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Tutti i Santi, i "santi" di tutti

Il profilo “interreligioso” della santità: non quella "ufficiale", bensì quella "umana", che porta a riconoscere in alcuni uomini delle virtù particolari

Parole chiave: tutti i santi (2), santità (2)
Tutti i Santi, i "santi" di tutti

Forse questo titolo potrebbe sembrare strano…  La recente celebrazione della solennità di Tutti i Santi ci ha invitato ad alzare gli occhi verso il Cielo per lasciarci illuminare dall’esempio e dall’intercessione dei santi. La "santità" come vita esemplare e vicinanza all’Assoluto non è però una caratteristica cristiana, anzi a ben vedere anche le altre tradizioni religiose riconoscono alcuni "santi". Ecco allora i "santi" di tutti…
Come cristiani ancora pellegrini sulla terra, siamo stati invitati a contemplare questi "cristiani realizzati"; coloro che godono della visione beatifica del Padre e possono intercedere e pregare per noi. Evidentemente comprendiamo che i santi sono un numero ampiamente maggiore rispetto a coloro che ufficialmente vengono riconosciuti come tali dalla Chiesa, che cioè sono "canonizzati". Se ne distinguono alcuni che, nella fede, sono stati posti da Dio in particolare evidenza come, ad esempio, Il santo viene quindi proposto come modello a tutti i fedeli ed agli uomini di buona volontà non tanto per quanto ha fatto o detto, ma poiché si è messo in ascolto ed a disposizione di Dio accettando, nella fede, che fosse Lui a dirigere attraverso l’opera dello Spirito Santo la sua vita. Attraverso il culto reso al Santo è a Cristo che ci rivolgiamo; così dice il Catechismo della Chiesa cattolica: "A causa infatti della loro più intima unione con Cristo, i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità [...]. Non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini. [...] La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine" (CCC 956).
Il santo è allora l’uomo pienamente realizzato, colui che ha risposto integralmente alla propria vocazione in obbedienza al disegno di Dio.
La santità però ha anche un profilo per così dire interreligioso. Non parliamo quindi della santità "ufficiale", bensì di quella santità "umana", che porta a riconoscere in alcuni uomini o donne delle virtù particolari, dei carismi speciali, dei doni particolari e che esprimono con la loro vita una particolare vicinanza a Dio.

Nell’Islam
Nella teologia islamica classica non ci sono intermediari tra Dio e l’uomo, né esiste un concetto come la "intercessione" in senso cristiano. Questo però non ha impedito ai musulmani di ritenere che alcune persone abbiano un potere di intercessione e di rivolgersi a loro con preghiere in caso di bisogno spirituale o materiale. Sono i santi, anche se l’Islam ufficiale non li ha mai riconosciuti.
La parola walî (pl. awliyâ’) deriva dalla radice w-l-y che significa "essere amico, essere vicino, proteggere". Il walî è quindi una persona vicina a Dio. Nel Corano è Dio walî degli uomini; nelle raccolte dei detti del Profeta la parola non ha ancora assunto il significato di persona eccezionale, benedetta da Dio, ma già dal secondo secolo della storia islamica quest’idea sembra accettata.
Non esiste né è mai esistito un organismo che stabilisca in modo ufficiale chi è walî. Un santo è tale per volontà popolare, talvolta la popolarità si estende a tutti i territori musulmani, altre volte ha una valenza regionale.
Anche se la šarî’a lo considera un atto riprovevole, in tutto il mondo musulmano sul luogo di sepoltura degli awliyâ’ si sono costruiti mausolei, presso i quali la gente compie pellegrinaggi. Si tratta in particolare dei fondatori delle confraternite sufi.
Presso il luogo di sepoltura di un walî permane la baraka che egli possedeva in vita, la baraka è una forza benefica che Dio fa agli uomini che dona benessere spirituale.
Il teologo al-Hakîm al-Tirmidhî (m. tra 908-912) nel suo testo fondamentale Sîrat al-awliyâ’ (Vita dei santi) divide in due classi gli amici di Dio: walî haqq Allâh e walî Allâh, i primi si avvicinano a Dio attraverso l’osservazione delle obbligazione legali di origine divina (haqq), mentre i secondi vi giungono per mezzo della grazia divina.
Per i tradizionalisti hanbaliti, queste pratiche sono un abominio, prossime all’idolatria, e spesso la storia ha visto delle ondate di distruzione delle tombe dei santi, o di altri luoghi legati alle figure dei santi.
Anche nella concezione musulmana i santi compiono miracoli e segni prodigiosi: bilocazione, visioni, lettura del pensiero, guarigioni.

