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Gesù trasforma il male della croce in amore gratuito ed ingiustificato

Il messaggio di Speranza che il grande Mistero pasquale trasmette ad ogni credente nel colloquio col vescovo Carlo

Parole chiave: mons. Redaelli (14), Pasqua (23)
Gesù trasforma il male della croce in amore gratuito ed ingiustificato

“Il mistero della Pasqua è Gesù che si infila nel male e capovolge lo specchio: partendo dal male della croce (che è ingiustificato – si uccide il figlio di Dio – e gratuito – ci si è accaniti su Gesù) lo trasforma in qualcosa che è amore ed è assolutamente gratuito ed ingiustificato”. All’inizio della Settimana Santa, incontriamo l’arcivescovo Carlo per riflettere sul messaggio di Speranza che il grande Mistero Pasquale trasmette ad ogni credente e per fare il punto sul cammino che la nostra Chiesa diocesana sta vivendo in quest’Anno pastorale.

Lei ha dedicato la Lettera Pastorale di quest’anno al “Cristiano della domenica”. Quali sono le risposte che sta ricevendo?

La mia impressione è che molti – e non solo nella nostra diocesi – abbiano letto la Lettera mossi forse anche dalla curiosità per il tema proposto. Quello che non è facile comprendere – ma spero che ciò sia avvenuto! – è se la “Lettera al cristiano della domenica” abbia fatto nascere più “Cristiani dei giorni feriali”: persone, cioè, capaci di intuire che essere cristiani non è ricoprire chissà quali incarichi all’interno della Chiesa (ed a chi lo fa – e presta con generosità il proprio impegno -rinnovo anche in questa occasione il “grazie” più profondo) ma vivere lo stile del Vangelo nella vita di ogni giorno.

L’attenzione pastorale della Chiesa diocesana si sta rivolgendo in modo particolare alle famiglie. La stessa proposta della catechesi per la fascia dei bambini fra i 6/8 anni vede come interlocutori privilegiati proprio i genitori. Come sta procedendo questo cammino?

Il numero delle esperienze è numericamente ancora limitato ma nelle comunità che l’hanno accolta questa proposta sta dando bei risultati. Quella fra i 6 e gli 8 anni è un’età molto favorevole: i bambini sono estremamente curiosi, disponibili, attenti e dentro di loro comincia già a maturare un senso religioso e questo può risultare molto stimolante per i genitori. Si tratta davvero di un percorso molto importante! Mi piacerebbe – come già evidenziavo nella “Lettera al cristiano della Domenica” –  che l’essere cristiano in riferimento al Signore non debba essere esibito o sottolineato in maniera strana ma sia comunque una presenza anche nelle famiglie: in questo modo i ragazzi che vengono al catechismo sanno che c’è il Signore e che questa presenza è comunque un riferimento per loro.

Lei è solito incontrare i cresimandi nei giorni che precedono la celebrazione del Sacramento della Confermazione.  Come si rapporta al sacro questa generazione di adolescenti?

Sono solito incontrare i cresimandi insieme ai loro genitori. Ho l’impressione che i ragazzi di quell’età non ti diano soddisfazione dicendoti apertamente che hanno capito quello che tu gli hai detto o stai cercando di comunicargli. Sembrano, magari, anche distratti ma in realtà pensano: lo noto più che dal dialogo da quello che mi scrivono. Manifestano una grande consapevolezza di quello che vogliono fare nella vita, condividono con me anche qualche sofferenza, qualche divisione o qualche lutto che hanno a volte in famiglia. Si fanno delle domande significative sulla vita: sembrano superficiali ma sanno “imbrogliare” bene!

Ed i genitori di questi ragazzi come vivono tutto questo?

Proprio l’altro giorno una signora mi diceva che lei ed il marito, grazie alla figlia di terza media, hanno ripreso il proprio cammino di fede: “ci ha un po’ costretto a condividerlo, ad interrogarci anche noi su cosa il Signore c’entri con la nostra vita”. Io ricordo spesso ai genitori, negli incontri o nella celebrazione, che anche loro hanno ricevuto lo Spirito Santo.  E lo Spirito Santo non è rimasto con loro solo il giorno della Cresima ma ha continuato e continua ad aiutarli. Mi ha colpito una giovane mamma che ricordava come per tutti, a prescindere dalla fede o meno, ci sia bisogno di momenti di interiorità, di silenzio per potersi confrontare in qualche maniera con se stessi: ricordavo a mia volta che se uno si confronta con la profondità di se stesso lì trova lo Spirito Santo.

