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Con Maria Teresa d’Austria, da Aquileia a Gorizia (2^ parte)

Inaugurata presso la biblioteca del Seminario Teologico Centrale a Gorizia la mostra dedicata all’opera dell’imperatrice in occasione dei trecento anni dalla nascita

Parole chiave: Maria Teresa (3)
Con Maria Teresa d’Austria, da Aquileia a Gorizia (2^ parte)

Maria Teresa volle fare anche numerosi doni personali allo stimato Attems: l’anello episcopale in oro, argento, diciannove diamanti e un’ametista e la croce pettorale in oro, argento, duecento diamanti e nove ametiste, entrambi di manifattura austriaca: essi, oltre al segno evidente del munus episcopale rappresentano da sempre il visibile e forte legame fra Gorizia e Vienna e sono stati indossati da tutti gli arcivescovi.
Di questo periodo è visibile nell’esposizione allestita presso la Biblioteca del Seminario teologico l’originale del sonetto anonimo dedicato "ad immortal memoria del preziosissimo dono di paramenti sacerdotali fatto da sua maestà l’augustissima imperatrice e regina Maria Teresa a sua altezza r.ma. monsignor principe e arcivescovo di Gorizia Carlo Michele dei conti d’Attems".
È inoltre visibile il diploma in originale del 14 ottobre 1752 con il quale la sovrana autorizza l’Attems ed i suoi successori a fregiarsi dello stemma arcivescovile (che diverrà stemma dell’Arcidiocesi) che viene riportato in una preziosa riproduzione alla fine del diploma.
Lo stemma viene così minuziosamente descritto: "uno scudo eretto, perpendicolarmente bipartito, con nell’aurea testata un’aquila nera coronata con la lingua rossa sporgente, recante sul petto lo stemma dell’Arciducato austriaco rosso con una fascia bianca o argentea, colle ali distese, sulle quali spicchino le iniziali del suo Augusto Nome, cioè M.T.
Nel campo nero a destra la croce argentea patriarcale, nell’area cerulea superiore del campo sinistro diviso obliquamente in due parti il Leone dorato rampante colla coda contorta, le fauci spalancate e la lingua rossa sporgente, e nella parte inferiore argentea due fasce purpuree diagonali, le quali esprimono il simbolo della nuova Arcidiocesi di Gorizia composta colla reliquia del Patriarcato Aquileiese.
Allo scudo sia sovrapposta la croce argentea arcivescovile con d’ambedue le parti pendenti i cordoni terminanti in quattro fiocchi fimbrati".
Allo stemma successivamente la croce semplice venne sostituita con la croce doppia dei metropoliti e agli angoli furono aggiunti mitria e pastorale.
Dal 1766 inoltre Maria Teresa tramite il figlio Giuseppe II conferì all’Attems e ai suoi successori il titolo di Principe del Sacro Romano Impero, riconfermato nel 1832 dopo la restaurazione della Diocesi.

Quella visita mancata
Ma Maria Teresa venne mai a Gorizia? Molti furono i sovrani della casa d’Austria che visitarono la contea: Leopoldo I nel 1660, Carlo VI nel 1728, Giuseppe II nel 1769 e nel 1775 (durante il regno dell’Augusta madre), Francesco I nel 1816, 1825 e 1832, Ferdinando nel 1844 e Francesco Giuseppe numerose volte, nel 1850, 1857, 1875, 1882,1900.
Durante il governo dell’Imperatrice fu programmata una visita alla città di Gorizia nel 1773 che purtroppo non ebbe luogo a causa di un indisposizione della stessa.
Lo narra il cronista de L’Eco del Litorale: "Nell’autunno dell’anno 1773 si ebbe sentore in Gorizia essere stata fissata la primavera susseguente per un convegno nella nostra città fra l’Imperatrice e la famiglia Arciducale della Toscana. Tutto il paese si pose in moto per l’alloggio delle due Corti. Il governo occupossi a far riparare il selciato, demolir case meno decenti, levare molti angoli che rendevano angusto il passo delle contrade e deturpavano la città, e a dare quei provvedimenti che rendonsi necessarj per l’affluenza di tanti forestieri.
Già era comparso parte del personale di Corte per scegliere e distribuire gli appartamenti; già era giunto l’equipaggio della famiglia Granducale di Toscana, quando un’indisposizione sopraggiunta a Maria Teresa fece sospendere ogni preparativo, con gran dispiacere di tutta la popolazione. Scrive il nostro storico Morelli relativamente a questo avvenimento: "tutto si ammutolì in guisa, come se dal più chiaro giorno passati fossimo in un istante alla più buja notte.
Tale era il disgusto e tale la tristezza, che si diffuse con rapidità sopra tutte le classe di persone" (Dei sovrani di Casa d’Austria che visitarono la Contea di Gorizia e Gradisca, da  L’Eco del Litorale 4 aprile 1875)

La fine di un’epoca
Terzo ed ultimo quadrante di questo lungo ed entusiasmante itinerario che si conclude però tragicamente è un viaggio fra le rovine goriziane dell’8 agosto 1916.
L’esposizione in Biblioteca offerte ai visitatori circa 20 immagini molto significative di una Gorizia ante e post conflitto con fotografie provenienti dalla Biblioteca Statale Isontina, da quella dello stesso Seminario Teologico e da molte collezioni private. Il visitatore così potrà idealmente passeggiare accanto alla Cattedrale, al Traunik, al monastero e alla chiesa delle Orsoline, alla chiesa di San Rocco, al ponte della ferrovia e nell’abitato di Lucinico dopo i bombardamenti che lacerarono Gorizia durante il primo conflitto mondiale, nello specifico dopo la presa della città avvenuta nel mese di agosto 1916.
Ad aiutarci a ricordare quei giorni terribili, con enfasi e passione è la cronista del monastero delle Orsoline, suor Matilde Grcar che alla data del 9 agosto scrive: "(...) Alle 8ant. una signorina mi recò la nuova, che nella notte alle 11 gl’italiani avevano preso possesso della città. Già ieri alle 3 pom. le prime compagnie erano in città ed ebbero luogo scaramucce fra Austriaci e Italiani. Gli abitanti rimasti non volevano credere che gli Austriaci avessero ceduto la città senza darcene avviso alcuno (...) I viali erano impraticabili, uva ed altre frutte immature giacevano peste nella polvere. Era uno spettacolo desolante. (...) Un aeroplano italiano moltiplicava fiero e sicuro maestosi giri sopra il mio capo. Lo compresi, una lagrima rigò la mia guancia, repressi le altre...Il mio dolore giunge al cielo...Dominus est! Alle 11 ant. venne a me un cappellano militare don Pio Bellini. (...). Accompagnava il R.P. Gabrielli S.J., che con un fratello laico di 85 anni era rimasto nel convento dei Padri Gesuiti. Mi chiese vino e particole per la s.ta messa, io fui felice di potergliene dare". (Vanni Feresin, Diario 1916-1918 dalla cronache della Orsoline in Petali di Gorizia 2).
E così riprese la vita all’alba di un nuovo giorno, con il ricordo nel cuore della Gorizia Asburgica che fu’ ma non c’è più.

(2. Fine)

© Voce Isontina 2017 - Riproduzione riservata
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