Nell’Induismo e nel Buddhismo
Anche il mondo orientale conosce la devozione per la "santità". Nel mondo indù, ritroviamo le caratteristiche di santità nei rsi o veggenti e nei muni o profeti. All’interno del politeismo induista bisogna sottolineare come i confini tra uomo e divinità siano spesso mutevoli, infatti non è raro che un dio si incarni assumendo forma antropomorfa e viceversa gli uomini con una forte spiritualità sono visti come manifestazione della divinità. Un rilievo importante ebbe la figura del guru all’interno del movimento bhakti ("devozione"), particolarmente centrato sul culto di Visnu e Shiva. Il guru è considerato un’incarnazione divina e viene venerato con incenso ed offerte. Nel Buddhismo, in particolare nella tradizione theravada, si venera l’arahant, ovvero colui che rappresenta l’apice della perfezione umana, colui che ha raggiunto lo stadio finale della liberazione dal ciclo della sofferenza e della rinascita. Ogni persona può e deve imitare l’arahant, le cui reliquie sono contenute nelle pagode e ricevono spesso offerte di purificazione e preghiere.

Nell’Ebraismo
Nell’ebraismo il termine sacro/santo, qdsh, esprime un attributo essenziale di JHWH, la sua inaccessibilità, il suo essere separato da questo mondo, la sua trascendenza che ispira timore religioso e questa santità passa a ciò che si avvicina a Dio o gli viene consacrato. Personaggi biblici come Abramo o Mosè, rabbini particolarmente saggi e martiri erano considerati sacri soprattutto dalla gente che riteneva il loro sacrificio riparatore dei peccati della comunità. L’Ebraismo rabbinico invece onora al massimo grado lo studioso che santifica sé stesso e fa crescere la comunità grazie all’apprendimento della Legge, alla giustizia e alla devozione. Il rabbino non ammetteva la venerazione degli uomini, vivi o morti, ma il popolo sentiva spesso diversamente e si è comportato di conseguenza. Gli eroi biblici avevano il loro stato di santità perché eletti direttamente da Dio, scelti come messaggeri della sua volontà e da lui dotati di poteri taumaturgici, segno dell’investitura divina. Inoltre si può parlare di una santità universale di Israele, a causa della sua elezione e dell’appartenenza di questo popolo a Dio e quindi la sua separazione/distinzione dagli altri popoli.
Da questa breve disamina interreligiosa mi sembra di rilevare il carattere antropologico della "santità". Tutte le tradizioni religiose e le culture riconoscono, anche se in modi diversi, che alcuni uomini o donne hanno avuto un rapporto particolare con la divinità. Un carattere proprio non solo del santo cristiano, ma del santo in genere, è quello di essere di Dio, di essere consacrato al suo servizio. È come se nella figura del santo si legassero il cielo e la terra, come se egli fosse il nesso, il punto di unione più vero e significativo del mondo umano con quello divino.
In un mondo travagliato da tanti problemi, dalla violenza, dall’odio, dal materialismo, questi uomini e donne "santi" ci ricordano che la nostra comune meta finale è il Cielo, che possiamo farci istruire dal loro esempio e che possiamo contare sul loro aiuto. Allora non mi pare davvero poco…
don Giulio Boldrin

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