Un altro dei punti su cui si sta lavorando a livello pastorale in diocesi è la valorizzazione del battesimo degli adulti…

Il battesimo degli adulti è una riscoperta che siamo chiamati a fare. La nostra diocesi ha la grande fortuna di poter avere presenti nel proprio territorio battisteri molto antichi (penso, per esempio, a quelli di Aquileia e Grado solo per citarne alcuni): essi ci ricordano come il battesimo – che veniva celebrato una volta sola all’anno – fosse importante da dedicargli un edificio così imponente. Il battesimo non è semplicemente l’essere perdonati o salvati dal peccato originale ma è entrare in comunione con il Signore nella Chiesa: quindi rappresenta l’inizio decisivo di un cammino che deve condurre alla pienezza della vita con Dio. Il fatto che sino poco tempo fa tutti i bambini venissero battezzati ci ha forse fatto un po’ perdere di vista questa consapevolezza. Adesso i battesimi di adulti non solo stranieri ma anche italiani possono aiutare chi è stato battezzato da bambino a riscoprire quanto sia decisivo nella sua vita questo passaggio che l’ha reso figlio di Dio.

In questi giorni si susseguono le Visite pasquali del vescovo nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro nella nostra diocesi. Come viene accolto? È ancora possibile annunciare il Risorto in questi luoghi?

Il vescovo viene accolto molto bene. In molte ditte in cui è ormai mi reco da tempo, sembra di riallacciare il discorso interrotto l’anno precedente: mi aggiornano, magari, sulle nuove produzioni o sulle nuove commesse, sull’assunzione di nuovo personale o sul rientro di chi era in cassa integrazione… Si instaura un rapporto di conoscenza. È poi interessante vedere come alcune realtà riescano ad organizzare una celebrazione dell’Eucarestia accompagnata dal coro interno e quindi con gente che viene “riconosciuta” come cristiana: queste persone si presentano come colleghi che cantano i canti di chiesa, che sanno leggere le letture, che conoscono la Parola di Dio… Certamente, poi, bisognerebbe essere presenti in quei luoghi nei giorni feriali per capire quanto questa riconoscibilità divenga stile di responsabilità e quasi un “di più di attenzione” alla persona al di là che si tratti del collega, del dipendente, del superiore, del cliente…

Lei quest’anno vivrà le celebrazioni della Settimana Santa a S. Ignazio ed in Duomo…

È un segno importante di comunione fra due realtà presenti nel centro di Gorizia che vivendo insieme questi momenti non rinunciano alla propria identità e dovrebbero sentirsi quasi “valorizzate” dalla presenza del vescovo: io le sento mie comunità in modo un po’ speciale (e senza far ingelosire le altre!) proprio perché hanno il loro riferimento nel Duomo e nella chiesa che si trova sulla piazza più importante della città di Gorizia. La loro testimonianza assume quindi un valore anche all’”esterno”: il vedere che esse vivono la Settimana Santa insieme, non sdoppiandosi ne unificandosi semplicemente, diviene anche un segno importante di accoglienza reciproca che qualifica la nostra città.

Proviamo a percorrere insieme ai nostri lettori i giorni della Settimana Santa. Partiamo dalla Missa Crismatis della mattina del Giovedì Santo: cosa dirà quest’anno al Suo presbiterio?

Ci sto pensando proprio in questi giorni. Non mi dispiacerebbe anche per i sacerdoti entrare sul tema della vita quotidiana: anche il sacerdote ha bisogno di trovare nella domenica – anche se celebra tutti i giorni – la fonte per essere “il sacerdote dei giorni feriali”. Certamente ogni giorno viene preso dalle mille cose occupazioni e preoccupazioni quotidiane ma può farlo solo vivendo insieme una condivisione molto profonda col Signore e quindi in questo senso una condivisione profonda con la propria comunità.

