 1911, e poi:
"Une grande conpanie/che chist an, sin presentas;/ che di me che ierin altris/ nis an fat duc vinc soldaz/ Ierin clape misturale/mistirans e contadins/co soldaz han orut fani/ no sin i ultins e nance i prinz.
Intanto adopera un punto e virgola, poi anche l’esclamavo; non è poco! E poi è fatalista: Il soldat  za di antic iere/ E sarà pel avignì/nus an fat? Non avilisi/ e neppur nance vaì.../ E sintint che i bruse ai zovins/doi tre ains per mont a la…
Ma più di tutto dispiace abbandonare la morosa, il bel paese, la morosa, il padre e la madre, e le belle ragazze che, con un tocco di naturalismo paesano, descrive "del color di lat e vin".
In lui, c’è sentimento ondivago: rassegnazione, realismo e ribellione dell’animo.

Le abastanze pene amare
Sot dei altris dovè sta!      
Ma son stas prime di noaltris
E par chist non mai tramà…

Loro non tremano neanche davanti al fuoco, e poi

In chist cas no sove nuie
nancia oponisi no val
In comples le mior soldaz
come muars  o in (Ospedal).

Non era peggio una volta, soldati senza tempo, mentre

Ma cumo son bagatellis
chel poc timp che la si fas
Ve coragio mai avvilisi
E provà di vivi in pas.

Questo lo scrive il 25 febbraio 1913, ed era già a Belovar, in Croazia, da quasi un anno, su un quaderno intitolato "Libro di canzoni e ricordi militari". Annota sempre data e luogo della trascrizione.
Quasi tutte hanno per luogo Bjelovar, una a Sveti Ivan Žabno e un paio a Banjaluka in Bosnia.
Sono canzoni d’autore e allora lui ci mette di chi è la musica e di chi le parole, e poi tante popolari, alcune metricamente dei "rispetti".
Ogni tanto, dipinge, pare con acquarello, usato come tempera, o a pastello: paesaggi vicini, come Trieste, Romans Gradisca, o lontani come Bjelovar e tante donne…come poteva.
L’argomento che prevale è quello amoroso, che qualche volta scivola nell’ammiccante, nel più esplicito e - qualche volta - perfino nel lubrico.
Quella più popolare è "maledetta sia la svelia" (i Friulani sentono poco la gl)
Interessante come descrive la partenza, il 5 marzo 1912, per il servizio militare (evidentemente verrà trattenuto fino al 1914, a capire dalle datazioni).
La descrizione ha toni di solennità "… la grande piazza era affollata di cittadini Triestini Il quale ammiravano il loro partito Militare che onoratamente davano il loro saluto… Suonavano l’inno Imperiale quando usiva la bandiera fuora del portone della caserma…".
Saluto delle autorità militari, poi verso la stazione meridionale "…La folla numerosa ci accompagnavano fino alla stazione con saluti onorevoli…poi prima di entrare alla stazione passiamo con un saluto al Conte e ad generale e a tutti i Generali e ufficiali che restavano a Trieste…". Saluti dei parenti sui binari che commuovono i cuori "…dei patrioti nostri che dobbiamo… partire per tere straniere della Croazia. I gridi di evviva penetrano nei cuori fedeli come spunti dolorosi e addio di tutte le parti…".
Decisamente più triste, ma profondamente realistica, la sua descrizione, in versi friulani, della partenza da Romans:

La me partenze di Romans
I
O! Romans me ciar
Io devi abbandonati
Par cause militar
Rapit di te io soi
Il treno le pront che mi spiete
O! devi abandona speranzis
Amor Genitors e parintat
Dulla che zovin mi ha fat
Sventure che ben grande
Par me che provi chiste
II
O soi tradit di viste
In une nazion straniere
Mi tociarà stesere
In mut di non savè
Devi sospirà la patria
Di me lontane
III
Al Regiment 97
Soi al destin
Triest bramat
Di passami la vite del soldat
Ma dopo i 2 mes
un trist augur
Nus le vignut
che il nestri Regiment
a Belovar ven trasferit
IV
O! purs noaltris
Nun scomensin a ramenà
In Croazia nus tocia la
In tal pantan e in ta miseria
Ahime! vite amare
Di podele raconta
V
Vi la spieghi alle preste
Qui i versi si interrompono, ma sono bastevolmente rappresentativi di uno stato d’animo doloroso.
Non sappiamo più nulla di lui.
I parenti dicono sia morto a Bjelovar nel 1918, ma non si sa come né perché.
Restano le sue canzoni, i sui disegni ingenui, e la sua voglia di vivere travolta dalla scelte sciagurate dei "Grandi".

© Voce Isontina 2018 - Riproduzione riservata
Il soldato canterino
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