La Messa in Coena domini della sera del Giovedì Santo: la paura del diverso blocca il chinarci a lavare i piedi del nostro prossimo?

Che il diverso faccia “problemi” è normale: ciascuno di noi fa fatica sin da bambino quando vede un estraneo ad accettarlo immediatamente. Si supera la difficoltà quanto l’estraneo diventa una persona conosciuta. È facile affibbiare un’etichetta negativa: “gli immigrati, i rom, gli italiani, gli sloveni, i friulani sono così… tranne quella persona che conosco che è diversa!”. Ma non è vero che è diversa, è solo che io la conosco ed è diventata quindi per me un volto noto, amico e non più un’etichetta astratta. Un modo per conoscere può essere proprio quello della lavanda dei piedi dove il Signore non guarda dall’alto in basso ma guarda dal basso verso l’alto: posa il Suo sguardo sulle persone partendo dalla loro fragilità, dalla loro umanità più concreta rappresentata dai piedi.

Il Venerdì Santo: la crisi economica ha costretto molti singoli e molte famiglie ad intraprendere delle vere e proprie Vie Crucis per cercare di vivere in maniera dignitosa o almeno di sopravvivere. La Caritas diocesana attraverso l’Emporio o i Fondi di solidarietà cerca di essere vicina a queste situazioni di disagio: le nostre comunità riescono a fare altrettanto  vivendo in prima persona questa prossimità o preferiscono delegarla ad altri?

Qualche volta ci può essere il rischio di una delega alla Caritas diocesana, decanale o parrocchiale anche perché questa è obiettivamente più organizzata. Invece può essere importante comunque un coinvolgimento delle comunità parrocchiali anche magari semplicemente per organizzare una raccolta di alimenti da destinare all’Emporio. Ricordavo nell’omelia in cattedrale durante la festa dei santi Ilario e Taziano patroni della città di Gorizia che non bisogna avere nessuna etichetta per fare del bene: non è necessario appartenere ad associazioni di volontariato o alla Caritas per accorgersi della signora anziana nostra vicina di casa che non sta bene e che magari ha bisogno di qualcuno che le faccia la spesa o della mamma straniera che deve portare il bambino dal pediatra ma non sa bene come fare…  Dovremo essere capaci di vivere tutti noi l’ordinarietà quotidiana dell’attenzione all’altro.

Lei accennava poco fa alla Sua omelia per i Patroni di Gorizia. Alla città proponeva tre elementi: fiducia, ottimismo e attenzione gratuita. Sembra una ricetta facile ma alla prova dei fatti non è così semplice attuarla…

Perché stiamo vivendo un momento in cui c’è un’accentuazione di individualismo, di paura, di chiusura: anche i mezzi di comunicazione sociale spesso non ci aiutano fomentando un clima di insicurezza e di diffidenza. Tutto questo toglie un po’ di voglia di agire e riduce la fiducia negli altri, facendo venir meno qualche gesto di gratuità. Però dinanzi a tutto ciò è necessario reagire anche se non sempre risulta così semplice: ci sono momenti della storia più positivi a differenza di quello attuale dove assistiamo ad una crisi economica, che nasce dalla sfiducia e la genera. Non è vero che in Italia non c’è più ricchezza: c’è tanto risparmio, anche in diverse delle nostre famiglie, che non si sa come utilizzare e che rimane nascosto perché non ci si fida magari più delle banche ma nemmeno del prossimo e del futuro.

Venerdì Santo Lei celebrerà nel pomeriggio la Via Crucis con i detenuti, il personale, i volontari della Casa circondariale di Gorizia. Cosa insegna a Lei, vescovo, un ambiente come quello carcerario?

Mi fa pensare, come giustamente ricorda spesso anche papa Francesco, che potrei essere anche io al loro posto: senza voler giustificare nessuno, ma cosa sappiamo noi delle vicende e del cammino di ciascuno, delle possibilità che ha avuto o non avuto, dei percorsi che sta facendo? Comunque non è una situazione facile per chi è costretto a vivere in carcere ma anche per chi ci lavora. A me non dispiace che il carcere sia al centro della città: già quando ero Vicario generale a Milano, si discuteva sull’opportunità di chiudere San Vittore che ricordo si trova in pieno centro cittadino, attaccato alla basilica di S. Ambrogio. Una simile presenza all’interno della città ci dice che accanto a sempre possibili percorsi non giusti o non corretti ce ne possono essere altri con una giustizia non cancellativa o punitiva ma riparativa che sia in grado di offrire opportunità di ricostruzione. E tutti noi abbiamo bisogno di riparare in qualche modo: nessuno di noi è santo ma tutti siamo bisognosi di misericordia.

La Via crucis del Venerdì sera a Gorizia nasce, tradizionalmente, dal mondo giovanile. Ci stiamo avvicinando al Sinodo che sarà dedicato proprio ai giovani. Le chiedo: quale “buona notizia” possono raccontare i giovani alle nostre comunità cristiane?

Penso che le nostra comunità possano imparare dai giovani innanzitutto una maggiore scioltezza per entrare più facilmente in relazione con l’altro, non lasciandosi bloccare da etichette o da appelli alla tradizione ma divenendo veramente cittadini del mondo.  Un secondo elemento è quello della speranza nel futuro: una speranza che dovrebbe essere tipica dei giovani ma non mancare nemmeno negli anziani!

Quale messaggio cercherà di trasmettere alla Chiesa che Le è stata affidata in questa Sua quinta Pasqua goriziana?

Su due cose ho riflettuto in questi giorni in modo particolare. Innanzitutto la differenza fra il male ed il bene: il primo è ripetitivo mentre il secondo è creativo, capace di inventare cose nuove. E poi il fatto che il male è esattamente lo specchio al contrario del bene. Leggendo le notizie sui giornali vediamo spesso che il male è ingiustificato (non è neppure risposta a un altro male) e ed è  gratuito (basta pensare alla “gratuità” del far soffrire e del torturare): a ben vedere sono esattamente le caratteristiche del bene. Il bene è ingiustificato (io voglio bene ad una persona perché… le voglio bene) ed è pieno di gesti di gratuità che non sono strumentali. Il male ha le stesse caratteristiche, ma capovolte. In fondo il mistero della Pasqua è Gesù che si infila nel male e capovolge lo specchio: partendo dal male della croce (che è ingiustificato – si uccide il figlio di Dio – e gratuito – ci si è accaniti su Gesù) lo trasforma in qualcosa che è amore ed è assolutamente gratuito ed ingiustificato. San Paolo dice che a stento si trova chi voglia morire per un giusto: figuriamoci per un peccatore o per un malvagio! Eppure Gesù lo fa.

Per i suoi auguri di Pasqua, Lei ha scelto l’immagine di un mosaico di padre Marko Ivan Rupnik che anche noi abbiamo riprodotto sulla copertina di questo numero di Voce Isontina. Come mai questa scelta?

Ho scelto questa immagine – che ho consegnato anche ai lavoratori incontrati nelle fabbriche – perché rappresenta proprio la discesa agli inferi: il braccio trasversale della croce impedisce che questa grande bocca del mostro (la morte, il male) si chiuda e Gesù tende la sua mano per strappare Adamo ed Eva. Un’immagine che ci ricorda come Gesù abbia scelto di penetrare proprio nella profondità del nostro male per liberarci dal peccato: è la croce che blocca il male e ci offre la possibilità di riprenderci. Trovo molto bella la frase che abbiamo riportato nel retro dell’immaginetta, tratta dagli scritti di Sant’Efrem il Siro: “Vieni tu che sei a mia immagine e somiglianza; sono disceso dove tu sei per riportarti alla tua terra promessa”.
Quando sono a Gerusalemme, cerco sempre di andare a pregare nella vecchia cava di pietra, all’interno del Santo Sepolcro, dove si dice che Santa Elena abbia ritrovato la croce di Gesù. Mi piace pregare in quel luogo, nel punto più basso della basilica sotto una parete di roccia, dove spesso non c’è nessuno, pensando proprio che Gesù è sceso sin qua sotto, è venuto sino agli inferi per cercarci”.

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